mercoledì 10 luglio 2013

VOLEVA ESSERE UN SINDACO NORMALE

Maria Carmela Lanzetta, sindaco dal 2006 di Monasterace (RC), annuncia, in una lettera, alla Presidente Boldrini l'intenzione di lasciare il suo incarico di frontiera. L'anno scorso aveva ritirato le dimissioni, per senso di responsabilità, ma ora non può far altro che dichiarare la sua delusione e l'impossibilità di poter amministrare il Comune in una situazione di  completo dissesto finanziario, " una burocrazia inadeguata, i tagli continui, al punto che- dice- anche cambiare una lampadina diventa un'opera titanica".Il tutto rinunciando alla propria retribuzione e reinvestendola nell'amministrazione. Il tutto con il rischio continuo di poter perdere la vita, come altri amministratori locali in Calabria.  
Perché la politica l'ha abbandonata?
(vedi Giuseppe Baldessarro, Lascia il sindaco anti 'ndrangheta, La Repubblica, martedì 9 luglio 2013/pag.17)

venerdì 5 luglio 2013

GLI DEI di WALTER SITI allo STADIO PALATINO

Tardo pomeriggio sul colle Palatino. Si aspetta un po', ma è gratis e tutte le persone che lavorano nel sito- custodi, accompagnatori,etc- sono gentilissimi. Roma con il suo traffico, il rumore, il nervosismo diffuso è lontana, laggiù, sotto un cielo da tramonto rannuvolato. Vedo per la prima volta nella mia vita lo Stadio Palatino e cammino a fianco di quei grandi arconi, mentre il volo e i richiami dei gabbiani graffiano il cielo grigio che si posa su quelle antiche mura. Son venuta per questo, ma anche per rubare qualche occhiata da gettare sulle opere di artisti contemporanei in mostra qui (Post Classici a cura di Vincenzo Trione) e soprattutto per ascoltare Walter Siti, protagonista di uno dei sei incontri (Analogie) durante i quali i sei scrittori invitati rifletteranno sul rapporto tra arte e classicità, sul luogo e sulle opere. Ha introdotto la bravissima Raffaella De Santis.


Siti ha scelto di parlare della "Presenza attuale degli dei classici", intanto perché è un tema e una cifra stilistica a lui congeniale, poi perché in tempi in cui si sperimenta "l'evaporazione dei padri", è molto meglio entrare in relazione con più dei piuttosto che con uno soltanto. Il mondo dei miti "accade sempre", annulla il tempo e la morte, permette di identificarci in figure attraverso le quali raccontare le nostre ossessioni. Tra queste il desiderio, il quale si collega naturalmente al  mito, perché è rapina, non segue le leggi del senso di responsabilità e della colpa. Tra gli amanti ci può essere soltanto reciproco laceramento, non forme mediate.Il desiderio è senza limiti, come gli dei che non lavorano, sono incestuosi e non se ne dolgono. Siti è divertente e commovente quando parla del suo dio, anzi semidio, preferito. E' Ercole, forte, goffo, ridicolo, generoso, leale e credulone. E' bello seguirlo in questa breve lezione, l'odore di mentuccia del prato dello Stadio dove siamo seduti a ascoltarlo ci impregna il corpo e la mente.
Unico rimpianto è di non esser riuscita a vedere l'istallazione di Kounellis lì in mostra, un quadrato vuoto a terra, i cui lati sono fatti di frammenti raccolti lì intorno. Siti ci racconta l'opera come la sua preferita, dicendo che le schegge dei miti lasciano una cornice vuota, che deve essere riempita dal rimosso.  Ed è lì che si capisce la presenza degli dei, ancora tra noi.
(gogo2013)

L'amore ai tempi di ROGER MCGOUGH

I tre poeti di Liverpool, Adrian Henri, Brian Patten e Roger McGough, voci pop dissidenti della Gran Bretagna degli anni Sessanta, divennero famosi per la loro antologia "The Mersey Sound" (1967), di cui all'epoca,  cifra assolutamente ineguagliabile, furono vendute  "più di un quarto di milione di copie", come informa il risvolto di copertina dello smilzo volume della Penguin (seguito da altre due fortunate ristampe del 1983 e del 2007). Ognuno con la propria impronta personale, i tre poeti componevano poesie semplici, ancorate al contemporaneo, scritte con la lingua del parlato tolta dalla sua quotidianità, ma sfruttata in tutta la sua vivacità e polisemia. Poesie da condividere subito e fisicamente, magari accompagnandole con brani musicali, in mezzo a un pubblico di coetanei .  

Roger  McGough (Liverpool 1937), il lungo e dinoccolato "santo patrono della poesia" (secondo Carol Ann Duffy), musicista, paroliere e scrittore per bambini, è sempre stato l' ottimo performer di reading coinvolgenti. Una delle sue poesie più conosciute 40-Love veniva da lui recitata muovendo la testa da destra a sinistra come uno spettatore di un'immaginaria partita a tennis:

40-Love  [1]                     
middle                   aged
couple                    playing
ten                         -nis
when                      the
game                      ends
and                         they
go                           home
the                          net
will                         still
be                           be-
tween                     them[2]

  E' una poesia concreta,  la cui forma grafica suggerisce visivamente il senso della stessa. Venti parole monosillabiche, sistemate in due colonne, a rappresentare il movimento della palla in un campo da tennis, come suggerisce il titolo[3]. E quello spazio in mezzo,  una rete invisibile  tra i giocatori  -forse  una coppia non più giovane? visto che 40-Love possiamo anche intenderlo come ‘Amore a 40 anni’- separati da una barriera di quotidiana incomunicabilità (l’uso dei monosillabi). Alcune rime scontate  e l’uso del tempo presente, che in inglese sottolinea la ripetitività di un’azione, rafforzano il tono di noia all’ insieme.  Una perfetta immagine dell’amore ormai finito!
Anche in un'altra sua poesia, "All'ora di pranzo (da un momento all'altro)" (At Lunchtime), si parla d'amore, ma l'atmosfera è quella di una gioiosa epidemia di desiderio:

Quando il bus frenò all'improvviso
per evitare di metter sotto
una madre e il suo bambino per strada,
la signorina col cappello verde seduta lì davanti,
fu scaraventata su di me
e per non perdere l'occasione
cominciai a farle il filo

All'inizio resistette,
disse che era mattina presto,
e che aveva mangiato da poco,
e che comunque mi trovava repellente.
Ma quando le spiegai
che vivendo in un'età nucleare
il mondo sarebbe finito all'ora di pranzo,
si tolse il cappello verde,
mise il biglietto del bus in tasca,
e accettò le avances.

I passeggeri,
e ce n'erano parecchi,
erano allibitiesorpresi,
e divertitieinfastiditi.
Ma quando circolò la voce
che il mondo stava per finire all'ora di pranzo,
misero l'orgoglio in tasca
insieme ai biglietti del bus
e cominciarono a pomiciare.
E perfino il controllore,
sentendosi escluso,
salì in cabina,
e cominciò una specie di movimento con l'autista.

Quella notte,
sull'autobus al ritorno,
eravamo tutti un po' imbarazzati.
soprattutto io e la signorina col cappello verde.
E tutti cominciammo a dire
in modi diversi
di come eravamo stati sciocchi e affrettati.
Ma allora, da pezzodifurbo quale son sempre stato,
mi alzai e dissi che era un peccato
che il mondo  non finisse quasi a ogni ora di pranzo,
e che potevano sempre far finta che accadesse.
E poi successe...

Veloci come un fulmine
tutti cambiammo partner,
e subito il bus divenne un fremito
di bianchi corpi  dismessi (sotto naftalina) che facevano cosacce.

E il giorno dopo
e ogni giorno
su tutti i bus
in ogni strada
in ogni città
in ogni paese

la gente finse
che il mondo stesse per finire all'ora di pranzo.
Ancora non è successo.
Anche se in qualche modo sì.

Era l'Annus Mirabilis 1967 e se i  signori Samsa,  invece di quel tranvai che avevano preso, sollevati per essersi infine liberati del figlio scarafaggio, fossero saliti su quel bus, non avrebbero certo guardato silenziosamente e pieni di aspettative di normalità la loro figliola quasi da marito.
(isabnic2013)


[1] Roger McGough, 40-Love (1961), su http://home.planet.nl
[2]“40 a zero” oppure”Amore a 40 anni”: ‘Coppia  / di mezz /’età /che gioca /a ten/nis /quando il /gioco/ finisce/e/ loro/ tornano /a casa/ la /rete che li divide sul campo / rimarrà/ ancora/ tra/ di loro’ 
[3] 40-Love indica nel tennis  un punteggio pari di 0 a 0 alla fine di un breve gioco.

mercoledì 3 luglio 2013

WALTER BENJAMIN e il FESTIVAL DELLE LETTERATURE 2013 a Massenzio


Walter Benjamin diceva che può accadere che l'uomo si ridesti un mattino e si ritrovi trasformato in un insetto, ovvero- spiegava- la sua estraneità si è impadronita di lui. E stamattina, dopo la serata di ieri a Massenzio, ho riconosciuto al risveglio quello stesso senso di insettiforme disagio. Avevo perso le altre serate, ma questa del 2 luglio con la scrittrice Zadie Smith e il filantropo Bunker Roy l'avevo segnata in rubrica con tre asterischi (da non perdere!). Volevo capire, e il contesto mi sembrava quello giusto, se quelle testimonianze di sogni, progetti, innovazioni e cambiamenti, potenziali costruttori di nuove realtà, stessero anche trovando la loro voce narrativa, poetica, drammatica, musicale, artistica,etc E' un festival letterario, no?
Bunker Roy, felice e innocente narratore, ci ha raccontato il suo sogno realizzato del Barefoot College, ci ha parlato di nuova filantropia sulla quale rifletterò, per superare la mia naturale diffidenza, mentre ripenso alle parole pronunciate dal Dalai Lama in visita al college, e riportate dallo stesso Roy, che suonavano più o meno così: "Da quello che vedo, posso dire che in pratica il tuo progetto è buono, ora qualcuno dovrebbe dire che è buono anche in teoria".
La riflessione di Zadie Smith sulle parole abusate Creatività &co , sulla tendenza ad appiattirsi sul prodotto che va, sul galleggiare piacevolmente sulla nostalgia del condiviso, essere perennemente accattivanti e la mancanza del coraggio necessario a percorrere strade nuove,  magari  sgradevoli, è rimasta nel ricordo una saggia denuncia. Mi sarebbe piaciuto che con i suoi bianchi denti avesse azzannato anche ieri sera il suo sogno in letteratura e  avesse tentato di dispiacerci con la sua voce di narratrice. 
La serata, insomma, mi è sembrata un bel servizio speciale in onda in un qualche canale televisivo e ho sentito la mancanza del solito bicchiere di vino che accompagna le mie serate casalinghe.
Come dire? lo spazio dell'evento, comunque e come sempre, non ha deluso.
(gogo2013)



02072013 gogo




lunedì 1 luglio 2013

SPACE METROPOLIZ

 Ho visto da lontano una torre d'avvistamento azzurra ai fianchi e con un cannocchiale in cima puntato verso la luna.
 Ho visto anche una nuova bandiera lassù che sventolava soddisfatta.
 Ho visto una terrazza con un lettone pieno di stracci colorati e due piscinette di plastica azzurra da cui dominare tutta Roma stando ammollo.
 Ho visto una spianata di terra con  tombe arcaiche e resti di mura di un'antica villa.
 Ho visto spazi sconosciuti dove si aggiravano ladri di immagini e famiglie curiose, tra graffiti colorati e sculture dell'abbandono.
 Ho visto sorrisi dolci di donne dai lineamenti esotici dietro cuccume e couscoussiere. Ho visto, desiderato e mangiato dolci che sapevano di cocco.
 Ho visto gente del luogo orgogliosa di tutti noi turisti culturali.
 Ho visto artisti bricoleur, operai scultori, architetti teorici, tecnici astronauti, maestre e saltimbanchi, maestri e curatori d'anime, illusi e determinati, ladri e disegnatori, digital-virtuali e artigiani, barricaderi e poeti.
 Ho visto la luna e il razzo lì pronto per andarci. Ho visto e ascoltato la storia della sua costruzione.
 Ho capito che la luna non è di nessuno e nessuno la può comperare.

(Lo diceva -mi ricordo- anche  il mio amico Pietro a proposito di un bosco di castagne da cui fummo cacciati e poi costretti, sotto la minaccia di una rustica roncola assassina, a restituire il raccolto.
 " Il bosco non è di nessuno!" diceva Pietro all'incredulo proprietario. E lo diceva, in qualche altra occasione,  anche a proposito di un cane "Lui è suo, non è di nessuno", ma non ricordo se il cane ci guardò perplesso.)

(gogo2013)

 SPACE METROPOLIS è un film-documentario

sabato 29 giugno 2013

MICHELE ARCANGELI, primo piano, primo portone a sinistra (2 di isabnic

              

2        Michele riconosce l’Amministratore

                   Mi era capitato di incontrare di nuovo Giacinti qualche tempo dopo al supermercato lì vicino, dove andavo una volta a settimana a far scorta di cibo. Non mi dispiaceva quel rituale, poi ero così abitudinario che ormai ero diventato velocissimo a riempire ogni volta il carrello con gli stessi prodotti, a parte qualche frutto di stagione. Daniela diceva che ero un monaco. Nessuna concessione a prelibatezze, primizie e cose raffinate. Niente alcool, se non qualche birra in pizzeria, e la spesa un atto dovuto da fare nel minor tempo possibile. In realtà, mi piacevano le zone franche come il supermercato, dove il contatto con gli altri è ridotto al minimo, dove ai cassieri che digitavano compulsivi sulle loro casse non interessava il mio nome o la mia faccia. Dietro i loro movimenti meccanici assaporavo un po’ di libertà.
               Ero arrivato alla fine del percorso, attraverso i banconi stracolmi di merci occhieggianti inutilmente- almeno per me- dentro confezioni multicolori e passando indenne attraverso aromi e odori, annunci di sconti eccezionali e musichette suadenti. Avevo scaricato i pochi prodotti che avevo scelto ben allineati sul nastro, come al solito, mentre aspettavo il mio turno, quando la mia attenzione fu letteralmente presa da un uomo che spingeva un carrello ricolmo di bottiglie qualche cassa più in là. Sembrava dirigersi verso il parcheggio e c’era una donna piuttosto elegante che lo seguiva parlandogli inascoltata. Probabilmente la moglie. Quel uomo aveva qualcosa di vagamente familiare, nel suo vestito di buona fattura, quel modo di camminare sicuro e strafottente, e quel guardarsi intorno come per controllare la scena e l’effetto che il suo passaggio aveva avuto sull’ ignaro pubblico di avventori e dipendenti del magazzino. Mi misi subito in allerta. Quando si volse, mi salutò con un cenno del capo e un abbozzo di sorriso.
                   Ma certo! L’amministratore del palazzo, l’uomo che avevo visto in guardiola. Anche stavolta avevo sentito il suo sguardo indugiare a lungo su di me. In quegli anni avevo imparato ad annusare il pericolo e quel uomo sembrava quasi conoscermi da tempo. Come aveva detto? Giacinti. Anche il nome non mi sembrava completamente nuovo. Risposi al saluto vagamente. La “moglie” di Giacinti doveva aver chiesto al “marito” chi fossi perché anche lei si volse a osservarmi.
                   Accelerai l’operazione di riempimento dei sacchetti, pagai mentre il cuore aumentava il ritmo dei battiti. ‘ Giacinti. L’ho già incontrato prima d’ora? Dove? Quando? In quale vita? Non è una persona limpida, lo sento. Mi inquieta. Devo stare attento, mi ero detto e continuai a ripeterlo nei giorni seguenti come un mantra.
                    Dopo di allora mi sembrò di incrociarlo sempre più spesso e ovunque. Solito sorriso. Da lontano. Facevo di tutto per evitare un incontro ravvicinato, ma  non poteva durare a lungo. E infatti avvenne un pomeriggio, al ritorno dal lavoro.
                    Per tutto il giorno mi aveva tormentato un mal di testa di sapore pre-influenzale e avevo staccato un po’ prima del solito. Doveva essere già autunno inoltrato, perché pur non essendo un’ora tarda, mentre guidavo verso casa, avevo visto scomparire le ultime luci nel cielo e il buio mangiare a poco a poco i lati della strada non  illuminati dai fari. Avevo, poi, parcheggiato l’auto nel garage, attento, come ormai era mia abitudine, a lasciarla pronta con il muso verso l’uscita. Quel misto di umidità, di carburante e pneumatici che impregnava i muri e il pavimento del locale mi colpì più di sempre. C’erano ancora poche auto, però, oltre ai soliti motorini dei ragazzi del secondo piano, accostati vicino al passaggio verso le scale. Troppo presto per i vicini. Dunque, non mi aspettavo certo di incontrare qualcuno e invece, mentre salivo i gradini verso l’ingresso principale, mancò poco che mi scontrassi con quel Giacinti che, pensieroso e con aria guardinga, stava dirigendosi  verso il suo archivio nel sottoscala. Istintivamente mi ritrassi, divenni un tutt’uno con lo zaino in cui portavo il pc, incollato alle spalle.
      - Salve! Come sta? Torna dal lavoro? Beato lei! Io ho ancora qualche scartoffia che mi aspetta, aveva subito detto stringendomi la mano e poi indicando alla mia destra la porta del locale che usava come ufficio-archivio.
     Risposi ai convenevoli, ma siccome incalzava con tutte quelle domande dal tono salottiero tentai di porre fine alla conversazione: -Sono tornato un po’ prima del solito stasera. Temo che l’influenza quest’anno non mi abbia risparmiato. O forse semplicemente un arrivo di raffreddore.
     E intanto la mano mi era corsa alla tasca dei pantaloni dove tenevo il mio fido spray nasale. Mi si era seccata la bocca e mi sembrava di respirare a fatica. Ma Giacinti non sembrava avere alcuna voglia di smettere; leggermente più alto di me, col suo corpo forte mi bloccava e mi impediva di continuare verso le scale mentre con quegli occhi scuri e puntuti, inquisitivi, quasi da faina, continuava a fissarmi in modo sfacciato. La luce a tempo dell’andito si era spenta  e lui l’aveva subito riaccesa.
-  Lavora molto distante da qui? -riprese, mentre il profumo aggressivo del suo dopobarba mi avvolgeva tra le spire.
Stavo pensando a come sbloccare la situazione quando fortunatamente dal garage arrivò  Pratesi, il commerciante del quarto piano, lo sbruffone con il SUV e  la moglie carina, ma con l’aria perennemente depressa. Sembravano amici lui e Giacinti  per i modi che usava, o perlomeno si intuiva una certa familiarità o un qualche interesse in comune tra i due, tuttavia quella sera Pratesi pareva meno aitante del solito. La sua bella faccia da quarantenne rampante era segnata da stanchezza o da qualche pensiero che l’ossessionava. Si illuminò brevemente  al momento dei saluti, per poi spegnersi dietro a un sospiro, come se non avesse più scampo:
- Ciao! Buonasera! Come va? Mi scusi tanto… Ehm, Manlio, devo parlarti. Ti chiamo più tardi…

Il tono era forse meno cordiale dei modi e più pressante, ma non ci feci tanto caso allora. Il fatto è che quel nome, quel nome pronunciato da Pratesi, mi aveva colpito come una staffilata e aveva cancellato tutto il resto. Alla fine lo avevo recuperato nella mia memoria. [...]

(isabnic2013)

CONVALESCENZA di Ibis Kan

CONVALESCENZA                                                             



Rabbia e pena.
( avrei voglia di picchiarla, di sbugiardarla)
Lo stomaco che si contrae,
le labbra che si induriscono,
le spalle giù come di juta.
Da un pezzo le parole si sono seccate.
E’ un dente già tolto,
il buco nero che rimane
e non duole più.

Non cancello
(è impossibile: gli occhi vedono),
ma con solerzia copro con garza che deforma la visione,
la rende meno credibile e meno dolorosa.
Non il tormento acuminato del tradimento ormai,
ma quello della piatta delusione reiterata,
come sabbia in bocca.
Misera pantomima, la sua.
Affermazione di libertà già concessa.
Segreto che miseramente
vuole essere udito per esistere.
E' lei che torna in gabbia
e si affanna a mostrare tentativi di fuga.

Ora non bisogna vedere più.
Restringere il campo, oscurare i lati inquietanti,
non farmi distrarre da inutili occultamenti
e furtive manovre.
Dormire i miei sonni e di giorno

guardare il mondo. 

(ibis kan 2013)