martedì 19 giugno 2018

PERDITE 5 di isabnic (2016)

5.
 La mano della Pittrice, quella volta, si posò leggera su quella della Bassetta.  Poi ci furono altri incontri, tra risate e sospiri, tenere strette di mano, abbracci ricambiati e baci rifiutati- almeno all’inizio, insieme a lezioni amichevoli di tango impartite dalla Pittrice con tanto di “Greta Flores” originali ai piedi, qualche giro per negozi al centro e consigli di bellezza. Insomma, erano diventate grandi amiche.

Miriam sapeva del desiderio di Annita di poter rivedere il figlio e fu non molti mesi dopo dalla scoperta della perdita d’acqua in bagno, che accolse l’amica a casa con il sacchetto dei preziosi in bella vista sul tavolo accanto alle tazzine di caffè già pronto da bere insieme. “Troviamo qualcuno che possa valutare e comprare questi gioielli -le disse- A me non servono a nulla, non ho più una figlia a cui darli. Non sono neanche legati a bei ricordi. Ormai, non valgono niente per me. Prendili Annita e con i soldi della vendita vola a riabbracciare tuo figlio!”

Quando l’anno dopo la Pittrice partì per Buenos Aires, Miriam ne sentì davvero la mancanza. Temette che il figlio potesse convincere Annita, la Pittrice, a trasferirsi laggiù per sempre, che lì potesse incontrare qualcuno e inventarsi una nuova vita – lei sempre pronta alle novità, anche se ormai non era più una ragazza.
La Pittrice, invece, tornò inaspettatamente dopo tre mesi o poco più. Miriam la trovò cambiata, assente e svagata. Non riuscì quasi a incontrarla. Doveva essere successo qualcosa che l’aveva sconvolta, ma non riuscì a saper nulla. Nel giro di breve tempo, addirittura, la Pittrice perse la testa, cominciò a straparlare a proposito di un’urna con le ceneri dell’amato cinematografaro argentino… E all’improvviso scomparve, senza salutare anima viva. Probabilmente era stata accompagnata dal nipote in una clinica per anziani sui colli a sud della città, ma non ebbe tempo o forse la testa per ricordarsi di salutare nessuno. Nemmeno Miriam. Anche la gatta Juanita scomparve con la sua padrona. E gli inquilini del palazzo si abituarono ben presto alla sua scomparsa come a tutte quelle che l’avevano preceduta.
Per la Bassetta fu l’ennesima perdita dolorosa. Quasi nessuno le aveva mai viste insieme per le scale, o incontrate a spasso per il quartiere, o magari intuito la loro amicizia, e così tutto improvvisamente le sembrò come se fosse stato soltanto un sogno. Davanti a lei non vide altro che un’altra sfilza di lunghi pomeriggi solitari a casa. La Pittrice stravagante, libera, gioiosa e dispensatrice d’amore non c’era più, e persino Irene, che l’aveva sempre ammirata, avrebbe per anni continuato a credere che il figlio Iñacio se la fosse portata a vivere con sé nel Sud dell’Argentina così che potesse dipingere terre aspre e mari in burrasca fino alla fine della sua vita.

Fu poco dopo che la Bassetta uscendo dal palazzo cadde dal gradino esterno che aveva più volte sollecitato di far riparare. Perse l’uso di una gamba ma preferì la carrozzella al bastone e giurò odio eterno verso tutti gli inquilini del palazzo.

da QUELLI VIVI E QUELLI MORTI, 2016.

giovedì 14 giugno 2018

PERDITE 4 di isab nic da Quelli vivi e quelli morti (2016)


4.
Ci fu poi una volta in cui la Pittrice ricapitò al piano di sopra dalla vicina quasi all’ora di pranzo, le lesse una sua poesia e gliela regalò, e la invitò a scendere più tardi a vedere i quadri che aveva dipinto, pieni di picchi e marosi della Tierra del Fuego. Fu allora che Miriam provò per la prima volta il mate (“Non si può rifiutare è segno di benvenuto e se è dolce vuol dire ti ricevo con piacere”), ma non le piacque, nonostante il miele aggiunto dall’ospite e il brivido di curiosità che aveva subito provato. Si trovarono, naturalmente, a parlare di solitudini e passato, e la Bassetta rimase affascinata dalla vita avventurosa dell’altra così diversa dalla sua. Ormai quelle visite a orari un po’ strani erano diventate un’abitudine. Miriam le parlò della figlioletta morta e l’altra del suo di figlio, che viveva lontano in Sud America: “L’ultima volta che ci siamo visti si era appena trasferito in città. Non abitava più con i nonni nel Sud. Abbiamo fatto un viaggio laggiù di qualche giorno. Commovente, ma non mi ha mai perdonato di averlo abbandonato... ma questa è una storia lunga”. E poi continuò con la sua strana storia d’amore con l’uomo con cui l’aveva concepito. “Un cinematografaro, come dicono a Roma.  Un sognatore, uno che voleva cambiare il mondo”.
Quando arrivò il suo turno, alla Bassetta sembrò di diventare sempre più leggera man mano che procedeva con la sua storia. Più le cose diventavano pesanti, più aveva voglia di sputarle fuori senza tanti giri di parole. E ogni volta che realizzava che qualcuno lì accanto la stava ascoltando e s’interrompeva indecisa, incontrava lo sguardo amorevole della Pittrice che muto la invitava a continuare. E allora riprendeva con i suoi ricordi di dolore, rabbia e silenzio. Raccontò del suo odio verso tutti e della sua solitudine. “Una vita senza più nulla. O forse non ho mai avuto nulla…”
“Miriam! Che dici? Ho sempre creduto che siamo nati per essere felici. Ѐ quasi un dovere, anche se gli altri ti dicono egoista. Ci dobbiamo provare. La vita può avere in serbo per noi dei cambiamenti inattesi, però dobbiamo metterci in ascolto, lasciare che i nostri sensi captino quello che ci sta intorno, le disse la Pittrice Argentina alla fine del racconto accostandosi a lei. “Vieni vicina, cara. Sai che non sento bene. Vedi, la mia vita è stata piena di tante cose, molte belle, ma certo non tutte. Le altre, quelle che mi danno tristezza, che non sono andate come avrei voluto, tendo a dimenticarle, anzi cerco di non pensarci.  Ho conosciuto molti uomini. Amati, non amati. Mi piaceva di piacere, soprattutto. Volevo prendere ogni cosa che mi capitava vicino. Ho lasciato il mio primo marito per poco amore e il secondo per troppo..."  e, rapida, passò volubilmente a pontificare: “Insomma, quello che voglio dirti, è che le passioni non durano, oppure, se durano, ti danno il soffoco. Invece, aver qualcuno accanto, ascoltare e essere ascoltata, tornare e trovare la luce accesa…” E poi procedendo con quel suo parlare ondivago cominciò a dire che in Argentina gli uomini non aspettavano di conoscere una donna per caso. La cercavano. “Ecco, sì, laggiù prima la mirano, la osservano a lungo, poi aspettano di essere ricambiati, sia nella vita che quando ballano il tango. E alla fine in questo modo riescono a conoscere bene chi gli piace.  Allora ti prendono e tu ti lasci prendere perché lo vuoi anche tu. Me lo ha insegnato il padre di mio figlio e io ho provato tutto questo. Peccato che sia stato così breve. Tu, invece, hai avuto la fortuna di poterlo apprezzare più a lungo.”
“Sì, forse, ma…”
“Ssst…” fece la Pittrice e portò l’indice sulle labbra. Miriam non si ricordò dei suoi denti anteriori sconnessi e riprovò a sorridere, come faceva un tempo. [...]

martedì 12 giugno 2018

PERDITE 3 di isab nic, da Quelli vivi e quelli morti, 2016.


3. Si rividero dopo qualche giorno quando l’idraulico venne a controllare il lavoro. Ci sarebbe comunque voluto un po’ di tempo prima che la macchia si asciugasse completamente e si potesse rimbiancare il soffitto. La Bassetta chiese alla Pittrice di trovare l’imbianchino e poi di farle sapere per la spesa.  Quando, passata una settimana, si accorse di non aver più visto l’inquilina del piano di sotto, cominciò a sentirne la mancanza.
Qualche giorno dopo, però, la Pittrice l’invitò a un tè, incontrandola sul portone (“Perché non mi viene a trovare?”). Fu in quell’occasione che Miriam conobbe e coccolò la gatta Juanita, decisamente più simpatica di quel vecchio felino selvatico della Boncini. “Andiamo di là”, le aveva subito proposto la Pittrice guidandola verso il soggiorno: “È sempre chiuso per via della gatta. Vengono per le lezioni di disegno e cerco di tenerlo a posto, ma per lei… posso darti del tu, Meriah? Che nome particolare! Sono un po’ più vecchia di te e mi prendo il piacere di chiedertelo…
“In famiglia mi hanno sempre chiamato Miriam. Il… tuo è Anna, vero?
“Miriam! Biblico. Bellissimo! e io per te sarò Annita. Attenta non Anita, ma Annita. Doppia enne. Come mi chiamava qualcuno che ho molto amato…”, e poi improvvisamente almeno per quella volta cambiò discorso: “Stamattina tornando a casa ho incontrato la Gattara con Irene, la professoressa del sesto piano. Stanno sempre a parlare quelle due. Beh, almeno l’ho vista ridere. Parlo di Irene. Ha sempre un’aria triste, ultimamente. Di solito sale a piedi per qualche piano per sgonfiare le caviglie… Si sta invecchiando anche lei.”
La Pittrice Argentina, che in realtà era abruzzese, non solo sapeva dipingere, dava lezioni di disegno, vendeva quadri, faceva mostre organizzate da un lontano e affezionato nipote, ma scriveva anche poesie e aveva pubblicato qualche libro. Era una donna dallo sguardo sveglio, vivace, abbastanza informata, e sempre curata. La sua foto era comparsa in parecchi giornali regionali, inserita in servizi su premi letterari di provincia; da sposata, aveva vissuto a Venezia; poi aveva abbandonato la famiglia per seguire quello che aveva creduto fosse il vero uomo della sua vita ed era arrivata infine a Roma. Il risultato di quell’amore era stato un figlio che era rimasto con il padre in Sud America. Era proprio questo figlio, tal Iñacio, che ogni tanto la chiamava da Buenos Aires per telefono ma che lei non riusciva a sentire e a capir bene a causa della sordità che cominciava davvero a demoralizzarla.
Ci fu poi una volta in cui la Pittrice ricapitò al piano di sopra dalla vicina quasi all’ora di pranzo, le lesse una sua poesia e gliela regalò, e la invitò a scendere più tardi a vedere i quadri che aveva dipinto, pieni di picchi e marosi della Tierra del Fuego. Fu allora che Miriam provò per la prima volta il mate (“Non si può rifiutare è segno di benvenuto e se è dolce vuol dire ti ricevo con piacere”), ma non le piacque, nonostante il miele aggiunto dall’ospite e il brivido di curiosità che aveva subito provato. Si trovarono, naturalmente, a parlare di solitudini e passato, e la Bassetta rimase affascinata dalla vita avventurosa dell’altra così diversa dalla sua. Ormai quelle visite a orari un po’ strani erano diventate un’abitudine. Miriam le parlò della figlioletta morta e l’altra del suo di figlio, che viveva lontano in Sud America: “L’ultima volta che ci siamo visti si era appena trasferito in città. Non abitava più con i nonni nel Sud. Abbiamo fatto un viaggio laggiù di qualche giorno. Commovente., ma non mi ha mai perdonato di averlo abbandonato... ma questa è una storia lunga”. E poi continuò con la sua strana storia d’amore con l’uomo con cui l’aveva concepito. “Un cinematografaro, come dicono a Roma.  Un sognatore, uno che voleva cambiare il mondo”.
Quando arrivò il suo turno alla Bassetta sembrò di diventare sempre più leggera man mano che procedeva con la sua storia. Più le cose diventavano pesanti, più aveva voglia di sputarle fuori senza tanti giri di parole. E ogni volta che realizzava che qualcuno lì accanto la stava ascoltando e s’interrompeva indecisa, incontrava lo sguardo amorevole della Pittrice che muto la invitava a continuare.   E allora riprendeva con i suoi ricordi di dolore, rabbia e silenzio. Raccontò del suo odio verso tutti e della sua solitudine. “Una vita senza più nulla. Ho perso tutto. O meglio: forse non ho mai avuto nulla.” [...]

domenica 10 giugno 2018

PERDITE 2 di isabnic(2016)

2.
Un giorno, una perdita d’acqua spinse a salire su da lei la Pittrice Argentina che abitava al terzo piano a sinistra, proprio sotto all’ appartamento della Bassetta. La Pittrice si era appena svegliata quando, giunta in bagno ancora insonnolita, una goccia fredda le era caduta in testa dal soffitto. L’odore marcio di idropittura che subito dopo avvertì aveva attratto il suo sguardo in alto e una macchia inesorabile l’aveva accolto. A malincuore si era preparata a salire per bussare alla vicina scorbutica. Magari non avrebbe neanche aperto, ostile com’era o come mostrava di essere. E mentre aspettava che l’altra aprisse pensò che in tutti quegli anni le era capitato di parlarci sì e no un paio di volte e ogni volta le era parso di aver di fronte una carta vetrata. Ma tant’è. Che altro poteva fare?
La Pittrice Argentina era l’unica tra le signore e signorine del palazzo a portare il cappello d’estate. A portarne uno chiaro e a falde larghe, sopra i perenni occhiali da sole dalla montatura importante. Indossava sempre pantaloni larghi e morbidi abbinati a casacche dai disegni originali, di un certo gusto, comunque, e sulle quali si staccava l’immancabile collana a più giri di rodocrosite. Era un’artista e spesso si poteva incontrarla fuori dal portone che rientrava con la cartella dei disegni sotto il braccio. Quel mattino salì svogliata, senza parrucca, con addosso una specie di poncho a disegni geometrici, souvenir del Sudamerica, e un paio di zoccoloni ai piedi. E così, quando la Bassetta prima di aprire, guardò dall’occhiello dello spioncino e la vide a quel modo dimessa -lei che era sempre così elegante- e con quella testa da uccellino spaurito, le gambe magre e quella strana vestaglia addosso, la fece subito entrare. Le venne persino da sorridere accogliente, mentre l’altra continuava a presentarsi: “Siamo vicine più degli altri, abito proprio qui sotto! Conosco tutti i suoi passi.” La Bassetta arrossì pensando alle sue molte notti furiose di camminate ossessive da una stanza all’altra, aprendo cassetti e armadi per cercare, cercare qualche pezzo di vita del marito scomparso. Di solito, faceva quasi fatica a pronunciare le poche e consuete parole di cortesia, ma quella ventata di simpatia e cordialità le sciolsero il cuore.
 Controllarono il bagno e non riuscirono a vedere nulla. Ci avrebbe pensato l’idraulico. “Chiudo il rubinetto generale, così il danno non aumenta, ma intanto…”, disse Meriah. Poi si strinse addosso la vestaglietta, sentì la sua voce offrire all’ospite una tazzina di caffè e pregustò il piacere di poterlo bere finalmente in compagnia di qualcuno. E pensare che dalla disgrazia in poi non aveva più risposto al telefono, neanche alle cognate che ogni volta minacciavano una visita! No, stavolta era diverso. La Pittrice Argentina sembrava non appartenere alla vita di sempre e, mentre parlava guardandola negli occhi, pareva prometterle una leggerezza che non aveva mai provato, quasi una promessa di poter ricominciare tutto daccapo. Si misero sedute in cucina ma la Pittrice disse subito scusandosi che non si sarebbe potuta fermare a lungo e indicò distrattamente la sua testa spelacchiata: “È il giorno di radioterapia. Mi mancano ancora un paio di applicazioni.” La Bassetta non seppe cosa dire e si aggiunse un altro cucchiaino di zucchero al caffè.[...]

martedì 22 maggio 2018

RITORNO A ILIO (6) di isabnic,2018




XI. Terzo giorno a Ilio, primo ottavo di luce. Il vento sabbioso quasi non riusciva a infilarsi dentro alla grande conca dello stadio e ogni tanto qualche mulinello stravagante si alzava dal terreno tra l’erba rada del campo per calmarsi subito dopo. Gli spalti erano vuoti, ma lì sotto erano in tanti. Zombies in magliette gialle o verdi che rincorrevano palloni in uno strano allenamento senza fine. Lenti droni giocattolo riprendevano la scena e la partita da varie angolazioni. Anche i suoni in quel grande spazio sembravano liquefarsi. Qualche lamento, gli scarponi sul terreno, i palloni calciati stancamente contro nessuna rete.
Nina in maglietta gialla si allontanò zoppicando dal centro del campo. Le era sembrato di intravedere Tortor che ne indossava una verde in mezzo a un gruppo distante, ma non era sicura, non era più sicura di niente. Aveva davvero vissuto a Neapolis? E aveva amato Silius ed era stata riamata da lui? E avrebbe mai ritrovato suo figlio Marko?
Era stanca, labbra screpolate e gola accartocciata. Le gambe le cedevano.
Il pulsore elettrico alle cosce la sollecitò senza pietà ad andare avanti. Scosse elettriche continue. Doveva continuare a rincorrere e a calciare un pallone che ormai metteva a fuoco a stento. Senza senso, senza alcun motivo. Non era una partita quella che si stava giocando , ma solo un incubo. Forse sto sognando… Ancora una scossa e Nina avrebbe voluto solo fermarsi. Riposare. Soltanto un attimo.
Non c’era tempo, non era possibile. Era vietato.
Esausta, Nina si lasciò cadere al bordo del campo. Soltanto un attimo …, ma ne bastò meno perché un paio di veloci inservienti-, apparsi dal nulla, la portassero via.

E’ la fine. Basta. Non c’è più niente da fare. 

martedì 15 maggio 2018

RITORNO A ILIO(5) di isabnic,2018


VIII. Arrivarono piuttosto velocemente all’uscita e il fruscio del vento sabbioso li avvolse subito come un mantello per poi accompagnarli per tutto il tragitto. Nina rabbrividì e coprì il naso e la bocca con il fazzoletto di Tortor. La torre bianca del Crematorio svettava contro il cielo del tramonto, senza rilasciare fumi e senza la luce blu di segnalazione di un tempo. Più lontano un altro campo di transito e la centrale dei Poli-droni erano tagliati dai fasci mobili di luce dei riflettori. San Gaudenzio sembrava deserto, ancora con i segni di distruzione degli attacchi dal cielo. Costeggiarono le vecchie mura di cinta del quartiere e al quarto incrocio voltarono a sinistra. Dopo pochi passi trovarono il locale dove erano diretti e di cui rimaneva una mezza insegna: Rive Ga. Un tempo era stato un pub piuttosto frequentato da amanti di buona musica e alcolici di qualità, ora attraverso l’ingresso si intravedeva il tremolio di una luce colorata che rischiarava il bancone di mescita in fondo alla sala. Il legno che copriva le pareti sembrava ancora odorare di fumo, birra e segatura ma gli specchi rimasti non riflettevano più né bottiglie e bicchieri né avventori.
 Quando si avvicinarono, un uomo si materializzò davanti allo schermo televisivo che illuminava la scena e che trasmetteva la solita partita di calcio. L’uomo fece segno di salire per una scaletta al lato del bancone e scomparve nel retro.
Si ritrovarono dopo alcuni scalini nella penombra di una spazio angusto, con un tavolo al centro, una lampada, una sedia e un divanetto.  Il profilo di un uomo piuttosto tarchiato, seduto dietro alla scrivania, si stagliava contro il grigio del cielo al di là della finestra in fondo, ma era fuori dal cono di luce che illuminava il ripiano del tavolo e non se ne potevano indovinare i lineamenti. Appena furono dentro, l’uomo si volse verso di loro.
 “Salve, Livello 3!, disse Nina sedendosi dall’altra parte della scrivania. Con  voce metallica, forse camuffata, l’uomo le chiese perché avesse voluto incontrarlo. Nina non si sentiva a suo agio, ma tolse una capsula dall’interno della bocca e la posò al centro del tavolo: “Ci sono tutte le info sulla rete meridionale esclusa la Sicilia. Il mio incarico è di consegnarvele.”
La mano dell’uomo si allungò per afferrarla e per un attimo il suo viso fu illuminato dalla  lampada. Aveva uno strano sorriso: “E come sta Silius? Il grande Comandante Silius Nemo? ”. Ancora quella voce metallica e l’ironia del tono non lasciò alcun dubbio. Mako Stegmann! Ecco di chi è questa voce!, pensò Nina sentendosi impallidire. Come aveva fatto a non riconoscerla?
Allora si voltò in cerca di aiuto verso Tortor che si era allungato sul divano alle sue spalle. L’amico sorrideva con aria assente e continuò a guardarla mentre si toglieva una siringa dal braccio.
Poi un buio profondo la fece precipitare in un vuoto senza fine. [...]