giovedì 4 ottobre 2012

MANIPOLO (4) di Emilio Smunti


Era stato Gustav -claro- a farla entrare nel Manipolo.
Gliene aveva parlato quella prima sera, per questo l'aveva presa da parte. Fermava ragazze, ragazzi -specialmente ragazze- così, senza metodo. Era uno dei suoi compiti: "diffondere il Dato", così diceva. Aveva scelto lei "perché avevi qualcosa di eloquente nel tuo muoverti". Probabilmente -lei lo sapeva- aveva agito a caso, senza pensarci, a mente vacua. Non l'aveva scelta, ci si era trovato davanti. Gustav era così: faceva di tutto sconsideratamente, senza troppe cerimonie, per poi applicarvi a posteriori motivazioni a suo parere solide, incatenamenti causa-effetto da non poter dirgli di no. Perciò lei, ancor prima di conoscerlo, ci aveva beccato a dargliela vinta, a far finta di dar credito: "Uh qualcosa di eloquente? Interessante! Dimmi..". Naturalmente, per via di quegli zigomi puntuti.
Il Manipolo esisteva da tempo, ed era stata una donna a fondarlo, "una gran donna, un mito", Mesiota. Nessuno sapeva se fosse stata in passato una Bellona o meno: fatto sta che era bellissima. "Per la sua età, chiaro: ormai è sui 60". Era ancora lei a gestire il tutto, in gran parte, ma ormai il Manipolo era ben organizzato e sviluppato, articolato in cellule autonome dislocate in tutto il paese. "Un movimento serio, il mondo sta cambiando davvero stavolta". Lui, Gustav, c'era dentro soprattutto per ansia distruttiva, per ribellismo idiosincratico, ma questo, lei, l'avrebbe scoperto dopo. "Dovresti unirti, sai, il futuro è dalla nostra". Si calava di tutto con nonchalance, il vecchio Gustav, e parlava di futuro. "Esiste un altro mondo possibile, risorse impiegate altrove". Era da tempo, in effetti, che saloni di bellezza, parrucchieri e centri estetici finivano misteriosamente in fiamme.
Le aveva lasciato il Credo del Manipolo, un cartoncino rigido e nero di quelli da rollo. Se l'era ritrovato nello zaino il pomeriggio seguente, appena dopo colazione. Si erano anche scambiati il numero. Aveva bevuto troppo, i muscoli a pezzi per l'umido notturno e il ballare spasmodico; ma lo ricordava bene quel mezzo teutonico.


La bellezza non è potere. "Ma: sì che è potere, lo è, io lo so, l'ho visto, lo è da sempre. Con certe facce si ha vita facile: esser nati belli, ed oggi ero contenta, non un nugolo contratto di voleri ma non posso. Fossi bella, avrei potere: camminare in strada senza smorfie imbarazzate, senza invidia come nulla alla donna ch'è di fianco, lei che sfreccia come brezza di velluto e tacco alto, lei che sfuma di profumo, che s'irradia vaporosa, lei che può, lei che -ch'ogne lingua divien tremando muta: la storia è vecchia. D'acido nero i complimenti verbosi provenienti a volte dagli amici dei genitori -"che bella figliola": da torcer la bocca per il malore. Perché articolarli, quando il potere oggi è bellezza, e il naso serpeggia imponente e gobbuto, il cerchio degli occhi s'impone eccessivo, il blu della pelle inanella le occhiaie; le spalle ricurve ghignanti pesanti, il ventre rigonfio farcito di vento. Se sei donna e non bella, il mondo ti espelle. E invece: lo sguardo insistente, spalancato, irriverente; la bocca socchiusa e rosata, gonfiata ad arte con sforzo muscolare; le mani bianche da smalto malizioso che premono con foga i seni seminudi. Questo è potere. E se qualcuno -nel senso proprio del pronome indefinito: qualcuno, non importa chi- articola "brava", sottoscrive "bella", allora, solo allora, il tuo potere è riconosciuto, lecito, reale. Ora esisti, ora puoi tutto".
Non deve esserlo. "Ah ecco, è un dover-essere, un imperativo categorico, un astratto, un'idea...".
Non lo sarà più. Troppe energie e troppe risorse, tanto economiche quanto spirituali, risultano impiegate sul fronte dell'aspetto fisico, contribuendo ad accrescerne l'importanza: il business si espande, la cultura asseconda; la cultura macina domanda, il business risponde di rimando. La vecchia storia del serpente del mondo, che ingoia eterno la  sua stessa coda: il serpente deve, e può essere ucciso. Il baricentro culturale deve essere, può essere spostato. "Un tono visionario improponibile, dai...". Però le brillavano gli occhi.
É il serpente che rende la bellezza indispensabile, necessaria, e acquistabile. Raggiungibile, addomesticabile. Ma l'agevole compravendita del bello è un inganno del serpente. "Mmmm. Difficile da prendere sul serio. Come si fa a essere così seri? Tuttavia..".
È il serpente che rende la bellezza fisica valore supremo, ipoteca di vantaggi e guadagni, di vite facili più lisce di olio. "Vite facili: lo pensava sempre anche lei. Il vecchio potere dell'odioso sguardo ammiccante..".
Il serpente striscia e s'insinua entro spazi impensabili. Penetra ovunque, e rode dall'interno. Ed ecco, era questo che l'aveva sempre stordita: anche lei -lei che aveva tutt'altro tipo di interessi, passioni, progetti, lei che studiava lingue inutili e morte di secoli e sognava di inventarne di nuove, lei che amava il bivacco e i campeggi nella fanga- ecco, anche lei -inaudito- c'era dentro fino al collo. Anche lei era finita a provare rabbia di fronte al ruvido delle gambe e a desiderare addomi piatti scolpiti di muscolo; a sentirsi male ad ogni bieca visione di specchi improvvisi; a provare dolore per la propria statura mediocre; a piangere amaro per le rughe d'espressione palesatesi un giorno allo specchio; a camminare a testa bassa, sempre, in strada; a frignare sola negli autobus ai passaggi di Bellona. Persino lei che odiava di stomaco contratto quell'impero contemporaneo di Bellone da tv, persino lei doveva riconoscersene vittima. Inghiottita dal serpente. Vittima autocommiserante e piagnona: della peggior specie. Del resto era pieno di ragazzi e ragazze che pur studiando in prestigiosi atenei -futuri avvocati, oibò, magistrati, economisti, uh la la- detenevano altrettanto prestigiosi book fotografici ritraenti i suddetti futuri avvocati/magistrati/economisti in pose equivoche e abito succinto. Conosceva diverse studentesse  che, dal canto loro, praticavano nudo integrale su siti soft porno di Bellone alternative, sentendosi dive e non più mere matricole. La sua d'altronde era invidia: lei non avrebbe potuto tirare sù soldi vendendosi mutande usate online, siamo seri...Solo invidia. Tutta -pura, vera, sana, vecchia, immonda, imperitura- invidia. Mieteva ore utili -lei! Sì, lei!- a guardarsi foto di Bellone on the net, sbavando in concreto e arrossandosi gli occhi: sentendosi meno, impotente, nessuno. Tutta invidia, claro, è invidiosa: non le badate, lei rosica, è bassa. Non che fosse una bigotta: non aveva mai esitato a concedersi a perfetti sconosciuti, purché le piacessero, anche nella fanga, e amava  i reggicalze e le calze ricamate. Ma intanto pensava ai programmi televisivi, al diktat dei capelli lucenti, ai soldi buttati, ai culi in primo piano: e si sentiva avvinghiare.
Non aveva neppure finito di leggere il Credo: subito aveva inviato un messaggio a Gustav, dicendosi pronta a partecipare. La risposta era stata scarna e fulminea: nient'altro che le coordinate dell'appuntamento, previsto per mezz'ora dopo; l'appuntamento per l'intera cellula 31, quella di Gustav, chiaro.

(Emilio Smunti 2011)
-CONTINUA-