giovedì 27 settembre 2012

MANIPOLO (2) di Emilio Smunti


Intanto aveva raggiunto la Metro, l'odiata. Cupa e sotterranea e tuttavia non buia: non la sopportava. Quelle languide luci al neon la stranivano-straniavano: c'era solo da desiderare un cappuccio. Ma era primavera inoltrata, pseudo-caldo, niente giacche: dunque muso a terra. Tutto pur di evitare quegli sguardi socio-monchi da inferno di linea. Tanto la musica in cuffia era altissima, alle solite, e gli occhi a fissare le scarpe.
L'idea era stata pessima, era stata di Gustav. Non era la prima idea pessima che le aveva lasciato in consegna: ce n'erano state altre di bontà dubbia, numerose per giunta. La madre di lui era tedesca, di modo che doveva avere in corpo quel surplus di risorse cognitive che è proprio dei bilingui: di idee ne aveva perciò parecchie, ma ciò non implicava che fossero decenti. Quel Gustav l'aveva conosciuto a una serata, l'aveva interpellata come tanti per dirle il solito "come balli bene"/"complimenti per come balli", le solite cagate. Solo più tardi, tuttavia, avrebbe capito che la faccenda non era la solita, no. Gustav aveva i capelli biondo scuro e gli occhi nocciola e gli zigomi segnati, forse questo l'aveva convinta a dargli spago. Magari era anche stanca, e gli anfibi già pieni di fanga. Di fatto si era fermata e si erano allontanati, il tutto sotto lo sguardo complice delle Altre. Quello sguardo, peraltro, non lo sopportava, le avrebbe prese a calci, Dio mio. Ma lui l'aveva presa per mano.
Le fermate le controllava di sbieco, sul pannello illustrativo, sù in alto, mettendosi d'impegno per non incontrare occhi altrui. Certo Gustav avrebbe potuto accompagnarla, perlomeno fin sotto il Loco x, ma cacchio non aveva voluto. Il proprio lurido aspetto, lei, la sua faccia da cazzo, li aveva sempre disprezzati e avversati: in un periodo non lontano non era raro mettersi a frignare in quella stessa Metro, all'ingresso trionfante di una Bellona. Erano tante e divine, le Bellone, a quei tempi le fissava estasiata e ne succhiava con invidia ogni buon particolare: se tonde invidiava il seno, il viso florido, ben truccato, spesso la pelle liscia, le sopracciglia perfettamente tornite; se oblunghe ne ammirava le gambe, sterminate e di articolazione stretta, la pancia piatta, la schiena dritta. A quei tempi perdonava al mondo ogni cosa -di essere ignobile, sghembo, asimmetrico, ingiusto- ma mai gli perdonava che le fossero toccate -quella è grave, oibò- le gambe storte. Ma questo era stato un tempo: ora guardava a terra.
Pazzesco che proprio lei -lei, col naso lungo- si recasse ora in Loco x.  Difatti era in ansia, e quel sentore classico da stomaco vuoto e testa in panne non le dava tregua. Prevedibile: era stato così da sempre, ad ogni appuntamento/esame/evento. Anche la prima volta che si era vista con Gustav, fuori dei vapori e dei fanghi della nottata del fu incontro: il secondo incontro, dunque. Anche allora, ansia in corpo, come sempre; motivazione duplice, stavolta, tuttavia. E anche ora -ammettiamolo- in parte lo faceva per Gustav. Era probabilmente immorale quel che stava per fare, totalmente fuori etica. Non avrebbe più vissuto in pace con se stessa, doveva tenerlo in conto. Poteva ancora sottrarsi, volgere spalle e in barba al Loco x, doveva considerarlo, poteva, era in tempo, doveva, avrebbe dovuto, e i brividi quasi, andarsene via...ma eccola che scendeva dal vagone. Poi la selezione attenta dell'uscita giusta: non voleva far tardi. Tutto doveva filare liscio, regolare, canonico, questo il piano. 


(Emilio Smunti, 2011)
-CONTINUA-

martedì 25 settembre 2012

MANIPOLO (1) di Emilio Smunti


Non c'era verso di tirarsi indietro, a quel punto: oramai stava andando, questione di minuti. I capelli, del resto, non chiedevano altro: lisci e lucidi, eran venuti fuori alla perfezione, e parevano sorriderle di brillante; la frangia bombata e morbida, le ciocche fluenti da dietro le orecchie. Gli occhi erano troppo grossi e gonfi, alle solite, ma per quello c'era poco da fare; il naso troppo imponente, le sopracciglia ostinatamente orizzontali, la bocca screpolata, alle solite, 'cidenti. Ma ormai era troppo tardi, doveva andare -era deciso, l'aveva deciso- benché di prontezza non ve ne fosse ancora: non era una buona idea, aveva pur sempre una sorta di -sì- reputazione, e gli altri non avrebbero tollerato, neppure lei lo avrebbe, lei aveva da sempre odiato quel genere di cose, disprezzato, di disprezzo aguzzo, era evidente, non doveva andare, doveva restare, la bocca era screpolata del resto, i capelli non così perfetti poi, il naso troppo lungo... Era in strada.
Aveva la borsa a tracolla, tenuta stretta quasi a protezione. Lo sguardo a terra, regolare. Lo alzava  solo di rado, giusto per controllare l'andamento del tragitto ed eventualmente intercettare di nero qualche sguardo da passante. In strada si sentiva in preda a disagio costante, puntuto -oh Dio Disagio, oh Nume onnipresente- quasi fosse braccata. Le scarpe alte le aveva nella borsa, poteva avanzare spedita. Arrivare il prima possibile, arrivare e diventare altro, quello l'obiettivo.
Non che fosse uno schianto -ne era consapevole- ma tutta la sera precedente l'aveva passata allo specchio e di facce ammiccanti da distribuire in sede ne aveva a palate. Ne avrebbe sfoderate a decine, a ventine: era preparata. Sapeva anche che il seno sinistro era più grande: ne avrebbe tenuto conto. Per non parlare delle mani: si era esercitata a disporle con cura ovunque, distribuendo le dita impeccabilmente. Conosceva anche il trucco delle calze sovrapposte: ne indossava due -pochi denari, claro- di modo che la gamba sarebbe risultata di certo più sottile. L'olio di ricino sulle ciglia: immancabile. Il getto d'acqua fredda su cosce e altri annessi: fatto. L'olio di mandorle sulla pelle e il burro caldo lì sotto gli occhi: done. Voleva entrare nella parte, con precisione, per una volta anche lei, benché..

(Emilio Smunti, 2011)
-CONTINUA-

lunedì 24 settembre 2012

NUOVA COLLABORAZIONE A GOGOSAFECRASH

Da oggi comincia la collaborazione con Emilio Smunti. Nei prossimi giorni e settimane potrete leggere qui -a puntate- il suo racconto inedito "Manipolo". Benvenuto, Emilio! e buon lavoro!

                               

domenica 23 settembre 2012

UN ARTICOLO DI GIORNALE

Non so se L'Inchiesta in varie puntate di Concita De Gregorio, su La Repubblica, non sia altro che un modo per sostenere la candidatura di Laura Puppato alle future Primarie per il Premier del Centro-Sinistra (www.gennarocarotenuto.it/ giornalismopartecipativo)  - e se così fosse non sarebbe male, perchè Laura Puppato sembra persona di tutta stima-, ma l'articolo di oggi  (7a puntata dell'Inchiesta) è davvero da non perdere.Vengono intervistate cinque donne-sindaco di territori in prima linea, sotto il fuoco costante delle intimidazioni e quotidiane minacce di morte da parte della criminalità mafiosa. Sono le donne-sindaco della Locride: Maria Carmela Lanzetta, Maria Teresa Collica, Elisabetta Tripodi, Carolina Girasole e Anna Maria Cardamone, che ci raccontano i successi e le molte difficoltà nell'amministrare quelle terre, nel "lottare contro il business dell'eolico"e per la legalità e la trasparenza.
Ci ricordano, inoltre,  che "E' un lavoro fare politica, non è mica una rendita." e che  "Non è l'antipolitica il nostro nemico, è la brutta politica." (isabnic2012)


venerdì 21 settembre 2012

CECI N'EST PAS UN SAINT MATHIEU!

Roma, 21 Settembre, San Matteo.
Dalle nove e trenta alle undici circa, sul sagrato di San Luigi dei Francesi.

L'Angelo-suggeritore è appena volato via, dimenticando le sue ali a terra. Sul sagrato è rimasto Matteo, l'esattore, con la barba incolta e i capelli bianchi. Seduto e con un grande quaderno sulle ginocchia cerca di ricordare le parole dell'Angelo e le scrive senza sosta, tra frettolosi commessi del Senato, squadre di pulitrici curiose,  gruppi di turisti distratti, guide esperte e catturatori compulsivi di immagini. Quando un raggio di sole infine illumina le pagine imbiancate e scritte da Matteo, la visione scompare. Non rimane che impacchettare tutto e tornare a casa. (isabnic2012)

giovedì 20 settembre 2012

POESIA DI IBIS KAN

... e se i versi di Ibis Kan fossero soltanto un ennesimo pastiche (vetero- post- modern)?


MOLLY BOOM
(non più in her prime e un po’ ingrassata)

Nuova identità nella chat community: sono Molly Boom.
La mia descrizione:
-          parlo da sola  
-          snocciolo i miei pensieri senza punteggiatura
-          amo poldo ma lo tradisco
-          Lui mi sveglia con la colazione a letto
-          la prima volta che abbiamo fatto l’amore era tra i fiori
Ah i ricordi, i desideri, la noia
Però sì, va bene così,
non darò altri dettagli.
Metterò una foto di me stessa stesa a letto

                                                                      lan  gui da men teeeeeeeeee
                                                     
                         Non si vede bene il viso e la forma allungata, che si appoggia sul braccio,
                                                      -capelli sciolti e scomposti-
                                                      potrebbe essere quella di qualunque altra donna.
                                                      Sì.

                                                     (Ibis Kan, 2012)


lunedì 17 settembre 2012

I RACCONTI DEL PALAZZO SUL VIALE ALBERATO / SASA' 1

Oops! mi sono dimenticata: avevo promesso di pubblicare l'inizio del terzo racconto!
Rimedio subito: eccolo. Questo è il titolo:


                                                             SASA'

 Alla fine della rampa di dieci scalini di marmo variegato bianco e grigio -che la povera Boncini raccontava come un tempo fosse coperta da una guida rossa e abbellita da quattro vasi di clivie dalle belle foglie lunghe- e  al di qua della doppia porta in cristallo e ottone che divide l’ingresso dalle scale e dall’ ascensore, c’è, a destra nell’ androne, un piccolo vano dove si nasconde discreta la serie di cassette per la posta  con i nostri nomi. Il posto è angusto: c’entrano appena due persone e forse in passato era il luogo della piccola guardiola del portiere. Qualche volta la luce è spenta e in quelle occasioni a me fa un po’ paura  perché temo sempre che lì dentro ci si possa nascondere qualcuno.
Lì Sasà baciò per la prima volta, seguita da molte altre, Antonella, la nipote della Pentecostale, che passò qui nel nostro palazzo qualche tempo, ospite della zia.
Sasà è –o meglio, ormai era- uno degli studenti odorosi di pizza che pian piano erano subentrati negli appartamenti rimasti vuoti e messi in affitto nel nostro palazzo sul Viale Alberato. Sasà non è più, infatti, propriamente uno studente, anche se ha continuato a dividere l’appartamento – quello del piano rialzato della povera Birò- con altri due studenti salernitani fino a poco tempo fa.
Io odiavo Sasà perché non lo capivo; fisicamente, poi,  lo trovavo poco attraente con quelle sopracciglia un po’ aggiustate e il corpo muscoloso; mi sembrava che girasse a vuoto e parlasse un linguaggio che non conoscevo. Lo odiavo perché era giovane e pensava spavaldamente che lo sarebbe stato per sempre. Lo odiavo, o meglio non lo sopportavo, come mi capita ormai con tutti gli uomini più giovani di me che mi guardano come se fossi trasparente.
Sasà era arrivato qui più o meno da quando una delle mie figlie si era trasferita a vivere per conto suo e l’altra aveva ottenuto un contratto di qualche anno in Olanda. E io, ormai in pensione e con molto più tempo libero, avevo cominciato a guardarmi intorno in cerca di storie e personaggi. A parte le figure tranquillizzanti e apparentemente immutabili dei vecchi condòmini, il palazzo si stava riempiendo di questi nuovi prototipi umani odorosi di pizza e bagno schiuma. Ce ne erano al piano rialzato, al secondo, terzo quarto piano. Età, abitudini, caratteristiche fisiche, olfattive e acustiche ne facevano una razza a parte. In realtà, l’insieme “Odorosi di Pizza”  comprendeva anche ragazze dalle gambe levigate in modo maniacale, unghie smaltate e capelli lunghi e curati, che incrociavi per le scale, soprattutto il fine settimana, in abitini corti e tacco alto o pantaloncini sgambati. La versione maschile, al contrario, appariva più dimessa nella versione infrasettimanale, ma decisamente più profumata dal venerdì sera al giorno dopo. Domenica mattina tutto taceva dietro quei portoni e, se non erano andati a trovare le famiglie, quei ragazzi ne riemergevano un po’ pesti soltanto verso sera. Ora, Sasà non era diverso da tutti gli altri, anzi sembrava proprio seguire alla lettera tutti i dettami del nuovo conformismo, ma aveva una strafottenza nel chiudere il portone- non che fosse maleducato-  come se lui, lui sì, sarebbe potuto anche non tornare più qui, se lo avesse voluto.
 Sasà era iscritto all’università, ma non so bene che facoltà avesse scelto. Comunque, non era un luogo da lui molto frequentato; bazzicava piuttosto il discount vicino alla Stazione, dove si riforniva di birra e alcolici e rimpolpava le riserve di conserva, salsicce, salame, e pasta quando finivano le provviste che i suoi, amorevolmente, gli mandavano ogni quindici giorni. Poi, c’era la palestra di quartiere con gli sconti-studenti, la pizzeria al taglio sul Viale e i ritrovi e posti vari dove incontrar gente a San Lorenzo, possibilmente a ingresso libero. Quando l’università era chiusa per ferie o feste comandate, c’erano  le vacanze al paese dei suoi con il mare vicino. Anzi, proprio lì, davanti alla villetta dei suoi, al di là della strada trafficata. Una spiaggetta di sassolini, senza pretese, ma con  l’acqua trasparente e con le ondine lente e musicali, dove ti capitava di addormentarti su dispense fotocopiate che tornavano a Roma quasi intonse un mese dopo, o potevi incontrare i vecchi amici di scuola per fumare e scherzare, oppure organizzare con loro l’andata al concerto di taranta in macchina, se non il bivacco e la dormita all’aperto in montagna a Ferragosto, al paese di sua nonna. Lì Sasà si era sempre divertito, con le fidanzatine locali di turno, le chiacchiere, i cori, i sacchi a pelo e i cumuli di bottiglie vuote.
  Il resto del tempo, quando non era in vacanza, lo passava a dormire, a sognare di andare a lavorare a Londra (“Almeno imparo la lingua!”), ad ascoltare musica e strimpellare una chitarra che non aveva mai imparato a suonare davvero bene, a consegnare volantini per arrivare a fine mese o, a luglio, servire dietro al bancone del pub, oppure scrivere nevroticamente sms, chattare su skype, connettersi a Facebook perché  ‘Se non ci sei, non sai mai cosa succede’. (isabnic2012)
CONTINUA

"UN ALTRO FUTURO" DI ROBERTO ROVERSI


Colpiscono i tanti articoli affettuosi, commossi  e pieni di rimpianto che ho letto, in questi due giorni, dopo la scomparsa del poeta libraio Roberto Roversi.
 Un bel tipo, davvero. Le biografie ce lo raccontano partigiano, direttore di giornale, militante politico, promotore e editore di riviste letterarie, libraio antiquario, scrittore di romanzi e racconti, poeta e ‘paroliere’.  Libero, soprattutto. Amato da tanti, anche parecchio più giovani di lui e che vivono lontano dalla sua Bologna, “ calda di torri diroccate o di ombra di torri”[1] dove “[…] la piazza del mercato è vecchia/ e interroga il passato”[2].
Dopo aver pubblicato inizialmente presso editori importanti, Roversi cercò di trovare forme alternative di diffusione dei suoi versi e  decise così di riprodurli e distribuirli in proprio, usando il ciclostile e inviandoli a chi era davvero interessato a leggerli.
Nei suoi versi in forma di poema, ha raccontato la delusione del grande sogno della Resistenza, l’Italia della Ricostruzione e degli ideali compromessi. Roberto Roversi non credeva allo sperimentalismo come semplice gioco verbale da intellettuale che “si compiace al caffè”. “La parola – ha scritto- è un pugnale, penetra profondo.”[3] , per poi rammaricarsi dopo qualche verso:  “La parola che usi è scarna, povera,/ risuona, suona è un colpo di martello/ solo per un chilometro di strada./ Qualche orecchio l’ascolta. E’ tutto, bada/ […]/ […] cupo  mi abbatto / sulla piazza meschina/ in cui con occhi lacrimosi china/ la faccia stanca un santo.”[4]
Le note di delusione diventano rivendicazione  di un diritto a lavorare sotto traccia, nascosto, lontano dalla grancassa della nuova società dell’apparire.
III. [5]
Una strada non c’è. C’è una strada (un fiume), c’è un
fiume
– credo che ci sia, è così – un profondo
fosso, una siepe, un fiore d’albero
sotto il giardino spappolato, c’è il pianto
di una bambina nuda col tracoma c’è
il sangue di un uomo per terra decapitato
la milza di un animale sul bancone di legno;
c’è il filo bianco (un rosso filo) che stende
dal labbro di chi parla fino a una casa laggiù;
una carta su cui il dito striscia con raccapriccio;
l’orgasmo della donna fra l’erba affumicata
da un vecchio incendio, un bombardiere che non si vede.
Vilipendio di istituzioni (di gravi legittime colpe).
Non c’è più l’eco, il suono non c’è, il percuotere
dell’ultimo dissenso, le voci
placate (finalmente?), i refusi scomposti;
ribolle un altro piombo per più degne canzoni
– la caratteristica del tempo è una misurata indifferenza,
tutto interessa un poco per brevissimo tempo,
ogni cosa muore, deperisce, sé consuma e sfoltisce
nel forno della memoria.

Ma continuò a credere che si può ancora –davvero-  aspettarci qualcosa:
90 [6]
[…]
Contro chi proponeva nella lontananza
resistenza a oltranza?
Fra macerie mi siedo dice Guevara osservo
la giovinezza del mondo vorrei
cantare il ritorno dei giorni.
Penso un raduno nella pianura padana dice
Chet Baker tutti si incontrano sono amici si aspettano
parlano ascoltano
Woodstock sul fiume Po dopo il ponte a Ferrara
giallo impaziente il fiume fiuta la foce si inarca.
La pianura è terra di un silenzio perduto
e nelle nebbie terribili dice Varzi correvo di notte
la strada non finisce mai la luce folle dei fari.
Se la partita è finita dice il giocatore di calcio
vorrei volare con le rondini sopra i filari respirare
con una biscia viva
mi viene in mente che posso sfiorare le foglie senza abbandonare la terra.
Nei pozzi di petrolio con le fiamme lucidano la luna nera
gridano le rondini in arrivo dalla frontiera del cielo.
Le conto dice il signor D’Aubigné cadono una per una sono palle di fuoco
ma noi seduti fra pietre
possiamo ancora aspettare un altro futuro.
(isabnic 2012)



[1] R. Roversi, da L’Italia sepolta sotto la neve/ Parte Prima (113), v 13.
[2] R. Roversi, da L’Italia sepolta sotto la neve / Premessa (35), vv 16-17.
[3] R. Roversi da DOPO CAMPOFORMIO, in Il sogno di Costantino.
[4] R. Roversi, ibidem
[5] R. Roversi, da da Decima descrizione in atto, da  LE DESCRIZIONI IN ATTO (1969-1985); su  http://www.poesia.it/servizi/ROVERSI.pdf
[6] R. Roversi, da LA PARTITA DI CALCIO (2001)

giovedì 13 settembre 2012

I RACCONTI DEL PALAZZO SUL VIALE ALBERATO


Ci  siamo: ecco il terzo racconto. Domani lo pubblico qui sul blog.
Stavolta la scena si svolge nei piani bassi, quelli più vicini all’ingresso sul Viale Alberato, quelli, cioè, più vicini all’esterno. Anche i personaggi sono diversi: sono i giovani studenti affittuari, fuori sede. Creature misteriose ai miei occhi, con pochi rapporti con il resto del condominio. Più che dalle parole e dai pettegolezzi di altri, la storia stavolta nasce da una osservazione costante e - devo confessarlo- morbosamente incuriosita del fenomeno. Oltre che da impalpabili scambi fugaci:
 “ Salve! L’aspetto? Sale su anche lei?”/  “ No, grazie, sono già arrivato! Abito qui, a piano terra.” Oppure: 
“Buongiorno!”/ “Buongiorno.”
(isabnic2012)

giovedì 6 settembre 2012

BOMBE SU ALEPPO (2)

Come è Aleppo dopo giorni passati sotto una pioggia continua di missili e granate, che ha distrutto interi quartieri? Pietro del Re, inviato de La Repubblica, ci racconta oggi, sulle pagine del quotidiano, del tanto sangue che segna cose e persone a Aleppo, dell’odore di sangue, polvere e immondizie che impregnano l’aria della città dilaniata dalla guerra civile, del rombo costante dei motori dei Mig in volo, inframezzato dai colpi secchi dei cecchini e dalle raffiche di Kalashnikov, e poi di un  piccolo ospedale clandestino allestito velocemente in sostituzione del pronto soccorso appena ridotto in macerie, dei corpi maciullati che vengono portati lì a ritmo frenetico, dell’impresa dei medici e infermieri, della popolazione civile di cui nessuno si fida perché non si schiera apertamente da nessuna parte e, stretta tra i due fuochi dei lealisti e degli insorti, è diventata la vittima sacrificale del grande massacro. Cosa succederà? Si ritireranno gli insorti? Arriverà l’esercito con il rischio che molti possano disertare e unirsi ai ribelli? O dal cielo continuerà a piovere distruzione e morte?
Accolgo l’appello del blog Kengarags ( http://kengaragsit.blogspot.it/)  di far circolare i versi di poeti siriani contemporanei. Ecco  Tristezza al chiaro di luna di Muhammad Al Maghut[1]. Le note di traduzione e la biografia dell’Autore sono riprese dal blog citato. Per altre, tante informazioni su Siria e Libano vai a http://www.sirialibano.com/siria-2/muhammad-al-maghut-ecco-il-poeta.html  :

Tu primavera che vieni dai suoi occhi,
canarino che viaggi al chiaro di luna
portami da lei
poesia d’amore o colpo di pugnale
perché sono vagabondo e ferito
amo la pioggia e il lamento delle onde lontane.
Dal profondo del sonno mi sveglio
col pensiero al ginocchio di una donna attraente
vista un giorno
e mi dedico al bere e a comporre poesie.
Dì alla mia amata Layla
dalla bocca ebbra e dai piedi di seta
che sono malato e ho voglia di lei
che ne scorgo le orme sul mio cuore.
Damasco, carro rosa di prigionieri
sono disteso nella mia stanza
scrivo e sogno e osservo i passanti
dal cuore dell’alto cielo
sento pulsare la tua carne nuda.
Sono vent’anni che bussiamo alla tua dura porta.
La pioggia scende sui nostri vestiti e sui nostri bambini
i nostri volti soffocati da una tosse dolorosa
sembrano tristi come un addio
gialli come la tisi.
I venti desolati della pianura
portano il nostro pianto
ai vicoli, ai fornai e alle spie
e noi corriamo come cavalli selvaggi
sulle pagine della storia
piangiamo e tremiamo
e dietro le nostre gambe storte
passano i venti e le spighe dorate...
E ci siamo divisi,
nei tuoi occhi freddi
geme una tempesta di stelle in fuga.
Tu, amante avvizzita, ricoperta di tosse e gioielli
sei mia
questa nostalgia è per te, o astiosa!
Qualche attimo prima della partenza
ho fatto l’amore con una donna
e ho scritto una poesia
sulla notte e l’autunno e le nazioni sconfitte
sotto il sole pallido del pomeriggio
appoggiavo la testa agli scuri della finestra
e lasciavo la lacrima
brillare come il mattino, come una donna nuda
perché ho un antico rapporto con la tristezza
e la schiavitù.
Vicino alle nubi silenziose e lontane
intravedevo centinaia di petti nudi e sporchi
spingersi in un fiume di spine
e una nuvola di occhi azzurri e tristi
che mi fissava
fissava la storia acquattata sulle mie labbra.
Interminabili sguardi di tristezza,
piccole macchie di sangue, svegliatevi
io vi vedo qui
sulle bandiere ammainate
e nelle pieghe dei vestiti di seta
e io cammino come un tuono biondo tra la folla.
Sotto il tuo cielo sereno
passo piangendo, paese mio
dove sono le navi cariche di spade e tabacco
e la giovane schiava che ha conquistato
un regno con i suoi occhi grandi?
Come due donne calorose
come una lunga notte sul seno di una femmina
sei tu, paese mio
io sono qui, spettro estraneo e ignoto
sotto le mie unghie profumate
giace la tua antica gloria,
negli occhi dei bambini
penetrano i battiti del tuo cuore sfinito
i nostri occhi non si incontreranno più
io ti ho già cantata abbastanza
mi affaccerò su di te come
un garofano rosso lontano
come una nube senza patria.
Addio, pagine, notte
finestre purpuree
issate la mia forca al tramonto
e che sia alta.
Quando il mio cuore sarà calmo come una colomba...
bello come un fiore azzurro su una collina,
vorrei morire imbrattato
con gli occhi pieni di lacrime
e teste che si allungano per me
almeno una volta nella vita
perché io sono pieno di parole,
di indirizzi insanguinati.
Nella mia infanzia,
sognavo un abito a righe dorate
e un cavallo che divora le colline di pietra e le vigne
mentre ora
girando senza meta sotto la luce dei lampioni
spostandomi come le prostitute da una strada all’altra
mi vien voglia di uno spropositato delitto
di una nave bianca, che mi trasporti sui suoi seni salati,
verso paesi lontani,
dove ad ogni passo c’è un’osteria e un albero verde
e una donna mulatta
che trascorre la notte sola col suo seno assetato.
 (Tradotta dall’arabo da Fawzi Al Delmi, tratta dall’antologia, Selected Poems- Syria, Italy, Sweden, a cura di Khaled Soliman – Al Nassiry, Fawzi al Delmi, Jasem Mohamed, edita da COSV (Italy), Baghdad Café for Poetry and Music (Sweden), and Al Makan Art Association (Syria), in collaboration with Al Mutawasit (Cultural Exchange& reading development).

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[1] Poeta e scrittore, Muhammad Al Maghut nacque nel 1934 a Selmiyya nella provincia di Hama dove iniziò i suoi studi che presto dovette abbandonare essendo di famiglia povera . Ha lavorato come giornalista scrivendo di politica, ha pubblicato commedie teatrali graffianti che hanno contribuito allo sviluppo del teatro politico arabo, ha anche scritto romanzi, ma si è distinto per la sua produzione di poesia in prosa raccolta in numerosi volumi. E’ morto a Damasco nel 2006