giovedì 6 settembre 2012

BOMBE SU ALEPPO (2)

Come è Aleppo dopo giorni passati sotto una pioggia continua di missili e granate, che ha distrutto interi quartieri? Pietro del Re, inviato de La Repubblica, ci racconta oggi, sulle pagine del quotidiano, del tanto sangue che segna cose e persone a Aleppo, dell’odore di sangue, polvere e immondizie che impregnano l’aria della città dilaniata dalla guerra civile, del rombo costante dei motori dei Mig in volo, inframezzato dai colpi secchi dei cecchini e dalle raffiche di Kalashnikov, e poi di un  piccolo ospedale clandestino allestito velocemente in sostituzione del pronto soccorso appena ridotto in macerie, dei corpi maciullati che vengono portati lì a ritmo frenetico, dell’impresa dei medici e infermieri, della popolazione civile di cui nessuno si fida perché non si schiera apertamente da nessuna parte e, stretta tra i due fuochi dei lealisti e degli insorti, è diventata la vittima sacrificale del grande massacro. Cosa succederà? Si ritireranno gli insorti? Arriverà l’esercito con il rischio che molti possano disertare e unirsi ai ribelli? O dal cielo continuerà a piovere distruzione e morte?
Accolgo l’appello del blog Kengarags ( http://kengaragsit.blogspot.it/)  di far circolare i versi di poeti siriani contemporanei. Ecco  Tristezza al chiaro di luna di Muhammad Al Maghut[1]. Le note di traduzione e la biografia dell’Autore sono riprese dal blog citato. Per altre, tante informazioni su Siria e Libano vai a http://www.sirialibano.com/siria-2/muhammad-al-maghut-ecco-il-poeta.html  :

Tu primavera che vieni dai suoi occhi,
canarino che viaggi al chiaro di luna
portami da lei
poesia d’amore o colpo di pugnale
perché sono vagabondo e ferito
amo la pioggia e il lamento delle onde lontane.
Dal profondo del sonno mi sveglio
col pensiero al ginocchio di una donna attraente
vista un giorno
e mi dedico al bere e a comporre poesie.
Dì alla mia amata Layla
dalla bocca ebbra e dai piedi di seta
che sono malato e ho voglia di lei
che ne scorgo le orme sul mio cuore.
Damasco, carro rosa di prigionieri
sono disteso nella mia stanza
scrivo e sogno e osservo i passanti
dal cuore dell’alto cielo
sento pulsare la tua carne nuda.
Sono vent’anni che bussiamo alla tua dura porta.
La pioggia scende sui nostri vestiti e sui nostri bambini
i nostri volti soffocati da una tosse dolorosa
sembrano tristi come un addio
gialli come la tisi.
I venti desolati della pianura
portano il nostro pianto
ai vicoli, ai fornai e alle spie
e noi corriamo come cavalli selvaggi
sulle pagine della storia
piangiamo e tremiamo
e dietro le nostre gambe storte
passano i venti e le spighe dorate...
E ci siamo divisi,
nei tuoi occhi freddi
geme una tempesta di stelle in fuga.
Tu, amante avvizzita, ricoperta di tosse e gioielli
sei mia
questa nostalgia è per te, o astiosa!
Qualche attimo prima della partenza
ho fatto l’amore con una donna
e ho scritto una poesia
sulla notte e l’autunno e le nazioni sconfitte
sotto il sole pallido del pomeriggio
appoggiavo la testa agli scuri della finestra
e lasciavo la lacrima
brillare come il mattino, come una donna nuda
perché ho un antico rapporto con la tristezza
e la schiavitù.
Vicino alle nubi silenziose e lontane
intravedevo centinaia di petti nudi e sporchi
spingersi in un fiume di spine
e una nuvola di occhi azzurri e tristi
che mi fissava
fissava la storia acquattata sulle mie labbra.
Interminabili sguardi di tristezza,
piccole macchie di sangue, svegliatevi
io vi vedo qui
sulle bandiere ammainate
e nelle pieghe dei vestiti di seta
e io cammino come un tuono biondo tra la folla.
Sotto il tuo cielo sereno
passo piangendo, paese mio
dove sono le navi cariche di spade e tabacco
e la giovane schiava che ha conquistato
un regno con i suoi occhi grandi?
Come due donne calorose
come una lunga notte sul seno di una femmina
sei tu, paese mio
io sono qui, spettro estraneo e ignoto
sotto le mie unghie profumate
giace la tua antica gloria,
negli occhi dei bambini
penetrano i battiti del tuo cuore sfinito
i nostri occhi non si incontreranno più
io ti ho già cantata abbastanza
mi affaccerò su di te come
un garofano rosso lontano
come una nube senza patria.
Addio, pagine, notte
finestre purpuree
issate la mia forca al tramonto
e che sia alta.
Quando il mio cuore sarà calmo come una colomba...
bello come un fiore azzurro su una collina,
vorrei morire imbrattato
con gli occhi pieni di lacrime
e teste che si allungano per me
almeno una volta nella vita
perché io sono pieno di parole,
di indirizzi insanguinati.
Nella mia infanzia,
sognavo un abito a righe dorate
e un cavallo che divora le colline di pietra e le vigne
mentre ora
girando senza meta sotto la luce dei lampioni
spostandomi come le prostitute da una strada all’altra
mi vien voglia di uno spropositato delitto
di una nave bianca, che mi trasporti sui suoi seni salati,
verso paesi lontani,
dove ad ogni passo c’è un’osteria e un albero verde
e una donna mulatta
che trascorre la notte sola col suo seno assetato.
 (Tradotta dall’arabo da Fawzi Al Delmi, tratta dall’antologia, Selected Poems- Syria, Italy, Sweden, a cura di Khaled Soliman – Al Nassiry, Fawzi al Delmi, Jasem Mohamed, edita da COSV (Italy), Baghdad Café for Poetry and Music (Sweden), and Al Makan Art Association (Syria), in collaboration with Al Mutawasit (Cultural Exchange& reading development).

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[1] Poeta e scrittore, Muhammad Al Maghut nacque nel 1934 a Selmiyya nella provincia di Hama dove iniziò i suoi studi che presto dovette abbandonare essendo di famiglia povera . Ha lavorato come giornalista scrivendo di politica, ha pubblicato commedie teatrali graffianti che hanno contribuito allo sviluppo del teatro politico arabo, ha anche scritto romanzi, ma si è distinto per la sua produzione di poesia in prosa raccolta in numerosi volumi. E’ morto a Damasco nel 2006