martedì 8 gennaio 2019

"Una piccola storia latino-americana" , cap.8 (3) da '365 poesie dal mondo per una storia d'amore" di Bruni-Nicchiarelli, 2014

3.
...., forse per il viaggio, forse per il festival, forse per la cena e la birra, e per tutte quelle parole, immagini e odori, anche stasera Zoé fa presto ad addormentarsi. Domani ancora festival e l’atteso incontro con Mario Rivero[1].
        Ecco gli appunti che Zoé scriverà subito dopo l’incontro, ancora sotto l’effetto della  appassionata voce di Rivero e dei suoi versi:

       ‘ Un’intervista con il colombiano Mario RIVERO (1935)

Gentile, ironico e così profondamente umano, mi mette subito a mio agio. Quando accenno alla Colombia come patria del realismo magico, mi dice subito che lì non c’è bisogno di cambiare la realtà per renderla magica, basta descriverla come è, per quanto è pazzesca e crudele, aldilà della nostra immaginazione. La violenza è un elemento naturale in questa terra e parlarne con leggerezza trasforma l’orrore in sogno. Ecco il segreto del realismo magico di Borges e altri romanzieri latino-americani.
         Parliamo degli inizi della sua carriera e di quando poi  divenne famoso per le sue poesie che parlavano dei piccoli eventi quotidiani degli abitanti dei sobborghi delle moderne megalopoli; fu infatti con i Poemas Urbanos del 1963 che rivoluzionò tutta la poesia colombiana,  invitandola a spogliarsi dei suoi  vestiti per diventare l’amante di un uomo a cui non importava se era brutta  e povera. Brutta e povera nel suo cantare di atmosfere urbane e proletarie, con una lingua del quotidiano e con un tono colloquiale; poesia anti declamatoria, con versi duri, senza ricerca di ritmo perché “l’importante è essere diretti”. Poesia in cui si rievoca il mondo del lavoro in fabbrica, la noia del fine settimana, gli incontri di sesso con ragazze facili dal pesante trucco e che sanno di liquori da poco, e che sognano l’amore e la fuga verso luoghi migliori. Ho ascoltato nel pomeriggio al festival:

La luna e Nuova York[2]

Ci incontravamo tutti i giorni
nello stesso posto.
Spartivamo versi, sigarette,
e a volte un romanzo d'avventure.
Buttavamo pietruzze
dal ponte, dove mangiavano
gli operai della fabbrica di vetro.
Le dicevo che la terra è rotonda,
mia zia strega e la luna un pezzo di rame.

Che un giorno sarei andato a Nuova York,
la città che abbonda di cose strambe,
dove i gatti vagabondi
dormono sotto le automobili,
dove c'è un milione di mendichi,
un milione di luci,
un milione di diamanti.
Nuova York dove le formiche
ci mettono secoli a scalare l'Empire State
e i negri passeggiano per Harlem
vestiti con colori chiassosi
che stillano lucido d'estate.

Sarei andato per i ristoranti
fino a trovare un cartellino:
“ Cercasi ragazzo per lavare i piatti
Non si richiede titolo universitario».
A volte avrei mangiato un sandwich,
avrei raccolto mele in California,
avrei pensato a lei quando saliva in ascensore
e le avrei comperato un vestito simile al neon...

Mi stava per baciare quando
suonò la sirena della fabbrica.

          È il racconto di un incontro d’amore in un contesto urbano - industriale, articolato in  quattro tempi: quello della condivisione di interessi (versi, sigarette e romanzo) e passatempi (“buttavamo pietruzze”), delle chiacchiere sulla vita, i sogni e le paure che sembrano concretizzarsi nella seconda parte, in cui il poeta parla di Nuova York, il luogo dove la vita può essere diversa. New York è un sogno, “piena di cose strambe”, le immagini di emarginazione (i gatti, i mendicanti) si intrecciano con altre che suggeriscono le sue contraddizioni (povertà e ricchezza, impotenza delle formiche e maestosità dei grattacieli, i negri ghettizzati ad Harlem e i loro vestiti colorati ).  Segue il povero sogno del poeta: lavoretti e sacrifici per poter comprare un regalo alla sua donna lontana. Ma la vita è dura anche se si è giovani. Il finale, un distico che toglierà ogni speranza,  sarà scandito da un solo effetto acustico, la sirena della fabbrica che impedisce perfino di scambiarsi un bacio.
          In queste sue prime poesie, scritte con un misto di versi e prosa e magari in forma di ballate,  ci sono spesso riferimenti alla cronaca, così che da quei mondi di povertà si passa poi a parlare dei nuovi eroi  - astronauti, il presidente J.F. Kennedy, qualche famoso criminale o  Bob Dylan -  in una dimensione quasi epica. Altre sue poesie ci parlano di storie di  solitudini, illusioni e insoddisfazioni, come quella “piccola storia” della dattilografa:

Una piccola storia[3]

Alle sei di sera
quando la strada si lascia lambire dalla sporcizia
e gli edifici sbadigliano attraverso le finestre
i marciapiedi e gli alberi
la dattilografa aspetta...
Una volta aveva 15 anni.
Si dava il rossetto e sulle unghie uno smalto furiosamente rosso
usava scarpine fantasia
e aveva un fidanzato
che la portava al caffè
a prendere un cappuccino con pane tostato
mentre l'americano della fisarmonica
suonava una canzone
che ancora si ricorda.
Ora sono le sei di sera.
Il tempo è un cavallo lebbroso
che calpesta le cose.
Che fai dattilografa
con quel viso autunnale
e quei seni come arancia appassita?
Domani tornerai in ufficio
e vedrai il capo
di un metro e cinquanta
che si accarezza il piccolo ventre
dove si tiene le ricevute
uova di tartaruga
e una morte grande.
Non aspettare altro.
Ascolta di nuovo la musica dell'americano
e lascia che un uomo ti porti con sé...

        Parlare di donne in una società così machista,  vuol dire accettare tematiche e sentimenti che gli uomini non si possono permettere di avere, quali  la solitudine, la fragilità, la nostalgia … Oppure, per lui, anche  cantante di tango e impresario di cantanti di bolero, tra gli altri mille lavori che ha fatto nella vita, vuol dire  parlare di cose innominabili, come nella sua famosa poesia:

Tango per Irma la Dolce [4]

È stata qui
scossa dai palpeggiamenti dai pettegolezzi
                                e l'allarme delle sveglie
È stata qui alla fine troppo triste
Le foglie di palma sotto la nuca e i capelli distesi
                           agreste come le fibre del cocco
guardando tutto con semplicità e ammirazione
"si vede che tu sei uno scrittore" mi dice
a voce bassa nella penombra di una stanza con bottiglia di gin
                                               un giradischi
e fiori di plastica di tutti i colori
C'erano lì e non potevano mancare
                                      è chiaro
Sosa Beny Moré Gardel
i classici del tango e del bolero
                                               e gli altri
i Mozart e i Beethoven di sempre
insomma tutto quello che non abbiamo imparato a sentire
ma che sembra veramente
l'unica cosa pulita
                           giusta
per evadere la brutalità degli eventi
Io ero assorto triste cercando di animare
                                               fallacemente
lo spossato sangue delle vene
e lei voluminosa quasi a coprire tutto il letto
                                      meravigliosamente funzionante
grazie a quello che potremmo chiamare la sua bellezza
                                      ossia la sua "verità"
qualcosa fatto di calore –potere –e -forza
                                      uno straripamento
come una cavalla bianca con le sue gambe di dietro
                                                      bene aperte
che diventano argentate e cominciano a brillare
in un scintillio di luci
                           instabile
una fessura di luce nella gelosia
che sale lungo le sue gambe e impone al suo corpo
                                      una lividezza di biada
e tutto tutto quanto perde la certezza e l'eternità
come se la luce potesse davvero inventare
una forma nuova
Ormai la notte è quasi finita
lei ha messo la sua mano sul mio viso e ha detto: "sono una donna stanca"
così caro il suo sguardo che mi sono sentito ammorbidito
                                      senza resistenza
ho voluto farmi avanti spingere la persiana
ammettere la franchezza del giorno
                                      la circontristezza
rompere il miraggio il sortilegio ingannevole
"perché parli così gattina quelle sono cose che dicono
                                le intellettuali nevrotiche"
"lo so ma credimi che parlo assolutamente sul serio"
E poi come la cosa più naturale del mondo
"so che l'errore è in me stessa"
                                chiama "errore" la sua vita
e mi racconta del marito musicista
                                      mafioso
succhiando la trombetta come fosse marijuana
fino all'alba
"no non va bene restare sola tutte le notti non ti credere"
e continuava a parlare mentre s'infilava un reggiseno da soubrette e un reggicalze nero
e diceva "che tremendo" e "che sciocchezza"
come risposta a una domanda conosciuta
                                a un'inquisizione cifrata
"sì credo che questa sia la cosa migliore"
                                               aggiunge
"senza complicazioni né numeri di telefono né lettere d'amore nulla"
"mi piace la vita libera il cambiamento"
                                               dico io
"provo un orrore sacro per le dipendenze
e oramai conosci il mio nome e sai dove abito per cui
                                               si creano legami
e tutto quindi si avvicina alla fine"
E m'invento una storia mediocre
                                profondamente provinciale
o letteraria che potrebbe giudicarsi l'alibi perfetto
ma lei non ha pianto né riso
                                ha fissato un punto davanti a sé
malinconicamente come se avesse visto un abisso
evidentemente non conosceva né Iago né Otello né "Scespier"
e neanche Maupassant
e questa ignoranza la riportava nell'infanzia
                                               dolcemente
"Il mondo va così" concludo
                           come andandomene ormai lontano
in un modo gentile e freddo
e finisco con un fulminante "la gente"...
che è la vaga incerta parola
                                con cui ho decretato
improvvisamente la sua fine
Fuori nella luce tremolante
le case stanno chiuse avvolte in un vapore smerigliato
                                      e ci sono delle imposte
che si aprono come una palpebra e che poi si chiudono
cerco di toccare ancora
il suo ombelico odoroso i suoi piccoli seni stretti ricoperti
                                               da uno scudo
di bottoni e frange
cerco di inventare il gesto l'atteggiamento la parola
che diluisca in un'aria amabile e casuale
                                la tristezza lunga lunga lunga
                                               da pozzo cieco
l'incantesimo morto
Ma bisogna andare non possiamo attendere troppo
si è nascosta dietro gli occhiali scuri
                                      alta lontana ormai andando via
con il suo profumo di ruta -e- sale nelle ascelle sotto il maglione
con la sua carne viva temperata sotto la pelle
                                               con l'amore...
"Chiamami quando vuoi" mi ha detto a mo' di congedo
Sugli alberi con le foglie di lanugine argentata
cominciava un cielo blu - bandiera...
  
            Insomma, versi densi di vita; una vita, però,  che contiene anche dolore e morte.
            Le sue ultime raccolte sono più intimiste e personali, ma l’incontro si è concluso  senza che potessimo parlarne a lungo. Prima di lasciarci, però, mi ha detto qualcosa sulla poesia che mi ha chiarito molte cose:
          “Credo che l'atto poetico, quando avviene, debba consolare il cuore dell'uomo che interroga la realtà in cerca di appigli o quanto meno di un qualche senso che non ritrova a portata di mano. […]Del resto, in questo schematismo del mondo globalizzato, […], in uno staterello in piena violenza che cerca di dare il vertiginoso balzo dalla precarietà alla postmodernità, quale posto può avere questa strana creatura che è il poeta? A mala pena è un paria tollerato, e la sua poesia è quasi un anacronismo: con libri che non si vendono, e in un luogo poi, questa  Atene Sudamericana[5],  in cui il numero dei poeti continua a superare quello dei lettori di poesia”[6] e sembra rimpiangere i tempi delle tertulias[7], quelli di una Bogotà ancora  vivace».
          Ma Rivero, malgrado questi toni di sfiducia, continua a lottare e a pubblicare la sua rivista letteraria e a fare progetti, nonostante la malattia. Insomma, vita, fino in fondo”.

        Quando Raùl bussa alla porta della camera del piccolo hotel, Zoé ha ancora l’accappatoio indosso e i capelli bagnati raccolti in un asciugamano. È un’immagine di fragilità che contrasta con la sua normale sicurezza, sembra appena arrivata da un mondo lontano.
        Lo fa entrare e si scusa di essere in ritardo, si è messa a scrivere e si è  dimenticata del tempo che passava … Non si è scordata dell’appuntamento, ma … Raùl le sorride, avvicinandosi sempre più. Le prende la mano e la guarda con intenzione. È tutto così inaspettato che Zoé riesce solo a mormorare preoccupata: -Potrei essere tua madre... Ma è piacevolmente confusa.
      -Meno male che non lo sei...  - le  mormora Raùl e  l’attira immediatamente a sé stringendola tra le braccia brune.
Zoé non tenta neppure timidamente di resistere e viene completamente travolta dalla gioiosa energia che sprigiona da quel giovane corpo. La lingua di Raùl si fa rapidamente strada nella bocca di Zoé e le sue mani cominciano ad esplorare tra i piccoli seni alla ricerca dei capezzoli induriti.
      Zoé guarderà a lungo, l’indomani, quel corpo bruno e vellutato, quel pazzesco e infantile tatuaggio sul braccio sinistro su cui è appoggiata, scossa lievemente dal ritmo del respiro,  la testa del ragazzo ancora profondamente addormentato e sorridente. Lei sente ancora la pressione delle sue mani sulla pelle, l’ entusiasmo egoista provocato dall’urgenza del desiderio che l’ha soggiogata e il profumo della sua pelle ambrata.   
     Non lo sveglierà per salutarlo. La parentesi a Medellin si è prolungata più del dovuto. Gli ha lasciato un breve messaggio e, stringendo il borsone da viaggio, chiude la porta della camera dopo un ultimo sguardo pieno di tenerezza e stupore. Come un morso a un frutto un po’ acerbo, ma già dolce e succoso.
    
Nella testa, i versi asciutti di Lupe Cotrim Garaude[8] :

Possesso/lei[9]

Innanzitutto il ritmo del tuo corpo.
Tessevi le parole e le tue mani
Stringevano fantasmi fortemente.
Le parole assumevano un aspetto,
un modo d’ essere,
un movimento alterno della stanza.

Il tuo guardare mi percorse tutta
E fui strada, pianura,
distesa d’acqua,
cosa, gente. E lasciai che proseguisse:
un oscuro richiamo ti cercava.
Noi eravamo stranamente un viaggio.

         Il ritorno a Buenos Aires sembra veloce, l’incanto dei paesaggi visti dall’alto è sostituito da un misto di ricordi e aspettative.
        E finalmente Gordon. Gordon che parla di poesie d’amore, Gordon circondato dagli altri addetti del British, Gordon un po’ stanco e con il volto segnato, dai modi un po’ distaccati e con il pensiero altrove.
        - …  il mio intervento conclude, invece di iniziare come era programmato, questa presentazione delle attività di quest’anno, ma spero comunque ….
      Gordon che, dopo l’incontro, quando finalmente si avvicina, la guarda a lungo e poi si incupisce:  -Ti conosco da tanto, eppure così poco ...No, non è il momento giusto. Poi, ti spiegherò. Sono preoccupato e distratto ... e anche tu.
Una doccia fredda, un colpo allo stomaco. Zoé si sente vagamente in colpa, ma anche consapevolmente innamorata. Di lui.
       - Gordon, io ...
       -No, Zoé, ti prego. È andata così. Ora è tardi e, domani mattina, ripartiamo. Ti sei dimenticata? Domani mattina, all’aeroporto, alle dieci.
       Anche il viaggio, alla fine, non sarà un momento da passare insieme. Partiranno su due voli diversi, verso due destinazioni diverse. Parigi e Londra. Anche se più o meno alla stessa ora.


[1] Mario Rivero, poeta, giornalista, cantante di tanghi, impresario di corride e critico d’arte colombiano, nasce a  Envigado, Antioquia, nel 1935 e muore a Bogotà nel 2009. Fondò la rivista di poesia “Golpe de Dados”nel 1972 . Quando pubblicò i suoi Poemas Urbanos, nel 1963, rivoluzionò la poesia del suo paese.
[2] Mario Rivero,  “La luna e Nuova York“(Poemas Urbanos), in Poesie d’amore per un anno, Einaudi, 2003; a cura di Guido Davico Bonino.
[3] Mario Rivero, “Una piccola storia”, da Baladas, 1969-1985; traduzione di Martha Canfield, www.filidaquilone.it/num005canfield.html
[4] Mario Rivero, “Tango per Irma la dolce”, da Baladas, 1969-1985; traduzione di Martha Canfield, www.filidaquilone.it/num005canfield.html

[5]  Così è stata chiamata la città di Bogotà per la sua proverbiale vocazione intellettuale.
[6] Cfr. Intervista di Martha Canfield con Mario Rivero su ‘La Candelaria’, Bogotà, gennaio 2007.
[7] Con il termine spagnolo tertulia si indica la riunione di persone che periodicamente si incontrano  in un determinato posto, per lo più in un caffè, per conversare e discorrere di argomenti di interesse comune. 
[8] Maria José Lupe Cotrim Garaude Gianotti nasce a São Paulo nel 1933. Docente di Estetica alla Escola  de Communicações  e Artes dell’università di San Paolo. Muore nel 1970.
[9] Lupe Cotrim Garaude,”Possesso/lei”, dalla settima raccolta di Lupe Cotrim Garaude, Poemas ao outro (”Poemi all’autunno”), 1969, premio Governador do Estado, ottobre 1969; in Poesia del Brasile d’oggi, di Salvatore D’Anna, 1970, editrice i. l. a.Palma, Renzo Mazzone editore, Palermo, Italia-São Paulo, Brazil.

lunedì 17 dicembre 2018

"Una piccola storia latino-americana" , cap.8 (1) di '365 poesie per una storia d'amore" di Bruni-Nicchiarelli, 2014


8. ‘UNA PICCOLA STORIA’[1] LATINO-AMERICANA 

  


         Dopo aver finalmente parlato con Gordon  e aver scoperto che potrà raggiungerla solo tra qualche giorno, Zoé ha deciso, infine, di anticipare la sua andata a Medellin, approfittando anche del fatto che il giovane Crespo Montes  aveva già in agenda una scappata al festival e si è offerto di accompagnarla. Ora, sul piccolo aereo diretto a Nord, seduta accanto a Raùl, Zoé cerca di rubare qualche immagine dell’immenso continente, ma i larghi bacini d’acqua, il verde fitto, le ragnatele di fiumi e il grigio marrone dei monti scompaiono dopo  un po’ sotto strati di nubi sfilacciate.
Lui parla di Medellin come è ora, le dice quanto è cambiata dagli anni ‘90, gli stessi anni in cui è  nato il Festival Internacional de Poesia. -Le sembrerà strano, ma poesia e violenza coesistono in Colombia … O meglio, l’amore per la poesia è per noi un modo per superare la violenza, per vincerla … una Resistenza spirituale.  Zoé racconta cosa ha visto nel suo unico giorno da turista a Buenos Aires e confessa di essere rimasta colpita dalla visita al Museo della Memoria. -… Era tra i luoghi della sua lista … pensa che sia importante anche per chi non è Argentino?- chiede Zoé.
-Sì, serve per dire a noi e a tutto il mondo: Nunca màs! È un modo di riappropriarci dei ricordi, se pure laceranti, contro la volontà di cancellare tutto, come se non fosse successo niente.. Ma il passato non scompare mai, la verità riaffiora sempre. Sono molti tra noi quelli che hanno avuto un desaparecido in famiglia o tra gli amici oppure tra amici o parenti di amici ….  È una ferita ancora aperta. Per tutti noi Latino-Americani la morte è una presenza costante.
            Medellin è la metropoli della Eterna Primavera, riparata come è dalle Ande. Superata l’enorme periferia, arrivarci vuol dire passare attraverso grandi parchi e piazze, difesi dalle placide gordas di bronzo di Fernando Botero[2],  bianche case coloniali imbiancate a calce con i decori in legno e, per le viuzze del centro, una folla di meticci, afro - colombiani, bianchi e indios. Una città che non è più il quartier generale del narcotraffico in Colombia, ma che ha sviluppato una sua inclinazione culturale tra festival di jazz, di salsa, di tango e di poesia, e una Rumba[3] da far invidia alle grandi città del mondo.
          -Chiudi gli occhi e senti il vento- le ha detto Raùl prima di entrare in albergo.
         Lei avverte soprattutto un forte odore di caffè. E, dopo un infuso rigenerante di mate, è  con grande curiosità che si avvierà più tardi con Raùl all’apertura del festival.
         Il festival è dedicato al grande  poeta brasiliano Murilo Monteiro Mendes[4]. In realtà, si tratta di una sezione straordinaria del Festival Internacional de Poesia che, di solito,  si svolge qui a Medellin a luglio. Un ricordo del poeta e un confronto con la poesia latino- americana contemporanea è il tema dell’incontro che, anche se non ha raccolto la folla oceanica del festival estivo, ha un pubblico locale nutrito ed entusiasta. -Niente in confronto a Luglio, ma l’idea è la stessa: far dialogare i poeti e le tradizioni dei diversi paesi e incoraggiare lo scambio di esperienze, opinioni e progetti, e un desiderio di pace e di rinascita; solo che, stavolta, ci sono solo i nostri poeti. Bene, buon Medellin, allora!! 
          Nel filmato- documentario, ricco di interviste a critici e amici, che precede gli interventi degli altri poeti e la lettura dei testi, si ripercorre la vita del grande Mendes;  vi si descrive la  complessa personalità, la  ricerca continua, arricchita dal  rapporto con altri paesi e altre lingue. Riscoprire Mendes – viene sottolineato- vuol dire comprendere e rileggere il Brasile come un luogo ricco di contraddizioni e non solo patria di samba, mulatte e carnevale. Invece del cliché , Mendes ha offerto piuttosto un’immagine di Brasile fiero di sé anche se contraddittorio:
Laggiù[5]
Laggiù
Dove la polizia serve ad arare i campi,
laggiù
dove nessuno cresce  né diminuisce
laggiù
dove le navi da guerra dormono nelle bottiglie,
laggiù
dove Oriente e Occidente
dialogano affacciati alla finestra,
laggiù
dove ciascuno
ha il suo pane, la sua donna e la sua pace,
laggiù
dove le cantilene antiche muovono il fiume,
laggiù
dove si uniscono la forma, la parola e l’energia,
 laggiù
dove Dio cammina con piedi d’ombra,
laggiù
dove la morte dice: “Voglio nascere”.

        Eppure,  in un altro dei componimenti  letti,  quanta musica e poesia brasiliana nel ritratto di donna che, moderna Beatrice, con il suo incedere lungo i marciapiedi fa innamorare di sé anche i grattacieli:
Marianna[6]   
Secondo l’anagrafe
Marianna è nata a N. York
Città creata apposta per lei:

i grattacieli tremano sospirano
quando lei cammina sui marciapiedi.

Marianna gira il mondo con una Leica
Sua segretaria e confidente
Che l’aiuta a separare la luce dalle tenebre.

Marianna è solo una meteora:
viene a salutarmi ogni tanto
dopo avermi telefonato
da Parigi/Santorini/Tokyo/Saturno.

Marianna arriva
Discorre di fotografia/musica/balletti,
di poesia nordamericana:

“...I’m waiting for someone
To really discover America[7]

I’m waiting
 To see God on television
Piped unto church altars. ”[8]

Ha il loplop[9] della semplicità
Viso ovale ovvero quasi ovale
Occhi
attirants comme  ceux d’un portrait”[10]
Sorriso in sol maggiore
Sorriso in sol maggiore
Che ipnotizza le dalie
Gesti farfalleggianti
Disinvoltura di chi danza o nuota.
Più vicina   alla barca
Che all’automobile.

Stella ignota al telescopio di Palomar
Marianna sparisce.
Al suo ritorno
Mi ritroverà più oppresso di prima:
c’è la rivoluzione mondiale
c’è lei.

              Marianna è la donna moderna che ruba la realtà con la sua macchina fotografica e in tal modo cerca di capire il mondo. Viaggia e ritorna per breve tempo; è  “una meteora” difficile da afferrare, una scarica di energia, dai mille interessi e curiosità. Anche la sua bellezza è inafferrabile, con la sua mancanza di perfezione  e la caleidoscopica vivacità, con quel suo fluttuare via e scomparire. Il vecchio poeta vede in lei il Grande Cambiamento del mondo. L’Eros per Mendes è caos, disordine che contrasta l’ordine del mondo, forse per tornare ad una unità primordiale.
[...]



[1] Titolo di una poesia di Mario Rivero.
[2] Pittore e scultore colombiano, nato a Medellin nel 1932; le gordas sono sculture di donne dalle forme opulente.
[3] Vita notturna.
[4] Il poeta Murilo Monteiro Mendes, uno dei massimi esponenti del modernismo brasiliano, nasce a Juiz de Fora nel 1901. Dal 1957 fu professore di Letteratura Brasiliana all’Università di Roma. Dal modernismo della sua produzione giovanile, attraverso lo sperimentalismo visionario del surrealismo brasileiro,  poi interrotto da una fase di poesia mistico-religiosa, giunse alla sperimentazione di poesia concreta nella sua produzione più matura. Muore a Lisbona  nel 1975.
[5] Murilo Mendes, “Laggiù”, da “Parole e Libertà”, a cura di Ruggero Jacobbi, Sansoni, 1971.
[6]  Murilo Monteiro Mendes, Marianna” in “Ipotesi”, Zona Editrice, Roma 2004.
[7] ‘ … aspetto che qualcuno/ scopra davvero l’America’ ; trad. I. Nicchiarelli.
[8] ‘ aspetto/ di vedere Dio alla TV/  trasmesso (come musica) sugli altari di una chiesa’, trad. I.Nicchiarelli.
[9]  Bizzarria. Il termine usato dal poeta si riferisce al ‘Loplop’, nome di uno strano uccello creato dalla fantasia  dell’artista surrealista, Max Ernst, e da lui usato come suo alter-ego, narratore e commentatore nei suoi scritti e nei suoi lavori pittorici.
[10]  ‘attraenti come quelli di un ritratto’, trad. M.G.Bruni.

argentina folk music


argentina folk music

"Una piccola storia latino-americana" , cap.8 (2) da '365 poesie dal mondo per una storia d'amore" di Bruni-Nicchiarelli, 2014


8 [...]
Alla fine dell’ intervallo dopo il documentario, un grande applauso accoglie l’arrivo del grande vecchio della Poesia Latino-Americana:  Juan Gelman[1]. Lui, l’amato poeta argentino, l’ex-militante della sinistra peronista in esilio dal 1975[2], che ha sempre dichiarato che “ Scrivere poesia è interrogarsi sulla realtà … senza timori ”  e creduto nella poesia come memoria, come vittoria sull’orrore del dimenticare, come modo di riempire il vuoto creato dalla violenza.
              Con la sua voce calda, comincia a leggere i suoi versi e tutti lo ascoltano commossi:
Poesia [3]                               
Giovedì trascorso nell’atmosfera amica
della tua conversazione. Sulla tovaglia,
i dolci piatti, il coltello all’erta,
la voglia di mangiare.

La voglia pure di chiacchierare un po’,
di tutto, di ogni cosa, di niente.
Di piangere per via della cipolla
e di ridere giusto sul cucchiaio.

Le tue mani abili, tiepide di ortaggi,
ed il grembiule che si rovina sempre
in quel punto, che rabbia!
Il pane è aumentato ancora, eh? Come faremo!

Come faremo, mia sposa, come faremo a
toccare l’aria di questo semplice giovedì!
Guardarci il petto, scandalo della vita!
Udire nel tuo ventre come cresce nostro figlio!

E tutto il resto, lo sistemeremo.

            Tutto è amorevole e bello in questo semplice giovedì, in cui tra odori di cucina, lessico familiare, preoccupazioni e speranze, tutto sembra normale. La vita prepotentemente batte sotto il petto e si moltiplica nel ventre della sposa. Ma qualcosa non torna: “il coltello all’erta” sulla tovaglia, il  “ridere giusto sul cucchiaio”, “il grembiule che si rovina sempre” e il prezzo del pane che aumenta. Forse con un po’ di pazienza … ma non si può cancellare il resto! Ci sono parole e silenzi, e in quei silenzi il non detto riaffiora, sguscia tra le parole, apparentemente allegre e leggere. La rabbia è solo un ritornello inutile e senza forza, e la pazienza invocata solo un tentativo di oblio.
           Un giovedì - e tutto il pubblico che sta ascoltando il poeta pensa ad altri terribili giovedì, quelli  in cui a Buenos Aires le Madri de la Plaza de Mayo, con i loro fazzoletti bianchi, marciavano intorno al palazzo del governo per chiedere il ritorno dei desaparecidos; tutti pensano anche alla tragica storia personale di Juan Gelman, anche lui vittima della dittatura, anche lui infaticabile nella ricerca della verità. Tutti ricordano la scomparsa  del suo giovane figlio e della nuora incinta, rapiti e assassinati per colpire il poeta che, accusato di attività antigovernative, si era rifugiato in Italia per sfuggire alla polizia argentina.[4]
           Malgrado la vita segnata dalla sofferenza e dai  lutti, però, quella di Gelman  non è mai una poesia appesantita dall’ ideologia; è, al contrario, come quella che Zoé ha appena ascoltato, una poesia che  procede ritmata, con versi spezzati dalle cesure, ripetizioni di parole, quasi che il poeta voglia fissare i ricordi, come per non dimenticare. Lo stesso ritmo spezzato che lei può riudire in altri suoi componimenti.
          Come, per esempio, “donne”. È la sua patria, l’Argentina, ferita dalla dittature e dal disastro degli anni che poi seguirono, la donna-mille- donne dei versi che Zoé ora ascolta?
donne[5]
dire che quella donna era due donne è dire pochino
doveva averne 12 397 di donne nella sua donna/
era difficile sapere con chi si trattava
in quel popolo di donne/ esempio:
giacevamo in un letto d’amore/
lei era un’alba di alghe fosforescenti/
quando feci per abbracciarla
si trasformò in singapore piena di cani che urlavano/ ricordo
quando apparve avvolta di rose di aghadir/
pareva una costellazione in terra/
pareva che la croce del sud fosse discesa a terra /
quella donna brillava come la luna della sua voce destra/

come il sole che tramontava nella sua voce/
sulle rose c’erano scritti tutti i nomi di quella donna meno uno/
e quando si voltò,/ la sua nuca era il piano economico/
aveva migliaia di cifre e il bilancio delle morti favorevole alla dittatura militare/
non si sapeva mai dove andava a parare quella donna/
io ero leggermente sconcertato / una notte
le picchiai sulla spalla per vedere con chi mi trovavo
e vidi nei suoi occhi deserti un cammello / a volte
quella donna era la banda municipale del mio paese /
suonava dolci Walzer finché il trombone incominciava a stonare /
e tutti stonavano con lui /
quella donna aveva la memoria stonata/
tu potevi amarla fino al delirio /
farle crescere giorni dal sesso tremante/
farla volare come uccellino di lenzuola /
il giorno dopo si svegliava parlando di malevic /
la memoria le andava come un orologio rabbioso /
alle tre del pomeriggio si ricordava del mulo
che le aveva preso a calci l’infanzia in una notte dell’essere /
donava molto quella donna ed era una banda municipale
la divoravano tutti i fantasmi che poté
alimentare con le sue mille donne /
ed era una banda municipale stonata
allontanandosi fra le ombre della piazzetta del mio paese /
io / compagni / una notte come questa che
ci impregnano i volti che forse moriamo /
montai sul piccolo cammello che nei suoi occhi aspettava
e me ne andai nelle tiepide sponde di quella donna /
zitto come un bambino sotto gli avvoltoi grassi
che mi mangiano tutto / meno il pensiero
di quando lei si riuniva come un ramo
di dolcezza e lo lanciava nella sera

            L’amore, l’eros come passione violenta fagocitante di amanti-erinni che si divorano, si lacerano e si bruciano nel loro incontrarsi, diventa invocazione, desiderio urlato in solitudine in questa sua  bella
Poesia Preghiera[6]
Abitami, penetra in me.
Che sia uno il tuo sangue col mio.
Entri la tua bocca nella mia.
Il tuo cuore ingrandisca il mio fino a scoppiare.
Straziami.
Cadi  intera nelle mie viscere.
Vadano le tue mani nelle mie mani.
Camminino i tuoi piedi nei miei piedi, i tuoi piedi.
Ardi in me, ardimi.
Colmami della tua dolcezza.
Che la tua saliva bagni il mio palato.
Sii  in me come è il legno nel ramoscello.
Che non resisto più così, con questa sete
che mi brucia.
Con questa sete che mi brucia.
La solitudine, i suoi corvi, i suoi cani, i suoi brandelli.

O ancora:
La Vittoria [7]
[….]

dopo aver amato
il tuo ventre illumina ancora l’oscurità
la stanchezza
la notte rifugiata nella stanza
il silenzio ha tremato per noi
come i piedi scalzi di quest’inverno di poveri
rimangono ancora tra le tue braccia
volti d’amore abbandonati
dopo aver amato
regrediamo al fuoco, alla furia
all’ingiustizia
nella città che geme come pazza
l’amore conta pian piano
gli uccelli morti contro il freddo
le carceri, i baci, la solitudine
i giorni che mancano
per la rivoluzione

Infine, Gelman ricorda con alcuni  versi Javier Heraud[8], il giovane poeta guerrigliero peruviano:
          -... Noi tutti amiamo la poesia – aggiunge-  e io credo che la poesia aiuti a coltivare l’amore per la vita, nasce dal dolore, ma aiuta a liberarcene; però  Javier Heraud  ha detto qualcosa in più, una cosa bellissima. Questa: ‘ […] E la poesia è / un lampo meraviglioso, una pioggia di parole silenziose / un bosco di battiti e di speranze…/ …E la poesia è allora, / l’amore, la morte, / la redenzione dell’uomo.’[9]Come tutti i Peruviani sapeva che la vita è soprattutto lotta.
         -È così  coinvolgente … e tutti ascoltano rapiti, partecipi. -  riesce a dire Zoé tra gli applausi che salutano il vecchio poeta. -Mi sembra come se tutta questa gente,  in questo teatro gremito, desideri essere quasi nutrita dalla poesia. Lì seduti, li vedo battere le mani, pensare, ascoltare e sperare. È un’esperienza profondamente vera.   Raùl le prende la mano e la guarda sorridendo:-Sai, qui l’amore per la letteratura, ma soprattutto per la poesia è diffusa come la passione per il calcio. Mario Rivero ha detto che per lui è:”..l’unica cosa pulita/ giusta/ per evadere la brutalità degli eventi/..”. - Ma non è evasione, c’è sempre impegno. Sì, penso che anche la poesia più leggera ci sveli qualcosa.
         -Io … non so, tutto questo sentire così forte, senza mediazioni. La natura, le passioni, i sensi sempre allertati, l’orrore e la violenza. Mi sembra come se provassi tutto insieme per la prima volta. È una ubriacatura di sensazioni.-  conclude Zoé mentre tornano in albergo.
         Anche a cena, poi, continuano a parlare e Raùl le racconta di sé.
        ‘È bello, così giovane e pieno di entusiasmo … Cerca di distrarmi e gliene sono grata.’- pensa Zoé mentre guarda ogni tanto il cellulare, sperando nell’arrivo di qualche messaggio.
         Ascolta Raùl e pensa che le comunicazioni con Gordon sono state brevi in questi giorni, e quelle poche sapevano di depressione e nervosismo. Intanto,  il cellulare tace, continua a non dar segni di vita.
[...]



[1] Juan Gelman nasce a Buenos Aires nel 1930; scrittore, poeta e giornalista argentino. Premio Cervantes 2007 e traduttore all’UNESCO. Nel 1975 lascia l’Argentina, in esilio prima volontario poi forzato. Da allora ha passato un lungo periodo a Roma, spostandosi successivamente in varie parti del mondo.  Ha poi vissuto a lungo in Messico, dove è morto il 14 gennaio 2014.
[2] Anno del colpo di stato del generale Videla.
[3] Juan Gelman, “Poesia”, per gentile concessione della Redazione italiana di www.juangelman.net ;traduzione inedita di Laura Branchini.
[4] Nel gennaio del 1990 furono identificati i resti del figlio Marcelo, ucciso a venti anni con un colpo alla nuca. Anche la nuora, allora incinta, era scomparsa; fu fatta partorire e poi portata con la bambina in Uruguay. La bimba, Maria Macarena, fu  affidata ad una famiglia di Montevideo. J. Gelman non smise mai di cercare la nipotina. Dopo una ricerca durata 23 anni, fu infine da lui ritrovata nel 2000.
[5] Juan Gelman, “donne” in “Doveri dell’esilio”, interlinea edizioni, 2006; traduzioni di Laura Branchini.
[6]Juan Gelman, “Poesia-preghiera”, per gentile concessione della Redazione italiana di www.juangelman.net;traduzione inedita di Laura Branchini, per gentile concessione.
[7] Juan Gelman,”La Vittoria”, da Gotàn,Guanda, 1980 (fuori catalogo); traduzione di Antonella Fabriani.
[8] Javier Heraud nasce a Lima nel 1942 e muore nel 1963, combattendo come militante del FLN, Fronte di Liberazione Nazionale del Perù, nei pressi di Puerto Maldonado, presso il Rio Madre de Diòs, al confine tra Bolivia e Perù. Le poesie di J. Heraud furono scoperte e alcune di loro tradotte in italiano dal poeta Antonio Porta negli anni 70.
[9]Javier Heraud, da “Parole Silenziose”, in “Poemas de Rodrigo Machado”, Madrid 1961- LaHabana 1963; Trad. di Cesare Sangalli, in  http://www.altrevoci.it/reportages34.html