venerdì 12 febbraio 2016
A proposito di The Hateful Eight di Q.Tarantino
A proposito di The Hateful Eight di Q.Tarantino, ho letto su Nazione Indiana:
http://www.nazioneindiana.com/2016/02/05/the-hateful-eight-quentin-perche-hai-tagliato-la-parte-di-ceaser-the-cat/?pk_campaign=feed&pk_kwd=the-hateful-eight-quentin-perche-hai-tagliato-la-parte-di-ceaser-the-cat&utm_source=Nazione+Indiana+newsletter&utm_campaign=8cf166f711-RSS_EMAIL_CAMPAIGN&utm_medium=email&utm_term=0_47a12c4aae-8cf166f711-159855065
mercoledì 27 gennaio 2016
GLI STRATI DELLA MEMORIA, da "In fuga"(1996) di Anne Michaels
"Durante la seconda Guerra Mondiale, innumerevoli manoscritti- diari, memorie, testimonianze oculari-furono distrutti o andarono perduti. alcuni di questi documenti furono nascosti di proposito - sepolti in cortile, infilati dentro un muro o sotto il pavimento- da persone che non sopravvissero per recuperarli.
Altre storie rimangono celate nella memoria, e non sono state scritte né raccontate a voce. Altre ancora vengono ritrovate soltanto per caso.
[...]"
da Anne Michaels, In Fuga, Giunti, 2001; traduz. Roberto Serrai e Nota Critica di Francesca Romana Paci; pag.9.
"L'ombra del passato è formata da tutto quello che non è mai successo. Invisibile, squaglia il presente come la pioggia col calcare. Una biografia del desiderio e della nostalgia. Ci guida come un campo magnetico, una forza che torce lo spirito. E' per questo che si resta turbati per un odore, una parola, un posto, per la fotografia di una montagna di scarpe. Per l'amore che chiude la bocca prima di gridare un nome.
Non ho assistito ai fatti salienti della mia vita. La parte più intima della mia storia deve essere raccontata da un cieco, un prigioniero del rumore. da dietro un muro, da sotto terra. dall'angolo di una casupola su un'isoletta che sporge come un osso dalla pelle del mare.
[...]
da Anne Michaels, op. cit., Prima parte, I portatori di pietre, pag, 21.
lunedì 25 gennaio 2016
SETTIMANA DELLA MEMORIA: L'ULTIMA RISATA di Antonella Ottai (27 gennaio 2016)
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TEATRO
Ubicazione:Roma, Italy
Roma, Italia
domenica 24 gennaio 2016
LA MEMORIA LA POESIA. Poeti e scrittori per la Settimana della Memoria. 26 gennaio 2016
LA MEMORIA LA POESIAPoeti e scrittori per la Settimana della MemoriaCASA DELLA MEMORIA E DELLA STORIAVia di S. Francesco di Sales, 5, 00165 RomaPoeti e scrittori dedicano un brano letto dagli stessi autori.Un pomeriggio dedicato alla Poesia affinché questa letteratura estremamente sensibilepossa risvegliare e promuovere attraverso la parola un periodo di storia da non dimenticare.La Memoria ricorda e diviene attiva.Un tema che condiziona anche la nostra storia contemporanea e l’umanità intera.Presentazione di apertura di Bianca Cimiotta Lami e Simone CarellaCoordina gli interventi Dario EvolaPartecipanoFulvio Abbate, Luca Archibugi, Tomaso Binga/Bianca Menna, Maria Grazia Calandrone,Marco Caporali, Elisa Davoglio, Roberto Deidier,Marco Giovenale, Carla Guidi,Jolanda Insana, Valerio Magrelli, Dacia Maraini,Marco Palladini, Elio Pecora,Cetta Petrollo Pagliarani, Roberto Piperno,Filippo Senatore,Marcia Theophilo, Sara Ventroni, Michele Zaffarano.Iniziativa promossa dalla FIAP Federazione Italiana Associazioni Partigianea cura di Simone Carella (Poetitaly) eBianca Cimiotta Lami (FIAP)Con la speciale partecipazione del M° Marco Lo Russo aka Rouge che eseguirà per l’occasione, alla fisarmonica, composizioni originali in stile Klezmer, brani della tradizione ebraica rivisitati e celebri colonne sonore di pellicole cinematografiche che hanno narrato la memoria.
martedì 19 gennaio 2016
SOLE NERO (seconda parte) di isabnic
SOLE NERO (prima parte): http://gogosafecrash.blogspot.com/2016/01/sole-nero-prima-parte-di-isabnic-2015.html
SOLE NERO (seconda parte)
[...]
Ripresi a suonare. Le note di Mara no more che stavo improvvisando si
allungavano piene di dolore. Mi sentivo solo, ero solo. Chissà Mara ormai
dov’era. Scomparsa con tutte le sue parole. Ora però il silenzio era troppo e
mi pareva di sentire perfino l’eco dei miei pensieri. Mara no more… dark loneliness vibrating… ‘long my baaackbone. Mi sarebbe piaciuto se quella creatura tremante,
lì dietro al divano, si fosse fermata, se soltanto mi avesse risposto. Chissà
chi mai poteva essere e perché era tanto spaventata. Mara no more… staring and staring downthere/ blacKberry lips ‘mid
rotten leaves… Forse avrei dovuto imporre il mio aiuto, ma non me ne aveva
dato il tempo. Comunque, basta! Sarei tornato in città prima del previsto. Era
inutile rimanere ancora. Neanche la solitudine aveva funzionato. Non avevo più
idee, avevo perso le parole, le immagini e i suoni che avrei voluto narrare stavano lì ammutoliti
come sotto una colata di cemento. Tutto
inutile. Avrei restituito le chiavi alla padrona di casa. Per un po’ avevo
creduto che in quello spazio avrei potuto riprendere a scrivere, ma tutto
inutile, ormai. Una fontana asciutta. Avrei cominciato subito i preparativi per
il rientro. Dove? L’avrei deciso l’indomani.
Sentii un grido venire dalla
parte del bosco. No, forse doveva trattarsi di un richiamo, un verso d’uccello,
uno dei tanti che mi sarebbe piaciuto riconoscere, avevo pensato. Poi delle
voci, dei latrati ancora lontani… Forse cacciatori poco mattutini, al ritorno
da una spedizione.
Stavolta, però, smisi di suonare
perché subito dopo dei colpi secchi alla porta tra un abbaiare di cani che si
era fatto sempre più vicino sembravano richiedere una risposta immediata. Aprii
e davanti a me si materializzarono tre guardie forestali tra un cinque-sei cani
che saltavano, e abbaiando quasi all’unisono tendevano caparbi i guinzagli che
li tenevano legati agli uomini.
- - Buongiorno! … (buoni!) Mi scusi, parliamo con il
signor Frassi? (Giù, Rocky!) Abbiamo visto il suo nome al cancello.
- - Mi dispiace, sono solo l’inquilino. Credo che il
signor.. anzi la signora Frassi viva in città. Ho affittato lo chalet per
questo mese.
- - Lei è il signor…?
- - Ubaldi. Mirko Ubaldi. Ma… ?
Mi guardai le
mani. Rosse. Dovevano essere state le more. Avevano lasciato tracce anche sul
metallo lucido del sax. Si, le more avevano macchiato tutto. Mi accorsi che i
forestali posarono -nello stesso momento- lo
sguardo sulle mie mani, sulla camicia, le scarpe, e infine mi fissarono in
volto quasi ammutoliti. Dovevano anche aver visto qualcosa dentro casa. Uno dei
tre scandendo le parole disse: - Signor Ubaldi, c’è un corpo di donna tra la
siepe di bordura e la rete di recinzione del suo giardino. Un corpo senza vita,
graffiato dai rovi. L’hanno trovato i
cani. È in... Abbiamo già allertato la polizia che sta arrivando. Magari
un paio di noi possono entrare a parlare un po’ con lei… Possiamo anche rimanere
qui all’ingresso. Non si preoccupi.
Non so cosa
sia successo dopo, signor Giudice. Devo essere svenuto e mi sono ritrovato dopo
un po’ di tempo altrove, tra gente sconosciuta e vestita di bianco. Ora eccomi
qui. Crede che mi permetteranno di riavere il mio sax?
(isabnic2015)
domenica 17 gennaio 2016
SOLE NERO (prima parte) di isabnic 2015
SOLE NERO
Avevo sentito un brivido corrermi
giù per la schiena. Era molto presto e l’umidità che saliva dal terreno della
macchia ci aveva inzuppato pian piano le scarpe. Eravamo ancora in cima al poggio, ma ormai deluso avevo abbandonato
ogni tentativo di vedere qualcosa. Ancora tempo perso, sottratto al mio lavoro,
avevo pensato. Doveva essere una delle tante leggende metropolitane l’idea
di usare le lastre delle radiografie, mi ero detto. Lei aveva insistito, querula,
con quella voce che un tempo avevo amato, ma tutto quello che eravamo riusciti a scorgere erano soltanto ombre
grigiastre, sfumature opache di grigio malato, mentre gli animali nel bosco lì
intorno tacevano quasi sconcertati da quel buio inaspettato e improvviso. Come
in attesa, in attesa di chissà che. E ancora la sua voce inutile, che feriva
quel silenzio. Se solo tacesse per un po’, avevo pensato stringendole il polso.
Tutto mi pareva sospeso, quasi un cristallo leggero che un piccolo rumore
avrebbe potuto infrangere. Era un’eclissi di sole e il mondo era come sottosopra.
Deliquium solis, ecco come si chiamava! È il sole che ci abbandona,
ci lascia nella notte, ciechi, soli. Dio è morto e l’eclisse nasconde tutti i
delitti, i nostri segreti mostruosi. Sapevo che in quei minuti nulla può essere
più normale, e me lo ero ripetuto come un mantra, quasi per farmi coraggio. Proprio
allora mi era tornata in mente la voce di mia nonna quando bambino avevo
assistito a quello stesso fenomeno: - Ecco!
Questo è il Sole nero, segno di collera divina, presagio di sventure- aveva detto a me e ai miei cugini- Su!
battiamo le mani, bambini, facciamo rumore, scacciamo i demoni dell’oscurità! E
ci sembrò a tutti un prodigio, perché dopo un po’ tutto tornò come sempre.
Quella mattina dell’ultima
eclisse… Non ricordo quanto rimasi lassù con Mara, ma eravamo infreddoliti e volevamo qualcosa di
caldo da metterci addosso. Tornammo indietro con la solita colonna sonora di
recriminazioni. “Se solo tu… eh, già! come al solito… Ma possibile che mai una
volta… Sempre lo stesso!”, ma non era così. Non almeno quella volta. Sapevo
esattamente cosa volevo fare della mia vita e di noi due. Mai era stato tutto così
chiaro come in quel momento e glielo avrei detto poco dopo. Le more raccolte e da
congelare avrebbero aspettato un po’. Inciampavamo ma la luce traballante della
torcia ci portò a casa.
Il sole sarebbe tornato a risplendere
poco dopo, indifferente, e avrebbe continuato così chissà per quanto. E
allora, suoniamo!, mi ero detto. Avevo preso il sax e mi ero messo a
suonare. Stringevo l’ancia, lunghi respiri, note straziate che nascevano in
testa per poi tornarvi avvitandosi nelle orecchie. Mi sembrò quasi di poter
riassaporare quella pace che avevo sentito dentro tanti anni prima in campagna dalla nonna e i cugini. …Intrecci di luce tremula e voci infantili
lontane, la macchia lì intorno che sapeva di sangue e di terra. Anche allora,
ma non inciampavo sulle radici che strisciavano sotto il viottolo, come vene
segrete che spezzavano il terreno.
Ripensai alla piccola Mara che quel
giorno era stata la prima a sbucare nella radura odorosa di finocchio
selvatico, a uscire dal fitto del bosco e trovarsi inondata dal sole, a
scoprire quell’unica siepe illibata, carica di more. Se ne riempiva le mani e
la bocca e intanto mi chiamava per condividere il tesoro appena scovato. Fu lì dietro che scoprimmo la carcassa di un
riccio ancora coperta da voraci formiche. Sarebbe stato il nostro segreto…
Sempre quel giorno… o doveva
essere forse qualche tempo dopo, non sono sicuro, stavo suonando da un po’ quando
… Ignoro quando fosse entrata. Me ne accorsi all’improvviso. Gli occhi sembravano quelli di un cerbiatto
spaventato, e stava li accucciata al lato del divano. Ansava tremante, quasi
stremata da una lunga corsa. Una ragazzina piena di graffi in viso, i capelli
corti quasi un velluto, la bocca che fremeva come nello sforzo di voler dire
qualcosa. Avevo il sax appeso al collo e appoggiato al petto, con le mani che
appena lo sfioravano, insomma, un’ ancora di salvezza in quel momento, mentre
il cuore batteva selvaggio. Strano, mi ero detto, dovevo aver lasciato la porta
aperta quando ero rientrato.
“Chi sei? Che ci fai qui?” La
voce era un po’ roca, ma provai a addolcirla:” No, non aver paura… Puoi
restare. Sei ferita? Ti stanno cercando? Ma come… ?”
Allungai la mano per aiutarla ad
alzarsi, ma quella scomparve all’improvviso saltando su come una molla e
rotolando verso l’uscita. Le scie rosse sul pavimento dovevano essere le more
che aveva schiacciato fuggendo via. (continua)
isabnic2015
martedì 12 gennaio 2016
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