giovedì 3 ottobre 2013

IN MEMORIA DI CHI FUGGE PER CONTINUARE A VIVERE


 Full fathom five thy father lies;
              Of his bones are coral made;
    Those are pearls that were his eyes:
              Nothing of him that doth fade,
    But doth suffer a sea-change
    Into something rich and strange.
    Sea-nymphs hourly ring his knell:
                              Ding-dong.
    Hark! now I hear them—Ding-dong, bell.
 
(Ariel's song from The tempest, 2nd stanza)

lunedì 12 agosto 2013

STELLE CADENTI di Ibis Kan



Ho paura che non ne vedrò neanche una, troppe luci in città.
Salirò sul terrazzo lassù per sentirmi più vicino, ma non ne vedrò nessuna.
Urlerò lo stesso un paio di desideri, se posso.

Non voglio più sentirmi in colpa per
un ragazzino che si uccide perché si era accorto che il suo amore non era regolare e
nessuno voleva saperlo.

Non mi piace che l'acido muriatico lasci segni sull'asfalto quando la luce è incerta e
divori volti di donne che avevano
deciso di camminare da sole.

Mi ripugna continuare a fare il bagno al mare tra lividi corpi in fuga dalle guerre
avvinti alle alghe e trascinati a fondo o pietosamente coperti sulla riva da teli d'argento.

Non sopporto che una donna nera
continui a essere offesa
dal riso sguaiato di ignoranti violenti,
egoisti inconcludenti e capipopolo senza seguito.

E se stasera non ne vedrò cadere neanche una,
continuerò a urlarlo puntando gli occhi in alto
e frugando attento nel cielo grigiastro.
 

domenica 11 agosto 2013

NIENTE DA FARE di Samuel Beckett


- Niente da fare.
- Comincio a crederlo anch'io. Ho resistito a lungo a questo pensiero; mi dicevo: Vladimiro, sii ragionevole, non hai ancora tentato tutto. E riprendevo la lotta. Dunque, sei di nuovo qui, tu?
- Credi?
- Sono contento di rivederti. Credevo fossi partito per sempre.
- Anch'io.

(Samuel Beckett, Aspettando Godot, Atto primo, Arnoldo Mondadori Editore, 1969)

domenica 28 luglio 2013

FERRUCCIO BRUGNARO, poeta- operaio




TUTTI ASSOLTI AL PROCESSO
PER LE MORTI AL PETROLCHIMICO
 
Lavoravamo tra micidiali veleni
sostanze terribili
cancerogene.
Non affermate ora
furfanti
ladri di vite
che non c'era alcuna certezza
che non c'erano legislazioni.
Non dite, non dite che non sapevate.
Avete ammazzato e ammazzate ancora
tranquilli indisturbati
tanto
il fatto non sussiste.
I miei compagni morti non sono
mai esistiti
sono svaniti nel nulla.
I miei compagni operai
morti
non possono tollerare
questa vergogna.
Non possiamo sopportare
questo insulto.
Nessun padrone
nessun tribunale
potrà mai recingerci
di un così grande
infame silenzio.




Ferruccio Brugnano è il poeta -operaio, nato a Mestre nel 1936, autore di questa poesia, di questo urlo sincero e coraggioso contro l'amata fabbrica assassina e inquinatrice. Conosce bene il Petrolchimico di Porto Marghera, perché lì ha cominciato a lavorare giovanissimo dai primi anni Cinquanta e lì ha lottato come attivista sindacale, condividendo generosamente in mezzo a cortei, assemblee e piazze anche i suoi versi in rivolta, ciclostilati e distribuiti come volantini, o affissi come manifesti sui muri di Venezia e Roma nel '90 e '9i per urlare contro la guerra, o dipinti tra i murales di Orgosolo. Fu durante gli anni Settanta che i suoi scritti cominciarono ad essere pubblicati in Italia  e poi in seguito tradotti e pubblicati in alcuni paesi europei e negli Stati Uniti. L'archivio delle sue opere -conservate in scatole e scatoloni di cartone- è ospitato dal 2005 presso il Centro di Documentazione di Storia Locale di Marghera(VE).








Ferruccio Brugnaro è ormai in pensione come operaio, ma continua nei suoi reading  a parlare di fabbrica  e di vita con voce chiara e appassionata:


MATTINA DI MARZO

                                 Gabbiani, schiere foltissime
                                                 di gabbiani
ora imbiancano gli acquitrini
            che circondano le fabbriche.
                                  Il vento li muove, li agita
                                                  come grossi fiori.
                                   Il nostro sangue, il nostro cuore
                                                   acceso
                                                  ora li segue attentamente.
                                   La nostra volontà, la nostra carne
                                                          tutta ferita
li guarda avida
ascolta intensamente il loro grido
                          il nostro grido
                           di amore, di vita
su questa terra
                   sempre più nera,
in questo silenzio di ferro.

Nel suo "Ritratto di una donna", tradotto in inglese dal poeta e suo amico Jack Hirschman, ci offre un canto d'amore concreto e struggente. i versi sono pieni di Maria, la donna amata che lavora a tempo pieno ma che la vita non distrugge perché lei è più forte della vita:

[...]
Parte alle otto
parte a mezzogiorno
parte alle dieci e mezzo
parte alle due del pomeriggio
         parte alle quattro.
Maria parte alle nove
                         alle dieci
                                alle undici.
la chiamano scuola a tempo pieno.
Quando ritorna non è facile
                  saperlo.
         Può anche tornare
all'una
        all'una e mezzo
                  alle sei
                         alle sette
                                alle otto.
Il ritorno è mistero.
              Ma quando ritorna
               quando ritorna
                    è così bello
                da impazzire.
       
(da "Ritratto di donna", Campanotto editore 2011)

isabnic2013.

sabato 27 luglio 2013

L'ULTIMO RACCONTO (2) da I Racconti del Palazzo sul Viale Alberato

un altro assaggio? :-)

L'ULTIMO RACCONTO

Nessun suono di presenze, di qualcuno a cui poter chiedere aiuto. L’appartamento del mezzanino, quello più vicino al posto dove mi trovavo, era sicuramente vuoto. Le due ragazze che ora l’avevano preso in affitto, sostituendo Sasà e i suoi amici, erano già partite da qualche settimana per tornarsene a casa per le vacanze estive. Fino a settembre nessuno le avrebbe riviste. L’unico rumore, forse, era quello di qualche autobus in lontananza e di un gocciolio leggero da qualche parte della cantina. Dovevo almeno muovermi, far qualcosa.
Decisi allora di raggiungere il nostro vano cantina, il nostro loculo ingombro dove cercare la famosa borsa, un sacco fatto di stoffe diverse e ricamato, che qualcuno mi aveva riportato da un viaggio a Istanbul e che dopo tanto tempo manteneva un profumo di patchouli che mi ricordava i vent’anni. Passai dalla zona caldaia, quell’enorme locale, cuore un tempo pulsante della cantina, dove ancora c’era, ormai arrugginita, la  caldaia del vecchio impianto di riscaldamento, che al ricordo dopo anni si sarebbe trasformata nella mia memoria in rossa e fumigante  fucina, dall’odore acre di gas e contenitrice di misteri. Molto più prosaicamente c’era un accumulo di metallo in un angolo, qualche tubo con fasce o guarnizioni in gomma nera, e un perenne rigagnolo d’acqua marrone sul pavimento di terra. La superai per raggiungere, aldilà di un breve corridoio di cui ignoravo la fine, il nostro spazio. Armeggiai un po’ per aprire, ma qualcuno doveva aver spento la luce o era scaduto il tempo programmato.  La luce a tempo si spengeva, come al solito nel momento di maggior bisogno. Con la torcia  illuminai quell’ interno impraticabile per la tanta roba accatastata disordinatamente. Quasi un tuffo dentro l’albero cavo all’ inseguimento di Messer Bianconiglio.  Anni di vita, viaggi, scatoloni di appunti, vestitini di bimbi appena nati, un ridicolo mappamondo da illuminare, giocattoli, quaderni e disegni, calosce di gomma e costumi di carnevale. La borsa era lì dove l’avevo poggiata l’estate prima, ancora riconoscibile per il suo profumo esotico che leggermente richiamò la mia attenzione. Non mi sarebbe servita a nulla, visto che la festa alla quale sarei voluta andare per me non ci sarebbe stata.
 Richiusi il grosso lucchetto. Almeno la torcia, che un pensiero meccanico mi aveva fatto infilare in tasca prima di uscire da casa, ce l’avevo. Il cono di luce accarezzò velocemente la leggera patina biancastra e umida che copriva quei corridoi di cui non si vedeva mai la fine con la loro sequenza di porte chiuse con la piccola inferriata in alto. Il mondo sembrava molto lontano. Forse laggiù dietro al muro c’era il negozio della cinese, la Dr Wong, la curatrice dei nostri mali. Un’altra vita. Forse già in ferie.
 Qualche gocciolio mi avvertì che stavo ritornando nella sala della vecchia caldaia e fu allora che cominciarono a suonare le campane. Un buon segno. Era l’ora della funzione, l’inizio ufficiale della festa del Santo. Quest’anno avevano detto che ci sarebbe stata anche la famosa cantante sul palco costruito al centro dei giardini nella piazza. Felici i vecchi e i pensionati, felici gli stranieri di passaggio e quelli stanziali. Ormai saranno le otto. Sicuramente qualcuno si chiederà come mai non sono ancora salita. Antonio, no. Se anche ha provato a chiamare, immaginerà che non sono a casa e che il mio cell stia disperatamente squillando al chiuso di una borsa, sotto la felpa arrotolata lì dentro, lo sciarpino che in caso di umidità può proteggermi la gola, i quadernetti per gli appunti- eterni compagni di ogni uscita, le chiavi , il pacchetto di fazzoletti di carta, gli occhiali da vista e magari un libro. Perché non si sa mai, me ne porto sempre dietro uno, magari piccolo.
Forse fu quel suono che mi distrasse, quella tangibile prova dell’esistenza del mondo fuori di lì, forse quel fondo disuguale in terra battuta, forse quel paio di incongrui zoccoli che avevo ai piedi, il fatto è che mi ritrovai improvvisamente giù, accartocciata con tutto il peso del corpo su una caviglia dolorante, incapace di alzarmi e senza più la torcia in mano.  Non sarebbe durata a lungo, comunque.
Già  allora, che ancora funzionava, cominciava e essere fioca e offriva una luce irreale lì da terra dove era rotolata. Lontano dalla mia portata, dalla lunghezza del mio braccio. Muovermi sembra ormai impossibile. Mi accorsi che avevo il cuore in subbuglio. Mentre torcevo il naso per l’odore di muffa, tentai di trascinarmi verso la luce a terra o verso l’uscita, ma la caviglia doleva e in quella penombra mi sembrava di oscillare tra il sogno e la certezza di esser sveglia. Mi muovevo faticosamente a tentoni, rabbrividendo quando entravo in contatto con qualche superficie sconosciuta. In quel ventre oscuro sembrava alla mia fantasia eccitata che di tanto in tanto si rincorressero grida soffocate, squittii, brontolii, gocciolii, rumori bassi e misteriosi tra esalazioni gassose, forse immaginate. Dietro le superfici corrose delle pareti un tempo bianche, si avvertivano forse presenze del passato. Dovevo rimanere sveglia e dimenticare quel senso di oppressione, quella tetra calma di morte, simile all’insopportabile tristezza di un cielo basso di nuvole. Il cono di luce a terra si affievoliva sempre più.

(isabnic2013)



venerdì 26 luglio 2013

L'ULTIMO RACCONTO da I Racconti del Palazzo sul Viale Alberato

sì, lo so. Avrei dovuto finire il post sul poeta operaio e le varie recensioni di libri letti ultimamente.
Stasera preferisco pubblicare l'incipit dell'Ultimo Racconto. Ve lo affido. Chissà se riuscirò a continuare e a concludere.

L'ULTIMO RACCONTO

L’atmosfera opprimente e l’umidità appiccicosa di quello spazio quasi senza luce parevano incollarsi addosso come un sudario. Ormai era andata.
‘ Cazz.. ma come è possibile? Tutta colpa di quella borsa del cazzo. Ma chi se l’aspettava? Faccio tutto pensando ad altro. Magari tra un po’ si chiederanno che fine ho fatto. Quando salirà? Come mai è in ritardo? … Non ho mai fatto tante cazzate tutte insieme. Ecco, chiusa dentro. Io qui dentro e la chiave rimasta fuori.’
 La tiritera di auto-recriminazioni seguiva il ritmo delle mie pulsazioni che acceleravano sempre più, ma non c’era altro da fare che aspettare.

 Una yale, la chiave. - Mi raccomando, una volta entrata toglila subito dalla toppa che, se rimane lì e chiudi, non puoi far altro che telefonare perché qualcuno scenda ad aprire. E rimanere chiusi dentro non è piacevole, aveva aggiunto mio marito quasi con cattiveria e presagendo la possibilità che avrei lasciato che la cosa accadesse.
               Chissà quante volte me lo aveva detto.
 Beh, l’avevo fatto, cioè mi era successo e naturalmente il cellulare era rimasto in ricarica sul tavolinetto all’ingresso, quello instabile che avremmo dovuto riparare da tempo, quello con le foto sopra. Poi, comunque, chi avrei potuto contattare? Antonio se ne era andato per qualche giorno; voleva riflettere-  aveva detto. Una figlia era in vacanza in un’oasi  naturalistica e dunque con telefono irraggiungibile, fuori campo; l’altra, quella più grande, si trovava in Giappone, dove sarebbe rimasta almeno  fino alla fine di Settembre, e  la possibilità di parlarci, o scriverle, prima di lunedì, ovvero due giorni dopo, era nulla. E inoltre, avercelo lì il pc! sia pure senza connessione, per scribacchiare durante l’attesa magari qualche riga e avere davanti quello schermo confortante, piccolo è vero, ma luminoso. Almeno finché fosse durata la batteria. Sette ore, avevo sentito dire, ma io non l’avevo mai fatta scaricare fino in fondo. D’altra parte ero quasi sempre a casa quando scrivevo. Altrimenti, qualche volta mi  capitava di scrivere in  treno quando andavo a trovare mia madre. Il viaggio durava più o meno un’ora e mezzo, giusto il tempo per controllare la posta e rispondere -se era il caso, ma il più delle volte a me piaceva guardarmi intorno, osservare i miei vicini di viaggio, guardare fuori dal finestrino, anche se quel paesaggio in fuga lo sapevo quasi a memoria. Lavoro di scrittura: niente.
 Era agosto quando rimasi bloccata giù in cantina e mi venne subito da pensare che in quel periodo, lungo il percorso verso il paese dove viveva mia madre, il verde era sicuramente tutto bruciato; in quella torrida estate anche i campi di girasoli, che fiancheggiavano la ferrovia per kilometri e kilometri, dovevano essere diventati tutti marroni e le colline completamente ingiallite, tranne qualche misero ciuffetto d’erba privo di speranza. Dicevano in quei giorni che le temperature non avevano alcuna voglia di diminuire, eppure – mi venne in mente- in quel periodo dell’anno, quando ero ragazza, era stato solitamente il momento dei grandi temporali, nubifragi e allagamenti. Mi ritrovai anche a pensare poi, mentre ero lì chiusa in quella grande cantina, in quell’apparente silenzio affollato di pensieri, che se in quello stesso momento il mondo stesse andando a rotoli, lì non sarebbe arrivata nessuna notizia, niente pc niente telefono. Che tempo avrebbe fatto l’indomani?  Quale il tasso di umidità all’esterno?  Cosa avevano detto a proposito dell’anticiclone? e  l’afa? Pensai  alle mie piante in balcone che avrebbero sofferto. Qualcuna si sarebbe seccata. In fondo, però, la sera prima le avevo innaffiate abbondantemente, ma loro, conoscendole, sicuramente si sarebbero aspettate altra acqua decalcificata con un goccio d’aceto anche quelle sera. - Troppo buona tu. Le vizi, vizi tutti. Troppo buona, poi quando un giorno non ti va e non fai quello che si aspettano, tutti rimangono male. Ti preoccupi troppo degli altri. Devi pensare più a te stessa. Devi coccolarti. – mi sembrò di sentire la voce di mia madre che me lo ripeteva spesso, o quella di qualche amica  quando mi vedeva che ero un po’ giù e poco felice.
Intanto lì al chiuso mi sentivo stringere la gola da quell’umidità bianca e polverosa.  La cantina, a cui si accedeva dal sottoscala, era molto grande e spaziava per tutta l’ampiezza del palazzo, suddivisa in stanzette collegate da corridoi stretti e contorti che partivano quasi a raggiera da un enorme spazio centrale occupato in un angolo dalla caldaia di un vecchio impianto gocciolante di riscaldamento, non più in funzione. Le poche lampadine erano fioche per la patina grassa di sporco accumulato intorno a loro,  le pareti un tempo bianche erano ingrigite e il  pavimento in terra battuta portava i segni di molti passi.
Era una cantina  malata con i muri magicamente coperti da un velo fungoso che se toccavi era polvere leggera biancastra e dall’odore pungente. Sui lunghi corridoi poco illuminati si affacciavano delle porte protette da enormi lucchetti e catene con i quali i condomini chiudevano le stanze usate  come ripostigli. Tra le grate metalliche che ferivano la parte superiore delle porte si intravedevano ombre scure di armadi e ripiani stracolmi di roba dimenticata, ricordi, forse, o cose che in casa non servivano più o che non si riuscivano a buttare, quelle inutili o quelle che possono sempre servire.
Che potevo fare lì? Chi poteva accorgersi della mia scomparsa? Accostai l’orecchio alla porta, inesorabilmente chiusa e priva di maniglie,  in cerca di qualche rumore, qualche voce familiare, qualche segno di vita. Ma nulla.
Possibile che fossero già tutti saliti?

(isabnic2013)


venerdì 19 luglio 2013

PADRE-MEDEA di Ibis Kan

il puzzo di carne bruciata
annerisce anche l'aria, mentre
l'anima di piombo
si contorce tra la cenere
e sfrigola sotto lacrime
tardive, mentre
la voce ruvida non fluisce
e si blocca in quell'urlo
strozzato di fiera, mentre
le palpebre coprono
indicibili misteri.
Padre-Medea, NON SALVARTI!!

(ibiskan, 2013)