venerdì 1 agosto 2014

Documento per la PALESTINA: si sollecitano adesioni ***


Gli scrittori contro il genocidio dei palestinesi a Gaza


“Non c’è pace senza giustizia”
Il disinteresse quasi totale anche del mondo della cultura italiano nei confronti della questione palestinese e del nuovo, feroce, sanguinoso attacco sferrato a Gaza da parte dello Stato di Israele è il sintomo tristemente evidente dell’inumanizzazione a cui si è giunti. L’intellettualità democratica, infatti, appare per lo più allineata sulle politiche decise dai poteri di Israele e dei suoi sostenitori di Washington, Bruxelles, Londra e Berlino, con posizioni ormai consolidate di silenzio “equidistante” o, peggio ancora, di rovesciamento della verità storica.
A nostro avviso, al contrario, i diritti del popolo palestinese rappresentano la vera sfida di civiltà della comunità internazionale, che dovrebbe far rispettare, come in qualsiasi altra parte del mondo, i princìpi fondativi che regolano la convivenza tra i popoli.
Si assiste, praticamente indifferenti da decenni, all’occupazione incessante delle terre in Palestina, alla distruzione di villaggi, alla costruzione di muri, alla segregazione della popolazione in campi profughi, alla negazione dell’acqua e delle altre risorse naturali, alle continue aggressioni da parte dei coloni, alla privazione di qualsiasi libertà, ad abusi fisici e psicologici sui bambini, ad embarghi e assedi ininterrotti, oltre che a bombardamenti micidiali su civili inermi, ogni qual volta le palestinesi ed i palestinesi, espropriati, vessati, umiliati, cercano di far conoscere al mondo i veri motivi della loro eroica resistenza.
Come diceva senza mezzi termini l’intellettuale ebreo Noam Chomsky in un suo scritto del 2012, “[…] La decisione israeliana di far piovere morte e distruzione su Gaza, di usare armi letali dei moderni campi di battaglia su una popolazione civile ampiamente indifesa è la fase finale della campagna decennale di pulizia etnica del popolo palestinese. […]”.
Occorre partire da qui per comprendere che il problema fondamentale da affrontare nella tragica questione palestinese è quello di spezzare il cerchio perverso di propaganda, di manipolazione sistematica, quindi di disinformazione, veicolate da decenni dai governi di Israele e dai suoi sostenitori. Moni Ovadia ha affermato - nel suo ultimo intervento durante l’assemblea nazionale de “L’altra Europa” del 19 luglio scorso – che «[…] basterebbe leggere quella parte, piccola, ma fondativa in questo campo di quella stampa israeliana che denuncia questa disinformatia da sempre. Il grande giornalista israeliano Gideon Levy ha scritto un articolo dal titolo e dal contenuto palmari, che spiega questa, come le altre guerre, le altre aggressioni: “Israele non vuole la pace”. Questo articolo è di una chiarezza adamantina ed è inconfutabile. […] Al centro del processo di manipolazione dell’informazione, condotta dal governo israeliano e dai suoi numerosi cantori a livello internazionale, mondiale, c’è l’autovittimizzazione. Anche questa volta, la pioggia dei razzi poco efficaci palestinesi, che vengono da Hamas o da altre forze, e sui quali possiamo fare critiche o disamine, non nascono, come vogliono farci credere e come ripetono ininterrottamente, da un’originaria volontà di distruggere Israele, ma dal fatto che da quando Sharon ha deciso il ritiro da Gaza, ne ha determinato un’occupazione molto più violenta e molto più perversa, blindando la striscia di Gaza in una gabbia, che le forze militari e le autorità israeliane controllano […] dai confini, al passaggio delle merci, dallo spazio aereo a quello marittimo, fino all’anagrafe, perché persino le carte d’identità non sono emesse dall’autorità palestinese, ma da quella israeliana. […]». Gaza, anche secondo la giornalista israeliana di Ha’aretz Amira Hass, è stata sottoposta allo stillicidio di un micidiale assedio quotidiano e, dice sempre Ovadia, «[…] da che esiste l’umanità l’assedio è considerato atto di guerra. […]». Ma, d’altra parte, la situazione di oppressione e privazione riguarda tutte le palestinesi ed i palestinesi, compresi quelli di Cisgiordania, che vivono anch’essi in una prigione a cielo aperto.
Va denunciato, con parole chiare ed inequivocabili che ormai, purtroppo, rimane poco della Palestina. Giorno dopo giorno Israele la sta cancellando dalle mappe. I coloni invadono, e dietro di loro i soldati ne modificano i confini (come risulta con chiarezza disarmante dalla sottostante cartina).
Altrettanto reale ed inconfutabile è il fatto che Israele «non ha mai voluto avere una costituzione - riprendendo ancora le lucide parole di Moni Ovadia -, ovvero non ha mai definito i propri confini. Non li definisce e non li rispetta […]». Non si è mai attenuto, infatti, alle due risoluzioni dell’ONU che stabilirono la Green Line, ovvero il confine tra i due Stati: quello esistente, iperstrutturato di Israele, e quello virtuale, negato, che dovrebbe essere dello Stato Palestinese.
Queste, come tutte le altre risoluzioni dell’ONU – pur frutto di enormi compromessi a favore di Israele – da cinquant’anni non vengono rispettate, nel silenzio connivente del mondo, già sopra evidenziato. Anche le trattative di pace, condotte di tanto in tanto dai governi occidentali risultano palesemente false e strumentali, mancando ad essi – in quanto sempre e comunque dalla parte di Israele - una reale volontà di risoluzione della questione palestinese.
Di fronte, dunque, a tanta palese ingiustizia ad ognuno di noi non rimane che il dovere di informarsi e di informare sulla verità storica di quella terra e del suo martoriato popolo, affinché l’opinione pubblica occidentale si modifichi e possa finalmente contribuire a cambiare radicalmente la rotta.
Insomma, come sostiene anche il giornalista freelance Paolo Barnard in un suo video che ripercorre la storia del progetto sionista sin dalla fine dell’800 e la sua attuazione nella terra di Palestina, è necessario “capire il torto” per modificare la realtà.


*** Si sollecitano adesioni da indirizzare alla seguente mail: 

                                                annamaria.giancarli@libero.it

(Io ho aderito)