domenica 6 novembre 2011

GUKURAHUNDI di isabnic (2011)










  • RIMEDIO ALLA SOLITUDINE  n°1

Il dottor Caprino sembrava  ripetere la lezione guardandomi con aria franca dritto negli occhi. Voleva essere certo che credessi alla sua preparazione e professionalità e, mentre parlava di statine, laboratori losangelani, malattie perniciose di amici o parenti, copriva attentamente con un foglio un piatto contenitore di fialette trasparenti, bianche o scure, sottili e cilindriche, messo  sul tavolino che ci separava. Eravamo seduti uno di fronte all’altra; più alto di me,  mi guardava con occhio indagatore mentre la curiosità mi spingeva a cogliere ogni minima possibilità di osservazione di quelle misteriose fialette.
Era arrivato in ritardo e, prima di questo rituale, si era a lungo scusato raccontando di parcheggi introvabili, di benzinai inesperti, di inevitabili infrazioni, di traffico in genere. Cercava complicità, ma, sia pure con un sorriso comprensivo, spiegai subito che le mie uniche esperienze di guida risalivano a trent’anni prima ed erano durate per un brevissimo periodo. Giravo con mezzi pubblici io, e spesso a piedi.
La fase iniziale stava cominciando a durare un po’ troppo nella sua inutilità; pensai che, forse, c’era qualche macchinario che doveva scaldarsi prima dell’uso, e che poi mi avrebbe fatto qualche domanda sulla mia vita, abitudini, acciacchi. Ma le uniche cose che mi chiese furono il nome, l’età (con commento benevolo) e cosa sapevo di quello che stava per fare. – Niente-, gli  avevo detto subito, ma ancora con l’intorpidimento da passaggio di stagione, nonostante l’ora di pilates appena conclusa, e con una certa confusione in testa, mentre mi davo dell’imbecille per esserci caduta un’altra volta e, per giunta, dietro pagamento anticipato di € 50,00.
Il luogo era un minuscolo spazio scarsamente illuminato, il retrobottega della graziosa erboristeria davanti alla palestra. L’avevo notata qualche anno prima e non mi aveva entusiasmato, poi durante quella primavera d’insoddisfazione c’ero entrata per chiedere qualcosa che potesse contrastare il gonfiore della caviglia destra e, perché no?, della mia pancia di donna abbandonata. Più che altro volevo prolungare l’effetto di carineria e affettuosità che respiravo al caffè  dove ci sedevamo a parlar di tutto con le quattro amiche attempate alla fine della lezione di pilates. Era raro che ci fosse qualcosa di molto personale, al massimo scambi di idee sui figli, per lo più sfoghi politici, racconti di vacanze, consigli di acquisti. Ma stavo bene e potevo così rimandare il ritorno a casa.
La giovane erborista, con un rassicurante camice bianco, non vendeva soltanto prodotti confezionati in modo accattivante, ma ascoltava comprensiva e con  attenzione, consigliava, prendeva da varie buste erbe e fiori essiccati, li pesava, li mischiava e ti restituiva una odorosissima bustina di carta con scritto a mano nomi delle piante, quantità e posologia. Nelle visite successive passava a consigliare sciroppi da diluire e da bere nell’arco di molte ore, avviandoti all’accettazione di un nuovo stile di vita fatto di privazioni e informazioni puntuali su eventuali diete e sane abitudini giornaliere.