martedì 21 aprile 2015

SALAMBO' di G.Flaubert o la Storia immaginata


SALAMBO’(1863) di  G. Flaubert


A proposito di discorso narrativo, durante uno degli incontri di scrittura creativa, Fausto Venturoli ci ricordava l’importanza di alcune strategie usate dagli autori, quali scegliere il registro o la tonalità, o anche optare per un adeguamento lessicale (purché non esagerato e eccessivamente falso). Per esempio, quali strategie ha usato Flaubert sul piano del discorso per Madame Bovary e quali per Salambò? Sicuramente una scelta di registri diversi. Nell’ opera in cui doveva narrare di gente di provincia, persone ordinarie,  la lingua scelta fu per l’appunto una lingua semplice, ordinaria; nell’altra, invece, dove la narrazione utilizzava testi storici, cronache antiche e opere classiche,  ed era piena di riferimenti a miti, religioni del passato e rituali, l’Autore scelse di usare una lingua ricca e colorata, con una puntigliosa nomenclatura di pietre preziose, armi, profumi, vesti. Una lingua, dunque, evocativa di un ambiente che si deve creare perché lontano dall’esperienza diretta del lettore, non il quotidiano di una storia contemporanea.
  Nel rileggere Salambò, ho trovato la potenza, quasi incantatoria, della lista e la grandiosità di sapore classico nel racconto delle battaglie e degli scontri. Non sono riuscita a riconoscere - ho letto il testo naturalmente in traduzione- una delle caratteristiche stilistiche di Flaubert segnalata da Fausto, ovvero il suo particolare uso dell’imperfetto per raccontare un’azione che si svolge sotto i nostri occhi o per sottolineare particolari momenti psicologici dei personaggi.
Pare che lo stesso Flaubert, stanco della volgarità della Bovary e dei costumi borghesi del suo tempo che la signora rappresentava, confidò a un’amica di voler cominciare un’opera completamente diversa e probabilmente votata all’insuccesso, ma importante per lui. In realtà Salambò fu un gran successo sia di estimatori che di denigratori. Nell’introduzione alla edizione digitale BUR (2013), Carlo Bo ipotizza che il cambio di registro fosse un desiderio dell’Autore già ai tempi della faticosa composizione della Bovary, il desiderio cioè di lavorare sul lontanissimo passato con la possibilità di poterlo reinventare. Lunghe e puntigliose furono le ricerche sull’argomento, le verifiche e le riscritture. C’era parecchio da manipolare poiché le fonti erano piuttosto limitate e si trovò a colmare i vuoti della Storia integrando per induzione e ricordi personali e sensazioni (soggiorno a Tunisi e escursione alle rovine di Cartagine),  o aggiungendo informazioni di archeologia, storia e filosofia. Un’enorme attenzione al particolare a discapito della psicologia dei personaggi. Una storia quasi senza personaggi, in realtà, e senza vero dramma interiore. Piuttosto un gusto per il particolare, la decorazione, l’uso abile di luci e sonorità che tanto piacerà ai simbolisti. Un racconto fantastico e visionario, un accumulo di informazioni pieni di suggestione,  incurante della verosimiglianza e della verità storica, e che conquisterà per questo anche i surrealisti. I personaggi rimangono come specchi che riflettono e rifrangono gli oggetti di arredo, i colori, i costumi, le armi, gli animali, gli strumenti di guerra e di culto religioso, in un mondo di stoffe, gioielli, profumi, pettinature, calzari, unguenti, frutti, vini, etc etc. Sono simulacri, zombi meravigliosamente fatti rivivere per il tempo del racconto, che subiscono sentimenti e passioni quasi fossero di altri. Tutto è violento, esagerato, ciò che davvero interessa Flaubert è lo stravolgimento della realtà, far lavorare senza freno la sua immaginazione amplificando mostruosamente le informazioni, rendendo la realtà soprattutto spettacolare: come dimenticare il banchetto dei barbari all’inizio del romanzo e la prima apparizione di Salambò, la vergine- sacerdotessa; oppure, il mercenario Mathos che ruba il velo-nuvola della dea dopo un rocambolesco arrivo a Cartagine attraverso l’acquedotto – quasi un bagno purificatore blasfemo-   e ne vorrebbe fare dono a Salambò languidamente addormentata tra sete e cuscini nella sua camera fiabesca, quasi come quella della Morte di Sardanapalo di Delacroix (sia pure meno affollata) . Ma le citazioni potrebbero continuare ancora a lungo. Sono così poderose le immagini che per parecchio tempo, dopo aver finito la lettura, rimangono in testa urla, clamori e cozzi di metalli, l’odore acre dei roghi e dei sacrifici a Moloch insieme ai profumi e agli incensi delle stanze, lo sfavillio di cupole di bronzo e collari di diamanti, etc etc.
La morte di Sardanapalo (1827) di Eugène Delacroix,
 olio su tela,  Musée du Louvre di Parigi.
Flaubert avrebbe voluto ricostruire la storia di un mondo perduto, invece ne ha ricreato un’ altro, assolutamente nuovo nel suo essere mai esistito. Ha raccontato l’ignoto, ha preferito alla realtà la capacità creativa della parola, giungendo alla calma appagante e forte della poesia che non ha bisogno di essere credibile.

(isabnic2015)




Salambò con Matho, Ti amo! ti amo
(1895) di Théodore Rivière
in bronzo, avorio, oro e turchesi
Grand Palais (Musée d'Orsay) Parigi





Gustave Flaubert, SALAMBO’, introduzione di Carlo Bo; traduzione di Ezio Fischetti; appendice e note a cura di Giovan Battista Angioletti. BUR, prima edizione digitale, 2013.