martedì 22 maggio 2018

RITORNO A ILIO (6) di isabnic,2018




XI. Terzo giorno a Ilio, primo ottavo di luce. Il vento sabbioso quasi non riusciva a infilarsi dentro alla grande conca dello stadio e ogni tanto qualche mulinello stravagante si alzava dal terreno tra l’erba rada del campo per calmarsi subito dopo. Gli spalti erano vuoti, ma lì sotto erano in tanti. Zombies in magliette gialle o verdi che rincorrevano palloni in uno strano allenamento senza fine. Lenti droni giocattolo riprendevano la scena e la partita da varie angolazioni. Anche i suoni in quel grande spazio sembravano liquefarsi. Qualche lamento, gli scarponi sul terreno, i palloni calciati stancamente contro nessuna rete.
Nina in maglietta gialla si allontanò zoppicando dal centro del campo. Le era sembrato di intravedere Tortor che ne indossava una verde in mezzo a un gruppo distante, ma non era sicura, non era più sicura di niente. Aveva davvero vissuto a Neapolis? E aveva amato Silius ed era stata riamata da lui? E avrebbe mai ritrovato suo figlio Marko?
Era stanca, labbra screpolate e gola accartocciata. Le gambe le cedevano.
Il pulsore elettrico alle cosce la sollecitò senza pietà ad andare avanti. Scosse elettriche continue. Doveva continuare a rincorrere e a calciare un pallone che ormai metteva a fuoco a stento. Senza senso, senza alcun motivo. Non era una partita quella che si stava giocando , ma solo un incubo. Forse sto sognando… Ancora una scossa e Nina avrebbe voluto solo fermarsi. Riposare. Soltanto un attimo.
Non c’era tempo, non era possibile. Era vietato.
Esausta, Nina si lasciò cadere al bordo del campo. Soltanto un attimo …, ma ne bastò meno perché un paio di veloci inservienti-, apparsi dal nulla, la portassero via.

E’ la fine. Basta. Non c’è più niente da fare. 

martedì 15 maggio 2018

RITORNO A ILIO(5) di isabnic,2018


VIII. Arrivarono piuttosto velocemente all’uscita e il fruscio del vento sabbioso li avvolse subito come un mantello per poi accompagnarli per tutto il tragitto. Nina rabbrividì e coprì il naso e la bocca con il fazzoletto di Tortor. La torre bianca del Crematorio svettava contro il cielo del tramonto, senza rilasciare fumi e senza la luce blu di segnalazione di un tempo. Più lontano un altro campo di transito e la centrale dei Poli-droni erano tagliati dai fasci mobili di luce dei riflettori. San Gaudenzio sembrava deserto, ancora con i segni di distruzione degli attacchi dal cielo. Costeggiarono le vecchie mura di cinta del quartiere e al quarto incrocio voltarono a sinistra. Dopo pochi passi trovarono il locale dove erano diretti e di cui rimaneva una mezza insegna: Rive Ga. Un tempo era stato un pub piuttosto frequentato da amanti di buona musica e alcolici di qualità, ora attraverso l’ingresso si intravedeva il tremolio di una luce colorata che rischiarava il bancone di mescita in fondo alla sala. Il legno che copriva le pareti sembrava ancora odorare di fumo, birra e segatura ma gli specchi rimasti non riflettevano più né bottiglie e bicchieri né avventori.
 Quando si avvicinarono, un uomo si materializzò davanti allo schermo televisivo che illuminava la scena e che trasmetteva la solita partita di calcio. L’uomo fece segno di salire per una scaletta al lato del bancone e scomparve nel retro.
Si ritrovarono dopo alcuni scalini nella penombra di una spazio angusto, con un tavolo al centro, una lampada, una sedia e un divanetto.  Il profilo di un uomo piuttosto tarchiato, seduto dietro alla scrivania, si stagliava contro il grigio del cielo al di là della finestra in fondo, ma era fuori dal cono di luce che illuminava il ripiano del tavolo e non se ne potevano indovinare i lineamenti. Appena furono dentro, l’uomo si volse verso di loro.
 “Salve, Livello 3!, disse Nina sedendosi dall’altra parte della scrivania. Con  voce metallica, forse camuffata, l’uomo le chiese perché avesse voluto incontrarlo. Nina non si sentiva a suo agio, ma tolse una capsula dall’interno della bocca e la posò al centro del tavolo: “Ci sono tutte le info sulla rete meridionale esclusa la Sicilia. Il mio incarico è di consegnarvele.”
La mano dell’uomo si allungò per afferrarla e per un attimo il suo viso fu illuminato dalla  lampada. Aveva uno strano sorriso: “E come sta Silius? Il grande Comandante Silius Nemo? ”. Ancora quella voce metallica e l’ironia del tono non lasciò alcun dubbio. Mako Stegmann! Ecco di chi è questa voce!, pensò Nina sentendosi impallidire. Come aveva fatto a non riconoscerla?
Allora si voltò in cerca di aiuto verso Tortor che si era allungato sul divano alle sue spalle. L’amico sorrideva con aria assente e continuò a guardarla mentre si toglieva una siringa dal braccio.
Poi un buio profondo la fece precipitare in un vuoto senza fine. [...]


lunedì 14 maggio 2018

RITORNO A ILIO(4) di isabnic, 2018




VII. Si erano rifocillati con una strana zuppa molto energetica, gallette di crantz e dell’acqua leggera in contenitori auto-dissolventi e, lasciato quel luogo pieno di vita, si ritrovarono di nuovo a percorrere una strada larga e comoda ma solitaria fino all’anfiteatro che troneggiava in fondo e che sotto l’intrico di rovi e edera lasciava ancora intravedere pezzi della sua mole antica.  Piccoli gruppi di ragazzi dall’età indefinita, i visi segnati da strisce nere e seduti sotto gli archi e sui gradini, li guardarono passare con sospetto. Tortor accelerò il passo, e Nina continuò a osservare il silenzio e a tenere lo sguardo fisso sulla schiena dell’amico che la precedeva.
Dietro all’anfiteatro si infilarono in un tunnel buio, con l’ingresso in parte mascherato dalla carcassa di un eli-taxi. Da lì dentro partivano delle scale dall’aspetto poco sicuro per la melma vischiosa che le copriva e attraverso cui raggiunsero il piano inferiore. Al posto della luce giallastra dell’esterno si trovarono a procedere lungo gallerie fiocamente illuminate da vecchie lampadine. Le pareti scurite, incise da graffiti, nomi, messaggi. L’aria quasi calda e pesante. Un gocciolio continuo dall’alto. Almeno il vento sabbioso dell’esterno qui non c’è.
“E’ la vecchia metropolitana. Senza i treni, però.”
“Mi sembra di ricordare qualcosa, questa era linea che prendevamo per raggiungere la costa.”
“ Sì, infatti. Ma ormai non funziona dal… 2060, più o meno. La usiamo per muoverci da una parte all’altra della vecchia città… Nina, seguimi!, e si addossarono in un andito buio, una specie di gomito pieno di materiali di risulta.
Si sentirono urla, passi in corsa che risuonavano minacciosi e si rifrangevano sotto le volte del tunnel. Aspettarono che tornasse la calma per riprendere il cammino. “Qui sotto è un reticolo di gallerie e cunicoli scavati dai vecchi tombaroli lungo le mura degli edifici antichi. C’è chi ci vive, chi ci lavora. Non sai mai bene chi potresti incontrare.  C’è anche un cimitero, così mi è capitato di vedere qualche prete, ma soprattutto ci sono sbandati e gang organizzate. Dobbiamo stare attenti. E poi…”  Nina si irrigidì e cercò di trattenere l’urlo che le nasceva dal profondo. Strinse a sé una massa di setole, mentre unghiette taglienti cercavano di liberarsi dalla sua presa. Riuscì a puntare la lama di zinconio sulla gola di quella che sembrava un’ enorme pantegana.  Gli occhi tondi e terrorizzati dell’animale la puntavano mentre le  lunghe vibrisse fremevano sulla pelle del viso di Nina.  “Ferma! Non è pericolosa. Non ti preoccupare! E’ un’ amica!, Non farle male!” gridò Tortor immobilizzandole il braccio. 
Era Fulvia, una delle pantegane intelligenti del tunnel che erano riuscite ad apprendere un linguaggio elementare e potevano comunicare con gli umani. Qualcuno aveva ipotizzato che l’acqua inquinata del fiume che le aveva nutrite e dissetate era la causa primaria della mutazione e evoluzione di quella razza di roditori fluvali e, in quel periodo, venivano utilizzate dai Dissenzienti come messaggere.
 Fulvia scandì le istruzioni per l’incontro di quella sera, rilassò la lunga coda e poi scomparve nell’oscurità del lungo tunnel che correva verso il nord, dopo aver velocemente guardato Nina. Secondo le disposizioni che aveva  recitato, loro due avrebbero dovuto raggiungere la Stazione Centrale, lasciare la sotterranea e raggiungere il Rive nel quartiere di San Gaudenzio, un vecchio locale in auge anni prima. I due continuarono in silenzio, zigzagando tra cumuli di vestiti usati, scarpe spaiate e rottami di monitor. Tortor si chinò a prendere un marsupio ancora utilizzabile e scartò un cellulare irrecuperabile. Nina si sentiva stanca e quell’aria umidiccia la rendeva particolarmente pensierosa.[...]

venerdì 11 maggio 2018

DON CHISCIOTTE di Nazim Hikmet


Don Chisciotte
Il cavaliere dell’eterna gioventù
seguì, verso la cinquantina,
la legge che batteva nel suo cuore.
Partì un bel mattino di luglio
per conquistare, il bello, il vero, il giusto.
Davanti a lui c’era il mondo
con i suoi giganti assurdi e abbietti
sotto di lui Ronzinante
triste ed eroico.
Lo so quando si è presi da questa passione
e il cuore ha un peso rispettabile
non c’è niente da fare, Don Chisciotte,
niente da fare
è necessario battersi
contro i mulini a vento.
Hai ragione tu, Dulcinea
é la donna più bella del mondo
certo
bisognava gridarlo in faccia
ai bottegai
certo
dovevano buttartisi addosso
e coprirti di botte
ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati
tu continuerai a vivere come una fiamma
nel tuo pesante guscio di ferro
e Dulcinea
sarà ogni giorno più bella.


venerdì 4 maggio 2018

RITORNO A ILIO (3) di isabnic (2018)


IV. Il sole stava ancora sulla linea dell’orizzonte, ma la temperatura già era calata. Presero la strada in discesa costeggiando le vecchie mura ancora in piedi. Non c’era quasi più nessuno in giro, e le palazzine dall’altra lato della strada non sembravano tradire alcuna presenza. Ma che fine hanno fatto tutti quanti?
 Intanto aveva cominciato a soffiare un vento leggero ma continuo che alzava nuvole di sabbia sottile. Tortor le diede un fazzoletto di stoffa da tener premuto sulla bocca, poi accelerarono il passo. Ma dopo un po’, all’improvviso, le disse: “Dobbiamo fermarci” e la spinse verso il muro circondandola con le braccia. Mi ha sempre desiderato, venne da pensare a Nina, quasi in subbuglio. Da tempo non aveva più sentito un uomo così vicino… ma durò poco. Sentì il terreno sotto i piedi scuotersi e -in un crescendo- un rumore cupo alle spalle di qualcosa che si stava avvicinando sempre più. “Cos…?” Tortor le tappò la bocca con la mano. Una femmina di cinghiale stava passando al trotto con i piccoli al seguito. “Hanno fame” lui le alitò all’orecchio e soltanto quando la polvere e il rumore furono calati allentò l’abbraccio con cui l’aveva spinta al muro. “Nina – e la voce non era più pastosa come prima, ma protettiva e calda- Ora cerchiamo di arrivare nel posto dove passeremo la notte. Tra un po’ sarà ancora più scuro e non è consigliabile trovarsi senza un riparo.” “Ma che succede? che è successo, Tortor?” “Nina, ora siamo stanchi. Domani ti dirò tutto.”
Quando arrivarono al roseto in fondo alla strada, il buio stava per avvolgere e nascondere tutte le cose. Tortor la guidò all’interno di una serra parzialmente distrutta. C’erano delle buche nel terreno, con dei resti di stuoie: sarebbero state le loro tane contro il freddo. Poi coprì Nina e sé stesso con terra e paglia perché gli animali non sentissero il loro odore. La temperatura calava rapidamente, ma Nina non si accorse nemmeno di addormentarsi.
V.  Non dovevano essere le prime luci del giorno quando si svegliarono, eppure c’era ancora un’indecisione sospesa tra la nebbiolina che si alzava da terra e il grigio del cielo.
“Non si sentono gli uccelli. Anche ieri non ne ho visto nessuno”. Il buongiorno di Nina a Tortor era ancora una domanda che forse lui avrebbe ancora una volta eluso.
“Nina, gli unici uccelli rimasti a Ilio ormai sono quelli dello zoo metropolitano e forse neanche quelli stanno tanto bene. Da quando le telecomunicazioni si sono bloccate, né le vecchie linee cablo né la gloriosa Rete né il trasmettitore interstellare hanno più funzionato per noi. Ecco perché nessuno sa niente.”
“??”.
“Ora andiamo. Abbiamo bisogno di cibo. Ti farò vedere qualcosa e ti spiegherò tutto. Volevi incontrare un Livello 3 e ti ci porterò, ma lasciami fare così. Non sprechiamo parole.” Tortor cercò di non lasciare segni della loro presenza nella serra e ripresero a camminare lungo la strada in discesa che ora si allargava in un viale limitato da entrambi i lati da alti pini grigiastri e che inaspettatamente finì su un enorme spazio aperto di forma ellittica, chiuso da una collina scoscesa da una parte e dall’altra da un diradare di campi verso il fiume. In quell’enorme spiazzale oblungo Nina poteva vedere una marea di piccole tende e un brulichio di persone colorate che si aggiravano tra banchi di un probabile mercato.  Quando ci si trovò in mezzo fu quasi travolta da quella confusione di odori, suoni, forme, gesticolare, canti e richiami per lo più incomprensibili. Tortor parlò con qualcuno mentre Nina aspettava osservando attraverso i suoi occhiali protettivi. Le sembrò quasi di riconoscere una persona, ma la prudenza la invitava a non darne traccia. Doveva prima sapere. Tortor non era più intorpidito come il pomeriggio prima; sembrava lucido e molto presente. Era il suo unico contatto e, al di là dell’affetto, si doveva fidare di qualcuno.
 Mentre gironzolava tra i chioschi e la gente che mercanteggiava, si imbatté in una specie di voragine. Come uno smottamento del terreno che si allargava in una galleria che scompariva in profondità, mentre un formicaio di gente andava e veniva con involti sotto il braccio e pacchi, su carrette tirate a mano o biciclette rudimentali… Era l’ingresso alla nuova Ilio. Appena ripresero il cammino, Tortor le spiegò che la gente ‘normale’ viveva lì, in quel nuovo mondo reso abitabile da super-impianti di aria condizionata e protetto dalla caduta dei rottami celesti, dal vento solare e dalle sue radiazioni, dalla sabbia microbica e dalla nebbia tattile che contaminavano l’Esterno. “… Ma noi non andremo lì, nel Mondo di Sotto. Non è permesso. È troppo pericoloso. I non eletti, i migranti, i miserabili sopravvivono in superficie.”
“Ma come faremo a farcela? Come hai fatto finora?”
“Tieni, Nina. – e le diede una compressa sottile da infilare sotto la lingua- Lunex485. L’unico antidoto. E’ questo che ci permette di andare avanti. Dura meno di un mese. Metà del tempo qui si passa a cercare la dose per il mese successivo. E questo suk è un buon posto per trovarla. Noi continueremo per di là verso l’anfiteatro. Prima in superficie, poi seguendo un percorso semi-sotteraneo. Una specie di terra di nessuno.”
“Ho capito. Mi ci devo abituare…, concluse Nina a mezza voce e senza pensarci tastò la gamba destra sopra la caviglia e controllò che la lama di zinconio fosse ancora nel fodero. “Andiamo. Ti seguo.”[...]





mercoledì 2 maggio 2018

RITORNO A ILIO (2) di isabnic (2018)




III. La fila si era parecchio assottigliata, ma alcuni micro Poli-droni continuavano nevroticamente a sorvolarla. “Intercettano parole, dialoghi. Non sono droni scanner per il riconoscimento dei lineamenti e delle pupille…” si affrettò a dirle Tortor, ma Nina mise subito gli occhiali azzurrini e si calcò il cappuccio di protezione foderato di qualcosa che sembrava stagnola. Attenta Nina! Non calare la guardia.
 In pochi minuti furono già dentro. Evitarono di parlare. Poi Tortor scomparve dietro la prima colonna di marmo, si piegò a prendere un paio di scarpe di gomma che aveva nascosto sotto un vecchio inginocchiatoio e se le infilò. La chiesa era quasi vuota. All’interno, a parte il transetto, lunghe tavolate di legno intorno alle quali erano sedute alcune persone dall’aria sofferente e il silenzio era interrotto soltanto dal rumore delle stoviglie e dai loro passi.
“Devo vedere un livello 3” gli sussurrò Nina, appena si sedettero su una delle panche vicino al tavolo, ma Tortor sembrò non aver sentito. Cominciarono a mangiare dalla scodella che le suore al bancone avevano riempito per ciascuno di loro.  “ Be’, è la cosa più vicina all’idea di cibo che ho incontrato negli ultimi tempi”, non potè fare a meno di dire Nina e abbozzò quasi un sorriso, ma le labbra le tiravano ancora come fossero sigillate. Doveva bere e si buttò con riconoscenza sul bicchiere colmo d’ acqua. Pulita. Fresca. Ancora.
Tortor continuava a mangiare in silenzio. Nina pensò che forse non si fidava delle persone accanto o magari temeva la presenza di altri Poli-droni impiccioni. E invece in lei la stanchezza, la consapevolezza di non essere più sola, il cibo caldo e il riparo la spingevano a sentirsi più morbida, ad appoggiarsi a lui. Si sarebbe fermata lì per sempre, accucciata su quella panca…
“Sveglia Nina! dobbiamo andare!” e Tortor la prese per mano e la guidò fuori della chiesa.[...]

domenica 29 aprile 2018

FILOSOFIA IN GIARDINO di Damon Young (2012)


Uff, mi si è rotto anche il Kobo! Si rompe tutto in questo periodo! A dire il vero, anch’io mi sento a pezzi. J
Insomma, quello che volevo dire è che, mentre tento di ripristinare app, di leggere e capire istruzioni, consultare aiuti vari on line in attesa di comprarlo (il Kobo, l’e-reader), ho passato giorni a piangere la perdita, forse irreparabile, di quei quaranta, cinquanta libri che avevo scaricato, molti letti, qualcuno ancora non finito e altri- pochi- da iniziare. Tutti amati.
Meno male che un giorno mi sono accorta della pila di libri (cartacei) interrotti o abbandonati, o tra “le prossime letture” che stazionano sul comodino accanto al letto.
Ieri ho finito di leggere le ultime pagine di uno di quelli. Un autentico gioiellino, e riprenderlo ha voluto dire anche scorrerlo daccapo dall’inizio, soffermarmi sulle parti che avevo sottolineato, rileggere la prefazione dell’autore. Con grande piacere e curiosità.
L’idea del libro è quello di esplorare lo stretto rapporto tra alcuni autori e i loro” giardini”, amati o perfino odiati, spazi naturali veri e propri, giardini solitari, piante in vaso e così via, di quanto, insomma, il verde, “la natura umanizzata”, delimitata e trasformata dagli esseri umani, abbia contribuito al loro modo di pensare o sia stato fonte di consolazione, ispirazione, meditazione e energia. Possiamo allora scoprire quanto la mancanza di un giardino limitasse la produttività della Austen, o ritrovare l’amore proustiano dei dettagli nella cura che lo scrittore prestava a un bonsai, o capire il processo di crescita-decadenza e morte all’ombra di un grande albero come Nietzsche, e ancora quale “verde” ci fu nella vita di Colette, di George Orwell o Jean-Paul Sartre.  Il giardino, dunque, come “antidoto contro la distrazione” e quanto mai utile per noi oggi.
E Damon Young, filosofo e scrittore australiano, che collabora con giornali, radio e televisioni, ce lo racconta in modo piacevole e originale, con una prosa scorrevole, ma mai banale. Ottima la “bibliografia da sfogliare” in fondo al volume, piena di spunti e suggerimenti.
Anche l’edizione italiana è gradevole e curata. Da segnalare.
(isabnic2018)

Damon Young,  Filososofia in giardino, iacobellieditore, 2015; traduzione di Marina Vitale.