mercoledì 18 aprile 2018

RITORNO A ILIO di isabnic (2018)


I.

Ilio, decimo mese, terzo ottavo di luce. Camminava tra vetri in frantumi, su un terreno di cartacce, escrementi, bottiglie di plastica e cicche consumate fino all’ultimo. Occhi a terra, Nina cercava di ricordare com’ erano quei giardini prima della Guerra. Un cartello all’ingresso dava ancora indicazioni al visitatore dove avrebbe potuto trovare i cespugli di x o gli alberi di y, ma tutto era diventato un tale viluppo di erbacce e radici che uscivano dal terreno che non si distinguevano più i viottoli e le aiuole di un tempo. In fondo allo spiazzo incombeva un enorme schermo sostenuto da una struttura metallica sulla quale si arrampicavano un paio di ragazzini cenciosi, e a terra, lì sotto, sedeva un gruppetto di profughi con gli occhi segnati. Alcuni snocciolavano rosari e un mormorio accompagnava i loro movimenti minimali, le teste chine e nascoste dai cappucci. Altri smuovevano il terriccio con dei rametti, spostavano i rifiuti in cerca di avanzi o radici. Non avevano neanche la forza di avventurarsi poco distante da lì. Sullo schermo una partita di pallone che nessuno sembrava guardare. Gialli contro verdi. Qualcuno cadeva e veniva subito sostituito. Sembravano fantocci poco convinti.  Chi la trasmetteva per chi? Mancava l’audio e la musica che si sentiva pareva venire da qualche altra parte.
Superò lo schermo e si accorse che una lunga fila di persone faceva la fila all’ingresso posteriore dell’antica chiesa lì accanto. Più avanti, in fondo al giardino, la balaustra in pietra del belvedere si mostrava scurita dalle piogge acide e troppo porosa per fungere ancora da protezione dal dirupo sul quale s’affacciava. Al di là il panorama di Ilio fingeva che nulla fosse successo dall’ultima volta che c' era capitata.  Scorse un ragazzo accucciato sui gradini.  Suonava una pianola elettrica collegata a un gruppo autogeno e con l’altoparlante al massimo diffondeva la musica svisata di un vecchio successo popolare. Sembrava tutto estraneo, lontano. Almeno per Nina. Eppure erano luoghi che un tempo aveva frequentato con gioia, dove aveva baciato qualcuno, e aveva tenuto per mano un bambino.  Non ci tornava da almeno dieci anni ed era appena arrivata da Neapolis attraverso la strada interna. L’ultimo pezzo a piedi, tra tracce di vecchi paesini e aree attrezzate fatiscenti; tutti in fuga, tutti senza niente da perdere e senza un posto dove andare. Non sapeva neanche lei come aveva potuto farcela ad arrivare lì.
Finalmente trovò Tortor. Stava sdraiato sull’ultima panca di pietra, su un tappeto di erbacce, cocci e formiche rossicce organizzate in lunghe colonne. “Hai fame, amica?” le chiese appena si avvicinò. Stava fumando qualcosa di dolciastro e gli occhi che le si posarono addosso tradirono una stanchezza senza speranza. “C’è gente ora, continuò, ma tra un po’ apriranno e la fila comincerà a sciogliersi” e accennò alla chiesa. “Danno da mangiare e non chiedono nulla. Tranquilla.”
Si alzò e si mise seduto con estrema lentezza, massaggiando la schiena. Nina gli si mise accanto. Le sembrò indebolito e con la faccia diventata una ragnatela di rughe che non ricordava. “Ho sete, piuttosto, disse la donna. Sai, non è più sicuro neanche giù al Sud. I conventi sono sempre di meno e i compagni meno fidati…, ma le fece male articolare quelle parole e quasi non riconobbe la propria voce. Erano giorni che non parlava. Aveva camminato, camminato, si era nascosta, aveva mangiato quel che trovava e bevuto fondi di bottiglia. Aveva vomitato e si era sentita male. Contaminate.  La maggior parte delle cose lo erano e molte erano state avvelenate per tenere lontano gli sconosciuti e i facinorosi. E lei era l’uno e l’altro. Almeno per quelli laggiù. Ma qui che la conoscevano poteva andare anche peggio.
Aspettò che Tortor le dicesse qualcos’altro. Niente. Continuava a stringersi addosso un quadrato di pile che aveva visto tempi migliori e a tremare leggermente. Neanch’io devo avere un bell’aspetto, pensò Nina Aveva dormito dove capitava negli ultimi mesi e il lavarsi era un lusso che si era potuta concedere raramente.
“Morgan?” la voce di Tortor la colpì di nuovo per quanto fosse pastosa, ma questo in un certo senso l’aiutò a controllare il dolore. Sapeva che sarebbe venuto il momento in cui avrebbe dovuto parlare di lui:” Morgan… l’hanno criolizzato due mesi fa e ora è allo spurgo. Andato. Non ce la faceva più e aveva cominciato a zoppicare. Quando è caduto…”
“Sì, lo so come succede, l’interruppe Tortor stringendole il polso. “Maledetti!” sibilò e le sembrò di nuovo lui, Il vecchio Tortor, fratello di vita e di morte in vita. Come se un fiotto di sangue e di calore le arrivasse alla testa. Non sono più sola.

 Vide che aveva i piedi nudi. Lui seguì il suo sguardo e accennò agli anfibi che aveva addosso. “Li ho sfilati a qualcuno a cui non servivano più” spiegò Nina.” Sono arrivata qui anche grazie a questi.” Tortor annuì, poi tirò fuori delle buste di xantoz e ci si fasciò i piedi. Era pronto per muoversi. “Andiamo!”. Le prese la mano per tirarsi su e aggiunse in fretta: “Nina, sei tu! Ci sei ancora.” E si avviò precedendola verso l’ingresso della chiesa. [...]



101 °anniversario di FOUNTAIN di Marcel Duchamp di Ghisi Grutter



TRE COINS NELLA FOUNTAIN

IN RICORDO DI MARIO LUNETTA



VENERDI’ 20 APRILE
 alle ore 17 al TEATRO FLAVIO
 VIA G.M. CRESCIMBENI 19 – Zona Colosseo
Roma

domenica 8 aprile 2018

CHARLES BAUDELAIRE PROSATORE



LA FANFARLO’ di Ch.Baudelaire
Trad e nota introduttiva di Anita Tatone Marino
Einaudi, 1980

A proposito di Baudelaire prosatore, Roberto Calasso, nel suo La Folie Baudelaire(2008), ci dice che era impossibile per il grande poeta tessere delle storie, poiché riusciva soprattutto a descrivere situazioni eterne senza lo scioglimento finale, quasi quadri statici e ipnotici alla maniera di De Quincey. Infatti, la composizione di un vero e proprio romanzo – spesso promessa all’amata madre e sempre rimandata- non si realizzerà mai e le molte pagine in prosa che lascerà saranno soprattutto diari, abbozzi, acuti articoli di osservazioni critiche sugli artisti del tempo e le loro opere in mostra ai Salons e alcune poesie in prosa. Come  Italo Calvino suggerisce -nel retro copertina del volume 61 della storica collezione Centopagine Einaudi da lui diretta-  dopo attenta analisi saremo tutti portati a “concludere che il vero romanzo baudelairiano resta Les fleurs du mal.
 Eppure già a ventisei anni l’Autore aveva scritto un testo narrativo intitolato La Fanfarlò (1847), ben strutturato e articolato e con un protagonista -in parte autoritratto ironico di Baudelaire stesso- che sarà il capostipite dei dandy estetizzanti europei di fine ottocento.
Samuel Cramer è il nome del giovane dandy- poeta che aiuta a risolvere, suo malgrado, una crisi coniugale facendo la corte alla ballerina Fanfarlò.  In lei e nel suo mondo troverà inoltre quello che lo aiuterà a superare la falsa immagine che ha di sé stesso.
Nella nota introduttiva al testo della traduttrice Anita Tatone Marino, viene messo a fuoco quanto Baudelaire amasse delineare i ritratti dei personaggi (vedi nello Spleen de Paris o nel Mon cœur mis ẚ nu). Considerava questa pratica una vera arte, in apparenza modesta ma che richiedeva secondo lui una sottile intelligenza. Se inizialmente il ritratto del dandy Samuel Cramer è statico, il narratore offre poi al lettore spunti continui perché del personaggio si colga la duplice natura di uomo d’azione e di belle intenzioni, pigro e intraprendente, ingenuo e brillante, sempre in lotta tra sogno e realtà. Un ipocrita commediante che sottolinea la sua diversità di artista ombroso e sofferente.
Deciso a riconquistare per noia un vecchio amore, madame de Cosmelly, ora sposata, ma tradita e abbandonata dal marito, Samuel Cramer si presta a diventarne il confidente e si offre di aiutarla nell’impresa di riportare il consorte a casa, in cambio (forse?) delle sue attenzioni. Il piano è quello di soppiantare monsieur de Cosmelly nel cuore della sua amante, la ballerina Fanfarlò.
Fin dalla prima apparizione, la Fanfarlò si mostra come un oggetto d’arte, capace di stimolare l’immaginazione più contorta del dandy-poeta. Viene ritratta mentre danza a teatro, tra movenze allusive, sguardi furtivi, costumi fruscianti, profumi, orecchini vistosi e belletto; una scena quasi da sogno che è un trionfo di linee, colori e suono in una fusione che suscita puro piacere. Molto artificiosa, molto baudleriana. E il coinvolgimento emotivo, inaspettato e alimentato dall’atmosfera seducente dell’artificio, trasformerà in breve Samuel Cramer da seduttore a sedotto.
Ѐ un testo curioso. Da leggere, anche se non all’altezza delle altre opere dell’Autore. Il vero Baudelaire prosatore, scrive ancora Calvino, avrà un altro nome: Edgar Allan Poe, che da lui mutuerà i principi compositivi, ovvero l’effetto benefico della costrizione della brevità del racconto contro i pericoli della libertà del romanzo.



giovedì 26 ottobre 2017

I FELT A FUNERAL IN MY BRAIN (1862) di E. Dickinson

I felt a Funeral, in my Brain,
And Mourners to and fro
Kept treading - treading - till it seemed
That Sense was breaking through -
And when they all were seated,
A Service, like a Drum -
Kept beating - beating - till I thought
My Mind was going numb -
And then I heard them lift a Box
And creak across my Soul
With those same Boots of Lead, again,
Then Space - began to toll,
As all the Heavens were a Bell,
And Being, but an Ear,
And I, and Silence, some strange Race
Wrecked, solitary, here -
And then a Plank in Reason, broke,
And I dropped down, and down -
And hit a World, at every plunge,
And Finished knowing - then -

Sentivo un Funerale, nel Cervello,
E i Dolenti avanti e indietro
Andavano - andavano - finché sembrò
Che il Senso fosse frantumato -
E quando tutti furono seduti,
Una Funzione, come un Tamburo -
Batteva - batteva - finché pensai
Che la Mente si fosse intorpidita -
E poi li udii sollevare una Cassa
E cigolare di traverso all'Anima
Con quegli stessi Stivali di Piombo, ancora,
Poi lo Spazio - iniziò a rintoccare,
Come se tutti i Cieli fossero una Campana,
E l'Esistenza, solo un Orecchio,
Ed io, e il Silenzio, una Razza estranea
Naufragata, solitaria, qui -
E poi un'Asse nella Ragione, si spezzò,
E caddi giù, e giù -
E urtai contro un Mondo, a ogni tuffo,
E Finii di sapere - allora -