domenica 19 marzo 2017

DERECK WALCOTT, poeta caraibico e del mondo


Da 326 poesie dal mondo per una storia d'amore di M.G. Bruni e I. Nicchiarelli, www.onyxebook.com, 2014:


[...]  Il terzo esempio di scrittura caraibica lo offrirò attraverso la presentazione di un autore anglofono, molto amato e conosciuto per lo stile rigoglioso come la natura di quei luoghi, e legato a Césaire per ispirazione e profondo rispetto. E qui Gordon apre il libro, posato davanti a lui, alla pagina segnata da una strisciolina di carta, e legge  con voce chiara una poesia:

Un canto di marinai[1]
                                                                          Là, tout n’est qu’ordre et beauté,
                                                                          Luxe, calme, et volupté.
                                                                                                      BAUDELAIRE

Anguilla, Adina,
Antigua, Canelles,
Andreuille, tutte le “l”,
Voyelles, delle liquide Antille,  
i nomi tremano come aghi
 di fregate all’ancora,
[ …]
In equilibrio sul bompresso
Un giovane marinaio suona
Il canto di suo nonno
Su una tremante armonica;
[…]
La musica si dispiega con
Le morbide vocali delle insenature,
[…]
La litania delle isole,
il rosario degli arcipelaghi,
Anguilla, Antigua,
Vergine di Guadalupe,
e bianca –di -pietra Grenada
di luce solare e colombi,
L’amen di calme acque,
L’amen di calme acque,
L’amen di calme acque.

       Poi, continua il suo intervento:
          -Ho preferito leggervi questo componimento, invece di mostrarvelo, per farvi cogliere le sue sonorità.  Sono versi che ci ricordano le onde di marea, con il loro flusso verso riva e riflusso verso l’orizzonte, ed è proprio  questo  il movimento, cioè quello di allontanarsi e tornare, che caratterizza la produzione poetica, i pensieri e la vita di [...]Dereck Walcott[2]. Suoi i versi appena citati.
          [...]
        -Walcott è nato nell’isola di Sainta Lucia, a lungo contesa dagli Inglesi e dai Francesi, dove – come lui stesso dice- “il sole , stanco dell’impero, tramonta” e in questa luce risplendono le  Antille, isole- crogiolo, come abbiamo visto, di lingue, razze e culture; un ecosistema che sembra omogeneo e uniforme, ma non lo è. Piuttosto,  una variegata diversità e, al tempo stesso, una sorta di organismo unitario nella condivisione della drammatica esperienza coloniale. E il discorso coloniale, come sappiamo,  non scomparve  con il crollo degli imperi, anzi l’immaginario -non solo  quello occidentale - continuò ad esserne fortemente connotato.
           Figlio di genitori mulatti, Walcott vive in prima persona il conflitto razziale, diviso tra l’amore per la tradizione europea,  ereditato dal padre, e l’interesse per le proprie origini africane. “Alla stregua del crepuscolo, sospeso tra il giorno e la sera, l’identità del poeta è come divisa fra i due mondi  degli antenati africani ed europei”.[3] Ecco allora che nei suoi versi, il moro perfido,  diventa un melanconico, sensibile al calar della luna, o al suo scomparire dietro  le nuvole:                                                                                  

Capre e scimmie[4]                                                                
                                                                                   “ … proprio adesso, un vecchio ariete nero
                                                                                    Sta montando la tua bianca pecorella”
                                                                                                                                           Otello                                                                                                                                                                                                         

[…]                                                                                                                         .                                                                                                                                                                                                        

Vergine e scimmia, fanciulla e moro perfido,                                                     
il loro immortale accoppiamento spezza ancora il nostro mondo in due
Per voi  egli è la bestia sacrificale, mugghiante e pungolata
Un toro nero avviluppato in nastri del suo sangue
Eppure il furore che cingeva
Quel turbante color croco e tramonto nella spada sicura come la luna
Non era in lui vendetta razziale nera come pantera
Che invadeva la camera di lei con l’afrore del muschio primitivo
Ma orrore per la luna che cambiava
Per il guastarsi di un assoluto,
simile a un frutto bianco,
maturo e sfatto per troppe carezze, ma doppiamente dolce.
                                                                                                                                                                                                                                                                       
           - L’altra metà del mondo è, dunque, abitata  da Calibano[5], da meticci che vogliono trovare un modo per cantare i propri uragani[6] e  si nutrono di cultura occidentale per produrre una cultura diversa, negra. Ma, al contrario di Césaire, Walcott, che appartiene ad una generazione successiva, ha un atteggiamento di superamento della ferita coloniale.  Alla rabbia sostituisce la malinconia del  senso di perdita, e mostra una volontà di mediazione per il recupero della ricchezza creativa autoctona, attraverso la possibile fusione dei frammenti delle diverse culture. La battaglia contro l’impero è, per lui, soprattutto culturale e individua, proprio nell’opera di contaminazione e collage, il ruolo dell’intellettuale post-coloniale, come è evidente nel discorso di accettazione del Premio Nobel:
            [...]
          “Rompete un vaso, e l’amore che rimette insieme i frammenti è più forte dell’amore che dava la sua perfezione per scontata, quando era integro[….] Questo rimettere insieme i pezzi rotti è la preoccupazione e il dolore delle Antille,  […] L’arte delle Antille è questo riaggiustare le nostre storie a pezzi, i nostri cocci di lessico, il nostro arcipelago che diventa sinonimo di pezzi staccati alla deriva dal continente d’origine. E questo è il processo esatto del fare poesia, o quello che dovrebbe essere chiamato non fare, ma ri-fare poesia […] 
          La poesia è un’isola che si stacca dal continente. La lingua originale si dissolve per la fatica della distanza come la nebbia quando cerca di attraversare l’oceano, ma questo processo di  ri-nominare, di trovare nuove metafore, è lo stesso processo che il poeta affronta ogni mattina del suo giorno di lavoro, costruendo i suoi strumenti come Robinson, mettendo insieme parole per necessità […]
         Questa è la base dell’esperienza delle Antille, questo naufragio di frammenti, questi echi, questi cocci di un enorme vocabolario tribale, queste tradizioni parzialmente ricordate, e non morte, ma forti”.  
        -All’opera di guastatore di Césaire, [...]Walcott sostituisce, dunque,  la sua opera  di pacificazione e di contaminazione del linguaggio, nella convinzione che  “[...]il linguaggio è qualcosa che supera in grandezza i propri padroni e i propri servitori[...] e la poesia, che ne è la massima espressione, arricchisce gli uni e gli altri e questo diventa un modo per conquistare un’identità che scavalca tutti i confini.[...]il poeta è davvero come un uccello che canta senza guardare il ramo su cui si posa, qualunque sia il ramo, sperando che ci sia qualcuno ad ascoltarlo, anche se sono soltanto le foglie[7]”.
       Dietro l’identità del marinaio Shabine, ecco come si presenta Walcott:

La goletta Flight [8]
                                                             Adios, Carenage
                                      […]
Io sono solamente un negro rosso che ama il mare,
ho avuto una buona istruzione coloniale,
ho in me dell’olandese, del negro e dell’inglese,
sono nessuno, o sono una nazione.

Ma Marìa Concepciòn era in ogni mio pensiero
Mentre guardavo il mare che saliva e scendeva
E il fianco sinistro dei canotti, golette e yacht
Veniva ridipinto dalle pennellate del sole
Che in ogni riflesso scriveva il suo nome;
sapevo, quando la sera dai capelli scuri indossava
la sua seta splendente nel tramonto e, ripiegando il mare,
s’infilava sotto il lenzuolo con il suo riso stellato,
che non ci sarebbe stata pace, non oblio.

              [...] Walcott  è, dunque,  “una sorta di punto d'incontro di diverse culture, lingue, luoghi e tempi”[9] . Lui stesso  ha affermato:-[… ]Io scrivo sì in lingua inglese, ma la melodia di quell'inglese, la sua accentazione, è caraibica. [….] trasfigurata e piegata in una melodia personale[,…] questa che alcuni chiamavano, e altri si ostinano ancora a chiamare, corruzione  della lingua, è in realtà la sua forma viva e vitale[10] [….] “ e posso risponderle ancora con le sue parole: “Noi, nella mia piccola isola, abbiamo quattro lingue e dunque quattro melodie quattro differenti melodie: francese e francese creolo, inglese e inglese creolo, quattro lingue diverse e quattro diversi vocabolari. Lo stesso si può dire di Trinidad, dove vengono utilizzati l’hindi e l’hindi di Trinidad, l’arabo e l’arabo di Trinidad, il francese e il francese di Trinidad[…] Insomma, sei o sette melodie, che costituiscono una ricchezza alla quale attingere ed è una ricchezza molto superiore a qualsiasi ricchezza che si potrebbe trovare in una qualsivoglia città europea. Se mi svegliassi a Londra, l’unica fonte alle quale attingere sarebbe l’inglese. Questa varietà di melodie e di vocaboli è la ragione per la quale nei Caraibi si è avuta una letteratura insieme molto giovane, ma estremamente ricca e vitale[...][11]
              [...]
           Come sappiamo, le Antille,  luoghi di passaggio sulla rotta dei commercianti di schiavi, sono state dominate da diversi paesi europei; da ciò l'estrema frantumazione linguistica che ha impedito il nascere di una lingua unitaria[12]. Ma, per Walcott,   è proprio in questo multiculturalismo e nel plurilinguismo che si trova l’essenza della creatività e l’elemento identitario dei Caraibi. La marginalità culturale e linguistica divenne,insomma,una fonte di energia creativa senza precedenti e lo stesso Impero colonizzatore, incredibilmente!,  come vedremo tra breve, offrì la prima cassa di risonanza alla nuova produzione letteraria delle Antille.
          Walcott, infatti, raggiunge una certa popolarità grazie al programma radiofonico della BBC Caribbean Voices.[13]Un programma di grande successo che permise a lui,come a molti altri scrittori emergenti, caraibici[14] di essere conosciuti in patria e in Inghilterra.  E, ben presto,  ci si accorse  che quella lingua corrotta, nata per necessità di esprimere una realtà diversa, era diventata una lingua letteraria, creativa e innovativa e  che  materiale pre-occidentale,  tradizione europea e nuovi testi, creati in altre isole dell’arcipelago[15],  si  erano fusi con accenti e ritmi originali. Paradossalmente,  i migliori scrittori in lingua inglese del periodo furono per la maggior parte neri e originari delle ex-colonie e molti tra quegli artisti, autori in bilico tra più culture, sentirono, poi,  la necessità di espatriare per realizzarsi nel loro lavoro e per ricucire la loro identità frammentata.
         Walcott però,ancora oggi, non crede, che l'abbandono dell'isola possa essere una scelta definitiva,  e tutta la sua produzione, come la sua vita, si è snodata in un intreccio di fughe e ritorni a significare lo stretto rapporto con il luogo in cui è nato e cresciuto. Alla creazione di una patria immaginaria[16], ha preferito un continuo ritorno che diventa, per lui, pratica di riappropriazione della sua terra, per secoli dominata da un potere straniero.
         [...]
         -Descrivere il luogo nelle letterature post-coloniali è un modo di ri-appropriarsi di terre che altri – in forza di un potere a loro riconosciuto- hanno  descritto  in altre lingue. Ora,  la  capacità descrittiva di Walcott, per dirla con Brodskij, è ” veramente epica “; nasce da un percorso creativo che giunge alla poesia dopo aver attraversato il mondo della pittura, a lungo praticata dall’autore, che dipinge ancora oggi splendidi acquarelli. Walcott sente di essere davvero il primo a scrivere della sua isola e di avere per questo un ruolo adamitico[17], ovvero di essere, come scrittore,  chiamato a nominare le cose, finora raccontate in un’altra lingua da chi, turista o colonizzatore, le ha percepite come una serie di cartoline senza passato, una continua sorpresa dell’occhio nell’estate senza fine dei Tropici. Tutto ciò possiamo trovarlo già in una delle sue prime poesie:

Preludio[18]

Io, a gambe incrociate lungo il giorno, osservo
I pugni variegati delle nubi che si assembrano
Sui tratti nudi di questa mia isola prona.

Intanto piroscafi che dividono orizzonti ci rivelano
Perduti:
trovati solo
in  opuscoli turistici, dietro fervidi binocoli;
che hanno visto le città e qui ci credono felici.
                                                                                               1948

           [...]
         -La  Storia,  per Walcott, è qualcosa di molto complesso e non è sempre interpretata allo stesso modo. Può essere una notte dimenticata, insonne, in cui il destino della Poesia è innamorarsi del mondo, nonostante la sua Storia. Walcott, cioè, talvolta, nega la Storia, perché soggetta all’incostanza della memoria e priva di potenzialità creativa, e pensa che solo nel suo mondo a-storico l’artista possa  esprimersi liberamente, rifugiandosi nell’immaginazione, come se la Storia si dissolvesse di fronte alla straordinaria forza e bellezza della Natura. Altre volte, invece, sembra  accorgersi che è proprio la Natura a custodire i segreti della Storia e a svelarli, rendendoli  immortali. Nel riappropriarsi del  paesaggio,  contemplando e  poi  ri-nominando i suoi luoghi, , Walcott  si accorge [19] che, nel punto in cui si congiungono le acque del mare caraibico con l’oceano, si annullano per sempre i confini e le differenze; il poeta si accorge, cioè, che i due mondi distanti tra loro - i Caraibi e il mondo occidentale- hanno radici e memorie condivise.  L’artista, anche se vive ai margini, come i mulatti nei quadri del Tiepolo, interni al dipinto, ma solo testimoni della storia rappresentata,  riesce a  vedere e portare dentro di sé intere culture al di là della Storia. Omero, con le sue storie che suscitano stupore,  e Dante, con la chiarezza cristallina delle sue immagini, diventano patrimonio di tutti, anche del selvaggio Calibano.
         Ecco perché, con  quella lingua ibrida, in cui l’ Inglese si mescola al patois creolo,  Walcott  può scrivere oggi un poema epico di pescatori antillani con nomi mitici,  in pseudo-esametri, raggruppati  in terzine dantesche,  magari  usate soltanto come un meccanismo musicale per tenere insieme una strofa con quella successiva[20]  e rendere tutto estremamente fluido. Oméros, che dà il titolo al poema, è il moderno aedo che narra un intreccio di storie parallele di personaggi che hanno in comune un senso di perdita, di timore e gratitudine nei confronti del creato. La Storia in   “Oméros”[21] diventa compassione, pietà per il mutare del mondo, per ciò che si scolora,  come i sentimenti e la giovinezza. La luce incerta dell’alba e del tramonto commenta l’ira e il lamento elegiaco del pescatore Achille, “[..] il quieto Achille, figlio di Afolabe,/ che non è mai salito in ascensore,/ che non aveva passaporto, perché l’orizzonte non lo richiede,” in cerca della sua identità e contrario alla sirena corruttrice del progresso. Achille, legato al suo mare e alle sue origini,  ama Elena,  incarnazione dell’isola Santa Lucia, in origine chiamata  come lei e, ormai, altrettanto corrotta:
                  [… ]
Il suo sguardo sembrava annoiato, [22]

e proprio come una pantera smette di agitare la coda
per schizzare leggera nell’erba, Elena sbadigliò e penetrò
nel palmeto stampato su una tenda, mentre io restavo

ferito da quella sveltezza felina, dal guizzo
del suo svanire, e dietro l’aria tremava
divisa dall’eco di lei che oscillava come un giunco

 Elena, ispiratrice d’amore, ben presto diventa  fonte di gelosia e risentimento:
                               […]
E in quel momento Achille fu preda di una pietà[23]

che superava il dolore. C’era quiete tra le nuvole,
e la luna in una sottoveste di seta bianca gli stava

sopra. “Cosa?” disse ”Perché sei così troia?”
Perché non mi lasci in pace e non vai a farti Ettore?
Quel corpo lo hanno arato più uomini che canoe il mare”.

La lancia del suo odio la penetrò senza rumore,
ma lei si avvicinò e gli si stese vicino, e giacquero
come due tronchi paralleli sulla sabbia chiara di luna.

Sentì gli alberi del fico abbracciarsi e sorrise quando
il primo gallo lo cornificò. Elena trovò la mano di lui
e la strinse. Achille si girò. Lei dormiva. Come una bambina.

            - Elena, Ettore, Achille, Filottete e la sua ferita, Mamma Killman- moderna Sibilla, il maggiore Plunkett- ex-colonizzatore in pensione,  e sua moglie Maud, che ricama una tela piena di fantastici uccelli dei Caraibi, sono alcuni dei personaggi indimenticabili del poema, ma il vero protagonista è l’oceano, quel mare da contemplare o da solcare, mentre le donne rimangono a terra. Fonte di sopravvivenza, specchio del cielo, luogo di battaglie, ispiratore di calma interiore e di poesia, nei versi di Walcott, il mare diventa soprattutto Storia, perché le radici più profonde dei Caraibi dobbiamo cercarle proprio nel mare:

Il mare è la Storia[24]

Dove sono i vostri monumenti, le battaglie, i martiri?
Dov’è la vostra memoria tribale? Signori,
in quella volta grigia. Il mare. Il mare
li ha racchiusi. Il mare è la Storia.
                         […]



[1] Derek Walcott,  “Un canto di marinai”, (vv. 1-6; vv56-59 ;vv 63-64; vv72-80), da Poesie scelte (1964),  in Mappa del nuovo mondo, Adelphi, 1992; con un saggio di Iosif Brodskij, trad. di Barbara Bianchi.
[2] Derek Walcott nasce a Santa Lucia, Caraibi, nel 1930 e vive tra Boston e la sua isola natale. Nel 1992 gli è stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura.
[3] Cfr. Cristina Benicchi, La letteratura caraibica contemporanea, Bononia University Press, 2010; pagg.141-142
[4] Derek Walcott,” Capre e scimmie”,  da  Il naufrago e altre poesie (1965), in  Isole /Poesie scelte (1948-2004), Adelphi,2009, a cura di Matteo Campagnoli.
[5] Cfr. La Tempesta di William Shakespeare. Calibano, lo schiavo selvaggio e ribelle, e Ariel, spirito dell’aria, sono i due servi di Prospero, signore dell’isola.
[6] Cfr.Braithwaite: ”Le popolazioni caraibiche  erano obbligate a usare una lingua buona per poter descrivere una nevicata, ma non un uragano”.

[7] Cfr Iosif Brodskij, p. 20, in D.W, “Mappa del Nuovo Mondo”, op. cit.
[8] Derek Walcott,” La goletta Flight”, in Mappa del Nuovo Mondo, vv 51-63,  op.cit. Traduzione di Roberto Mussapi.
[9] Cfr. Mahmud Darwish, in Oltre l'ultimo cielo, Epoché, pp. 170,2007.
[10] Cfr intervista con Derek Walcott, su www.lellovoce.it : “Questo può dirsi anche del francese. Anche se per molto tempo la poesia antillana francofona è stata considerata più una corruzione della lingua «madre», che un suo arricchimento. …”
[11] Ibidem.
[12] Nei luoghi affidati all'amministrazione britannica, all'inglese ufficiale della burocrazia si è presto affiancato l'inglese parlato dalle originarie popolazioni amerinde (Creole English) e il cosiddetto nation language, che deriva dalla fusione dell'inglese con le lingue africane, patrimonio dei numerosi schiavi deportati ai Caraibi come forza lavoro. Le lingue intrecciate e sovrapposte hanno prodotto lingue creole a lungo oggetto di proibizioni da parte del sistema coloniale britannico e delle istituzioni, perché veicolo di cultura bassa troppo vicina alle radici africane.
[13]  Programma che durò dal 1946 al 1958, sotto la direzione di Henri Swanzy.
[14] I lavori di alcuni di questi nuovi scrittori erano già circolati in forma manoscritta o comparsi in qualche giornale locale di minima tiratura Tra loro la stessa Louise Bennet della Giamaica,  George Lamming, Edward Kamau Brathwaite delle Barbados; Wilson Harris della Guyana; Andrew Salkey, nato a Panama e cresciuto in Giamaica; V.S. Naipaul di Trinidad. Tutti  loro collaborarono, poi, regolarmente  alla trasmissione, da cui ricavarono anche sostegno finanziario.
[15] Di lingua inglese, francese, spagnola o olandese
[16] Cfr. Salman Rushdie, nel saggio Patrie Immaginate: ’ Forse gli altri scrittori nella mia stessa situazione, esuli o emigrati o espatriati, sono perseguitatidallo stesso senso di perdita, da un forte desiderio di riappropriazione, di guardare indietro [...], creeremo delle fiction al posto delle vere città o paesi , fiction invisibili, patrie immaginarie[...]’(RUSHDIE, 1991: 14).
[17] D. Walcott, dal discorso di accettazione del Nobel, già citato: ‘ questo processo di ri-nominare, di trovare nuove metafore, è lo stesso processo  che il poeta deve affrontare ogni mattina del suo giorno di lavoro, costruendosi nuovi strumenti/ utensili come Crusoe. ‘
[18] Derek Walcott, “Preludio”, da  In una notte verde. Poesie 1948-1960, in Isole /Poesie scelte (1948-2004), op.cit., 2009, a cura di Matteo Campagnoli; vv 1-9.
[19]Cfr. Roberto Calasso in Il rosa Tiepolo, ed. Adelphi, 2006
[20] Postfazione a Derek Walcott, Oméros,  Adelphi, 2003; a cura di Andrea Molesini.
[21] Oméros (1990) è un poema epico ispirato alla storia di Ulisse, ma ambientato ai giorni nostri a Santa Lucia. Non c’è un personaggio principale, ma tre filoni narrativi che talvolta si intrecciano: quello che narra l’amore per Elena dei due pescatori amici rivali Achille e Ettore, quello che racconta del sergente maggiore Plunkett e di sua Maud, e quello che riporta i commenti del narratore e i racconti dei suoi viaggi. L’opera è suddivisa in sette libri, divisi in sessantaquattro capitoli;i versi sono degli esametri imperfetti, organizzati in terzine secondo lo schema della terza rima, tipico della Divina Commedia. 
[22] Derek Walcott, ”Il suo sguardo sembrava annoiato” da Oméros, Libro l, cap. VI, iii, vv 54-60,  op. cit.
[23]Derek Walkott, ”E in quel momento Achille fu preda di una pietà”,Ibidem, Libro II, canto XXI, III, vv 25- 36. 
[24] Derek Walcott, “Il mare è la Storia”, da Il mare è la Storia, vv 1-4, da  Il regno del pomo stellato (1979), in Isole, op. cit.