lunedì 17 ottobre 2016

I VICERÉ di Federico De Roberto

I VICERÉ ( 1894)

Quel “piacere artistico tra le scapole” di cui parla Nabokov  a proposito di  Casa Desolata di Ch.Dickens, nelle sue Lezioni di letteratura[1], l’ho provato qualche tempo fa leggendo I Viceré di De Roberto(1861-1926). Ho sentito quel fremito lì dietro, in alto sulla schiena. Chiaro e ineludibile. Tanto che, quando ho finito il libro, ne ho provato una sorta di dolore, di sofferenza da astinenza che non mi permetteva di leggere altro. Avevo divorato tutte quelle pagine, come ai tempi delle letture bulimiche adolescenziali. Proprio io che non amo i romanzoni. Eppure l’avevo cominciato quasi per dovere, certa di trovarmi davanti a qualcosa di vecchiotto, un soprammobile di famiglia tenuto in salotto, bello ma importante soprattutto per parlarci sopra, e d’altro. E mentre lo leggevo mi chiedevo quali dovevano essere state le letture del giovane De Roberto traduttore infaticabile dal francese e più tardi bibliotecario a Catania, dopo la delusione  per la tiepida accoglienza dei suoi scritti  e dopo il ritorno a casa accanto alla vecchia madre che accudirà fino alla fine. In quei momenti di solitudine, con tutti quei libri intorno a sé, quali erano le pagine che l’avevano colpito di più e sulle quali tornava più spesso? Gli indimenticabili personaggi de I Vicerè - un nodo ripugnante di personaggi in cui neanche i puri o gli idealisti si salvano- sembrano echeggiare molti vecchi amici di letteratura. Penso al Babbeo, un condensato di Bouvard&Pecuchet estremista; all’infelice contessa Matilde che ricorda le atmosfere di Una vita di Maupassant; a don Eugenio Uzeda dalla lingua più che infiorettata e parente povero alla maniera del dickensiano Twemlow de Il nostro comune amico, ma decisamente meno mite; a donna Ferdinanda balzacchiana  e alle sue maligne storpiature posh dei cognomi dei borghesucci o dei nobili meno nobili degli Uzeda con cui entra sdegnosamente in contatto (ancora Dickens e le variazioni irriverenti del cognome Boffin da parte della sorella minore di Bella nel romanzo appena citato); a don Blasco e al fratello domenicano (Stendhal?); o al sapore shakespeariano della presunta uccisione della prima moglie da parte del principe suo marito, divenuta certezza nel figlio Consalvo – un Amleto falsamente “rottamatore” e corrotto come tutti quelli che lo hanno preceduto. E il gioco potrebbe continuare.


 I Viceré, Federico De Roberto, 1990 Giulio Einaudi, Torino
Scritti introd. di Luigi Baldacci e Leonardo Sciascia
Ebook ISBN 9788858418192


(isabnic 2016)


[1] V.Nabokov, Lezioni di letteratura, a cura di Fredson Bowers, trad.di Ettore capriolo, Garzanti, Milano 1982.