domenica 17 gennaio 2016

SOLE NERO (prima parte) di isabnic 2015

SOLE NERO

Avevo sentito un brivido corrermi giù per la schiena. Era molto presto e l’umidità che saliva dal terreno della macchia ci aveva inzuppato pian piano le scarpe. Eravamo ancora  in cima al poggio, ma ormai deluso avevo abbandonato ogni tentativo di vedere qualcosa. Ancora tempo perso, sottratto al mio lavoro, avevo pensato. Doveva essere una delle tante leggende metropolitane l’idea di usare le lastre delle radiografie, mi ero detto. Lei aveva insistito, querula, con quella voce che un tempo avevo amato, ma  tutto quello che eravamo  riusciti a scorgere erano soltanto ombre grigiastre, sfumature opache di grigio malato, mentre gli animali nel bosco lì intorno tacevano quasi sconcertati da quel buio inaspettato e improvviso. Come in attesa, in attesa di chissà che. E ancora la sua voce inutile, che feriva quel silenzio. Se solo tacesse per un po’, avevo pensato stringendole il polso. Tutto mi pareva sospeso, quasi un cristallo leggero che un piccolo rumore avrebbe potuto infrangere. Era un’eclissi di sole e il mondo era come sottosopra.
Deliquium solis, ecco come si chiamava! È il sole che ci abbandona, ci lascia nella notte, ciechi, soli. Dio è morto e l’eclisse nasconde tutti i delitti, i nostri segreti mostruosi. Sapevo che in quei minuti nulla può essere più normale, e me lo ero ripetuto come un mantra, quasi per farmi coraggio. Proprio allora mi era tornata in mente la voce di mia nonna quando bambino avevo assistito a quello stesso fenomeno: -  Ecco! Questo è il Sole nero, segno di collera divina, presagio di sventure-  aveva detto a me e ai miei cugini- Su! battiamo le mani, bambini, facciamo rumore, scacciamo i demoni dell’oscurità! E ci sembrò a tutti un prodigio, perché dopo un po’ tutto  tornò come sempre.
Quella mattina dell’ultima eclisse… Non ricordo quanto rimasi lassù con Mara,  ma eravamo infreddoliti e volevamo qualcosa di caldo da metterci addosso. Tornammo indietro con la solita colonna sonora di recriminazioni. “Se solo tu… eh, già! come al solito… Ma possibile che mai una volta… Sempre lo stesso!”, ma non era così. Non almeno quella volta. Sapevo esattamente cosa volevo fare della mia vita e di noi due. Mai era stato tutto così chiaro come in quel momento e glielo avrei detto poco dopo. Le more raccolte e da congelare avrebbero aspettato un po’. Inciampavamo ma la luce traballante della torcia ci portò a casa.
Il sole sarebbe tornato a risplendere poco dopo, indifferente, e avrebbe continuato così  chissà per quanto.  E allora, suoniamo!, mi ero detto. Avevo preso il sax e mi ero messo a suonare. Stringevo l’ancia, lunghi respiri, note straziate che nascevano in testa per poi tornarvi avvitandosi nelle orecchie. Mi sembrò quasi di poter riassaporare quella pace che avevo sentito dentro tanti anni prima  in campagna dalla nonna e i cugini. …Intrecci di luce tremula e voci infantili lontane, la macchia lì intorno che sapeva di sangue e di terra. Anche allora, ma non inciampavo sulle radici che strisciavano sotto il viottolo, come vene segrete che  spezzavano il terreno. Ripensai alla piccola Mara  che quel giorno era stata la prima a sbucare nella radura odorosa di finocchio selvatico, a uscire dal fitto del bosco e trovarsi inondata dal sole, a scoprire quell’unica siepe illibata, carica di more. Se ne riempiva le mani e la bocca e intanto mi chiamava per condividere il tesoro appena scovato.  Fu lì dietro che scoprimmo la carcassa di un riccio ancora coperta da voraci formiche. Sarebbe stato il nostro segreto…

Sempre quel giorno… o doveva essere forse qualche tempo dopo, non sono sicuro, stavo suonando da un po’ quando …  Ignoro quando fosse entrata.  Me ne accorsi all’improvviso.  Gli occhi sembravano quelli di un cerbiatto spaventato, e stava li accucciata al lato del divano. Ansava tremante, quasi stremata da una lunga corsa. Una ragazzina piena di graffi in viso, i capelli corti quasi un velluto, la bocca che fremeva come nello sforzo di voler dire qualcosa. Avevo il sax appeso al collo e appoggiato al petto, con le mani che appena lo sfioravano, insomma, un’ ancora di salvezza in quel momento, mentre il cuore batteva selvaggio. Strano, mi ero detto, dovevo aver lasciato la porta aperta quando ero rientrato.
“Chi sei? Che ci fai qui?” La voce era un po’ roca, ma provai a addolcirla:” No, non aver paura… Puoi restare. Sei ferita? Ti stanno cercando? Ma come… ?”

Allungai la mano per aiutarla ad alzarsi, ma quella scomparve all’improvviso saltando su come una molla e rotolando verso l’uscita. Le scie rosse sul pavimento dovevano essere le more che aveva schiacciato fuggendo via. (continua)

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