sabato 17 maggio 2014

BORSITE (4) di isabnic


 Avrà avuto forse sedici o diciassette anni mio cugino Gianni quando organizzò una caccia al tesoro. Non vivevamo  più in paese; nessuno della famiglia ormai perché gli zii si erano trasferiti anche loro nella città lucana piena di vento dove avrei trascorso la mia vita pre-universitaria. Mio padre e gli zii avevano investito a quel tempo un mucchio di soldi per aprire un negozio e avviare un’attività di rappresentanze e, anche se non saremmo mai riusciti a farci accettare dalla borghesia del luogo e saremmo rimasti sempre degli stranieri laggiù, il boom economico di quegli anni migliorò considerevolmente le nostre finanze e i nostri averi. Ci furono allora nuove auto, case e villette al mare, Natali ricchi di doni, viaggi e vacanze lunghe e senza tempo. La città poi non era lontana dal mare con le sue acque verdeazzurre profonde e salate, che lasciavano ghirigori bianchi sulla pelle abbronzata, né da quegli scogli aspri, pieni di ricci profumati che qualcuno mangiava lì a cavalcioni aprendoli con un coltello. Un mare ancora un po’ selvaggio, con un paio di lidi poco attrezzati e ancor meno frequentati.
Quella  caccia al tesoro, organizzata da Gianni e il cui percorso copriva l’intera area della città e giungeva fino al mare, fu un successo:  la partecipazione fu enorme, l’organizzazione perfetta e il ricavato da spartire tra i soci organizzatori fu sostanzioso anche se, forse, alla fine ci fu qualche discussione. Io avevo partecipato alle riunioni organizzative, avevo tagliato i foglietti di carta delle domande, visto i premi, collocate le istruzioni nei posti segreti insieme a Gianni giurando silenzio eterno:  la sensazione che associo al ricordo, insieme al brivido di condividere  qualcosa con quelli più grandi di me, è quella di puro divertimento e gioia.
Lo zio, il papà di Gianni, invece, non si divertì affatto: lo avevano convocato a scuola i professori del figlio per avvertirlo che il ragazzo risultava assente da scuola da venti giorni e che, prima di interrompere la frequenza alle lezioni -del resto piuttosto saltuaria- aveva detto in risposta all’ennesimo rimprovero: - Purtroppo, professore,  non  potrò più frequentare d’ora in poi, perché devo aiutare mio padre in negozio.
Lo zio aspettò il lunedì, il giorno dopo della caccia al tesoro, e senza molti discorsi preparatori riempì Gianni di botte. Tentò anche  di rimandarlo a scuola -una scuola che si chiamava Avviamento al lavoro,  ma poi si arrese all’evidenza e Gianni cominciò davvero a lavorare con lui.
Durò poco, però: tra litigi e discussioni si scoprì che mio cugino aveva già in mano delle rappresentanze di piccoli elettrodomestici e materiale elettrico in diretta concorrenza con lo zio stesso. Pur continuando a vivere a casa con i genitori Gianni, dunque, cominciò a lavorare  per conto suo, usando la sua stanza come ufficio. Con il padre le rare occasioni di comunicazione divennero praticamente nulle.
E con il lavoro arrivò anche il tempo dell’amore. Fu in quel periodo, infatti, che cominciò la vita amorosa di mio cugino e io potei farmi un’idea piuttosto distorta, come più tardi avrei dovuto accertare, di quello che regolava le storie delle persone innamorate. A Tarnasco avevo già e spesso osservato le due cugine con i loro filarini, ascoltato le loro confidenze, partecipato indirettamente - cioè seduta all’angolo come testimone pieno di stupore- alle feste di poche persone con colonna sonora  all’ultimo piano della casa. Un piano che per me insieme alla cantina si tingeva di grande mistero perché ormai disabitato da anni e con una finestrella senza vetri che si affacciava sulle scale da cui mi pareva, salendo e con il cuore in subbuglio, d’intravedere sempre un’ombra. Quello che un tempo doveva essere stato forse uno studiolo, ma ormai serviva come stenditoio durante la lunga e umidissima stagione invernale, fu la stanza che le mie cugine decisero di risistemare. Ci si arrivava attraverso una di quelle stanze interne chiamate camere buie che servivano da disimpegno per accedere alle altre parti del piano. Questa, in alto sul soffitto, aveva uno sportello che ho visto sempre chiuso e che dava sull’abbaino. Si vociferava tra noi ragazzi che quello fosse stato luogo di nascondiglio in tempi difficili e ora era pieno di vecchie cose, topi e vestiti in disuso. Di fronte allo studiolo c’era la porta di quello che considero ancora il bagno più grande che abbia mai visto. Un camerone gelido che si affacciava sulla campagna, con una sperduta vasca da bagno di ghisa smaltata, un ridicolo scaldabagno a colonna con la cesta della legna lì accanto, un paio di bauli, due seggiole e i sanitari moderni di ceramica assurdamente fuori scala. Tutto il piano -non so come o almeno è così nel mio ricordo- non aveva alcun odore particolare, ma dava piuttosto una sensazione sulla pelle di tempo interrotto, di voci appena zittite, porte appena chiuse. Lo studiolo ne aveva una sgangherata e lasciata sempre aperta.

Il giradischi e i 45 giri su un mobiletto basso con la voce di Paul Anka &co, il tavolino con qualcosa da mangiare e da bere (tutto analcolico), le sedie addossate alle pareti, qualche barattolo come portacenere e il pavimento di mattoni che -quello sì sapeva di polvere bagnata- e la festa delle cugine, con l’arrivo dei primi amici, poteva cominciare.  Qualche cha cha cha di gruppo lo sapevo ballare anche io, poi di solito, però, quando cominciavano i  lenti di Neal Sedaka,  venivo in qualche modo allontanata, mandata in missione a prendere altre bibite o qualcos’altro di assolutamente inutile, lontano da quelli che allora consideravo i loro riti segreti. Finché alla fine preferivo rimanere a guardare zia Lucia che lavorava all’uncinetto al piano di sotto e raccontava di sé e dello zio Gino, suo marito per brevissimo tempo, morto in un incidente d’auto. Si erano amati segretamente per anni perché la nonna, la volitiva e segaligna nonna Ida, non gradiva il loro eventuale matrimonio e quando questo alla fine fu celebrato, la fatalità negò per sempre alla zia la possibilità di vivere il suo amore.  Anche delle altre zie e di mia madre avevo voracemente ascoltato le storie d’amore, i primi sussulti e gli incontri pudicamente evocati, fino al finale trionfante del loro matrimonio , che a dire il vero sembrava -almeno ai miei occhi- procedere in modo piuttosto noioso.
Erano rimasti a Tarnasco tutti i luoghi più amati, quelli che ritrovavo ogni anno in quel mese che passavo lì prima dell’inizio della scuola. Lì mi sembrò, anche e per la prima volta, di sentir battere il cuore più velocemente del solito per un ragazzino più alto di me e dagli occhi verdi; e fu lì e allora che sentii nascere una profonda rabbia nei confronti di mia madre che mi obbligava ancora a mettermi degli infamanti calzettoni al posto delle calze lunghe. 
E Gianni? Quella di Gianni non fu una storia classica di innamoramento, secondo i tempi e i modi che avevo potuto osservare in quegli anni, ma una deflagrazione preceduta da uno sbandamento. Fino ad allora lo avevo sempre visto e sentito impicciare con i suoi amici a proposito di automobili, motori da riparare, o al massimo gite in massa a vedere l’arrivo delle milanesi -ragazze del nord o  straniere-  al nuovo Villaggio Vacanze Troubadour, appena costruito sulla costa,  per la stagione balneare. Non so se mio cugino avesse già avuto una ragazza di cui non avevamo saputo nulla, ma tutti sono concordi nel pensare che la bionda occhicerulea Abigail fu il suo primo amore. Breve, perché il pomeriggio stesso del loro primo incontro lui trovò poi quello vero: Àmor, la sorella quattordicenne  della stessa Abigail. Capelli scuri e ricci, occhi viola, questa volta. Un sorriso dolcissimo. Il suo nome, che il padre aveva scelto per amore nei confronti della cultura classica, ora scritto a stampatello con quattro enormi lettere di nastro adesivo rosso, campeggiava sulle due ante dell’armadio di formica finto legno della camera di mio cugino. Era la prima cosa che notavi , sbattendoci quasi contro, quando  capitava di entrarci per svegliarlo su incarico della zia. Tra lenzuola arrotolate intorno al corpo come un mare in tempesta, emergevano le braccia brune come biscotti, intrecciate sotto la testa di ricci scuri che pareva galleggiare in quel mare bianco persa ancora tra i sogni. A questo punto di solito mi voltavo a guardare di nuovo la scritta sull’armadio per verificare che nulla fosse cambiato e annuivo, pensando di aver capito tutto, mentre lui si stiracchiava passando rapido dal sonno alla veglia, quasi in modo inaspettato, pronto a riprendere le sue mille attività.

In quel periodo l’aiutai a scrivere qualche lettera in  inglese, poi Gianni investì tutto quello che aveva guadagnato fino ad allora (aveva compiuto da poco diciotto anni) e partì in nave per l’Australia, paese dove era tornata, perché lì viveva, Àmor con la sua famiglia, quasi deciso a rimanerci per sempre.
(isabnic2014)