mercoledì 27 novembre 2013

GABRIELE ARCANGELI, primo piano -primo portone a sinistra (5)

 5. Quando arrivai al cancello della  Pharmacol, dove lavoravo, ancora pioveva, ma il peggio sembrava passato.  Vidi in fondo allo slargo Daniela che aveva già parcheggiato. Sotto un ombrellino rosso, cercava di evitare le pozzanghere dribblando pericolosamente sulle scarpe a tacco alto, per poi scomparire tra i cristalli dell’ingresso. Pensai di riuscire a controllare meglio tutte le ansie e le emozioni, che mi battevano alle tempie, simulando una nottata difficile. Appena la raggiunsi, mi guardò preoccupata e dritto in faccia con quegli occhi indifesi che mi avevano colpito fin dal primo giorno in cui me l’avevano presentata durante una pausa al caffè aziendale: - Ciao, amore! buongiorno. Ma che c’è? come stai? Non hai dormito bene?
 Aveva notato che la mia andatura era più claudicante del solito, lo sguardo più pensieroso. Lo spray nasale mi aiutò a distrarre la sua attenzione. -Ciao, Dani. Sì, ho dormito poco. Non respiro bene… Dai, ci vediamo dopo in mensa.
 La conoscevo ormai da qualche anno, non le avevo promesso niente, ma mi si era legata con dedizione e affetto non aspettandosi  nulla in cambio. Aveva superato i cinquanta e aveva ancora un bel corpo, oltre a tanta voglia di vivere. C’era stato un marito, c’erano state altre storie nella sua vita. Era una donna generosa, che aveva continuato a dare amore e a sperare. Non aveva mai fatto molte domande, sembrava intuire che ci doveva essere una storia un po’complicata alle mie spalle, ma rispettava i miei silenzi, il desiderio di  momenti di solitudine, le mie assenze senza racconti durante le ferie estive. Durante le serate con i colleghi al ristorante ci sedevamo accanto, poi la riaccompagnavo a casa. Mi piaceva ascoltare il suono della sua voce e la sua risata schietta che finiva con un sospiro come se non volesse strafare.  Qualche volta la sera veniva a trovarmi nel mio appartamento, più spesso mi capitava di cenare da lei e, quando succedeva, di solito mi fermavo per un paio d’ore a chiacchierare, guardare un film  e fare l’amore, e per tutti e due sembrava ogni volta come se fosse l’ultima. Sapeva che per me c’era una famiglia da qualche parte. Ricordo che fu lei a invitarmi a salire la prima volta:- Vieni, è ancora presto. Il tuo pappagallo stasera aspetterà. Sono sicura che non ti metterà il muso… Se non vuoi proprio bere, vorrà dire che ti preparerò una tisana!- Aveva un buon profumo e nella penombra dell’abitacolo della macchina avevo pensato per un attimo che fosse Marìa Concepciòn a posare la mano leggera sul mio braccio. Come aveva fatto a capire che quella sera mi sentivo più solo che mai?
Alla fine di quel mattino di febbraio, in cui Manlio Giacinti sembrò scomparire dalla mia vita per sempre, quando a pranzo me la trovai al fianco con il suo vassoio, avrei voluto stringermi a lei, abbandonarmi tra le sue braccia e trovare soltanto un po’ di requie. Quanto ancora dovevo pagare per le mie scelte sbagliate? Quanto per la mia vigliaccheria? -Dani, vieni da me stasera? Ceniamo a casa mia?, avevo bisogno di qualcuno. Avevo bisogno di lei. Come avrei fatto ad affrontare il ritorno a Via Gianturco quella sera? Avevo ricevuto a metà mattinata una telefonata dal portiere che mi aveva comunicato la notizia. Non era stato difficile simulare una qualche sorpresa ed esprimere un tiepido rammarico, ma quel corpo riverso a terra mi si confondeva in testa con altri corpi a terra di anni prima e le gocce nebulizzate di Kapparinol non sarebbero bastate a farmi respirare meglio. Insieme decidemmo che lei mi avrebbe seguito con la sua auto e avrebbe parcheggiato fuori del garage, come sempre. Forse anche io avrei fatto meglio a lasciar fuori la mia Punto. Chissà se la polizia aveva transennato, oltre alla zona del ritrovamento, anche le aree lì accanto? Continuai ad arrovellarmi per tutto il pomeriggio, fingendo di portare avanti il lavoro: ‘Avranno già chiesto ai vicini informazioni su di me, abitudini, frequentazioni... Purchè non risalgano ai tempi del liceo!. Ma allora ero Mauro. Mauro Lenzi, cittadino italiano, nato a Parma e residente a Roma. Ora sono un cittadino venezuelano, perito chimico, dipendente di un’associata della Pharmacol, qui, in questa città, a completare gli ultimi anni di lavoro nella sede italiana. Yo soy el señor Arcangeli, primo piano, primo portone a sinistra e …Cos’ altro aveva aggiunto Franco il portiere? Mi tornò subito in mente e mi si strinse la gola: - … e poi, domani mattina  hanno detto che dovremo presentarci tutti, io, lei egli altri condomini, al Commissariato di zona. Hanno lasciato un avviso.  Vogliono stabilire come è successo, ecc. ecc. Pare, così qualcuno ha detto, che Giacinti avesse ricevuto delle minacce… Mah! Qui sono tutti in agitazione  e la signora X si è sentita male.-  Ecco! Dunque, volevano vederci chiaro, ci avrebbero fatto domande, controllato documenti… No, non ce l’avrei mai fatta da solo.
Fu dolce quella sera Daniela a tentare di rallegrarmi con i suoi racconti, a cucinare al posto mio, a prendermi per mano e portarmi a letto, mentre Guaco taceva discretamente. Non ero stato granché come ospite- ero stato quasi sempre in silenzio- tanto meno come amante, stravolto come ero dall’angoscia. Non avevo un alibi. Ero fuggito via anche quella mattina. Ancora una fuga, un’altra. Mi convinsi che non avrei mai potuto smettere di fuggire. Le mani di Daniela erano dolci e forti, il suo corpo accogliente, la sua bocca pareva volesse darmi una nuova vita, ma no, neanche lei, però, poteva aiutarmi quella sera. Alla fine, le chiesi di andare via e di lasciarmi solo: -Perché non vuoi mai che rimanga qui da te a dormire? E poi perché ti preoccupi così tanto per questa storia? - Cosa avrei potuto risponderle?
Appena mi salutò e chiusi la porta dietro di lei, ripetei meccanicamente i rituali che la mia vita di fuggiasco e clandestino mi aveva insegnato a rispettare fedelmente, senza deroghe. Era la condanna che mi ero inflitto per poter espiare i miei peccati e poter tornare a vivere, godere senza sensi di colpa quello che non meritavo. Una vita normale. Perfino felice.
Marìa Concepciòn… odore di cannella e occhi stellati. Denti splendenti sulla pelle scura, sapeva di mare, di foresta, di libertà. Quanto mi mancava! Quando l’avevo incontrata a Maracaìbo, avevo capito subito che quello sarebbe stato il mio porto d’arrivo. Avevo così rubato avidamente quegli anni e quei baci, avevo morso le hallaca che le sue svelte mani confezionavano a casa e bevuto  la chica criolla. Mi ero finalmente fermato dopo tanto vagare; era finita la paura, non ricordavo neanche bene perché, come ero capitato fin laggiù e chi mi aveva aiutato. Mauro Lenzi, allora, era morto anche per me, scomparso come il suo passaporto. Riuscivo di nuovo dormire tra le braccia di una donna e a sognare. Quando poi, però, nacque Juan il passato aveva ricominciato a pulsarmi in testa. Non bastarono più le braccia di Marìa Concepciòn ad allontare gli incubi e i ricordi che riemergevano togliendomi ogni forza. Dall’ Italia venivano notizie di arresti, condanne, pentimenti. L’oceano che ci divideva, improvvisamente, non mi sembrava più cosi vasto. Come avrei potuto continuare a guardare mio figlio negli occhi?  Sandro non c’era più dal giorno dell’ultima azione del commando, gli altri due compagni erano stati catturati poco dopo e condannati. Quando Giacinti crepò, stavano ancora finendo di scontare la pena.
Quel maledetto giorno, in quel maledetto incrocio, non ci eravamo fermati all’alt. Ci avevano colpito alle gomme, avevamo sbandato e era seguito uno scontro a fuoco. Colpi secchi, come grandine su una lamiera. Uno…, due andarono a segno. Colpi secchi ripetuti. Senza sapere bene dove puntare, forse nessuno di noi. Poi Sandro a terra, bocconi. Anche uno di loro dall’altra parte. Due fantocci scuri che con una piroetta si erano accasciati  a terra ai lati opposti della strada,  come in un film, due macchie scomposte a terra, complementari. Non ero riuscito a coprire Sandro, il mio amico, il mio eroe. Avrei dovuto trascinarlo via, ma l’unica cosa che  volevo in quel momento era che ci fosse silenzio e spazio intorno a me. Mi sentivo soffocare e di nuovo stretto contro quel muro della scuola, ma stavolta le gambe avevano deciso per me. Io non ero un eroe, non lo ero mai stato. Io non ero riuscito ad aiutarlo e dopo un po’ mi accorsi di non sentire più finalmente il rumore degli spari, coperto come era dai suoni delle sirene di altre auto in arrivo e dal mio respiro pieno d’affanno. Anche la scena che percepivo attraverso gli occhi appannati era ormai lontana,  il rumore dei miei passi e dei rametti delle siepi spezzati al mio passaggio erano ora diventati l’unica colonna sonora.  Stavo scappando. Mi  allontanavo velocemente, fuggendo come una lepre per quella macchia in leggera salita. E continuai ancora a correre, correre, mentre il cielo diventava sempre più chiaro. Ora potevo sentire qualche uccello che fischiava e frullava via. Il latrato di un cane disperato in lontananza. Non ricordo neanche bene  né quando né dove mi fermai, prima di ritrovarmi in Venezuela.
Respiravo a fatica anche quella lunga notte di tanti anni dopo,  mentre mi rigiravo in inquieto nel letto in attesa della convocazione al Commissariato. Sentivo  la pesantezza e l’oscurità di quegli anni miopi, costellati di chiavi inglesi e P38, come se non il futuro, ma piuttosto il passato fosse ormai diventato incerto, nebbioso e pieno di dubbi. Sapevo che i miei genitori non ci erano più, ma mio fratello, chissà, se mi aveva perdonato? La mia indifferente impazienza li aveva cancellati tutti dalla mia vita già prima che fossi costretto a lasciare l’Italia. Volevo cambiare le cose in meglio e subito, ma avevo fatto il vuoto intorno a me.
 Alle 2.45, un rumore di sedia caduta a terra e di vetri rotti nell’appartamento di sopra bloccò per un momento tutto il rimuginare.  ‘Cos’è? Minotti si sarà addormentato davanti alla televisione come al solito, con il bicchiere pieno. Stanotte siamo parecchi a non dormire.  Mi aveva detto qualcosa a proposito di Giacinti, tempo fa. Magari ... chissà quanti altri avranno avuto un buon motivo per farlo fuori. E ora la ragazza  della Smart nera, eccola!. è appena tornata dal club dove balla. Che stronzo, la guardo come se… potrebbe essere mia figlia. Juàn ha più o meno la stessa età di quella ragazzina. Chissà se Juàn ha una donna? Quando potrò stargli accanto?
La sveglia del cellulare- impietosa!- interruppe un sonno faticosamente conquistato e affollato di pensieri, cose e persone. Fuori il cielo era livido e senza speranza e lo specchio di fronte al quale mi stavo radendo mi rimandò l’immagine di un vecchio con lo sguardo smarrito e la bocca serrata.’ Coraggio! È tempo di andare.’
(isabnic2013)