venerdì 15 novembre 2013

GABRIELE ARCANGELI, primo piano, primo portone a sinistra. (4)

. L'ultimo incontro con l'Amministratore


Gli incontri con Giacinti, però, anche se a distanza, da quella sera in cui l’avevo riconosciuto, parvero intensificarsi e cominciarono a sembrarmi per nulla casuali. Ricominciai a sentire nei suoi confronti lo stesso odio di un tempo, quasi un sapore acido di vendetta, un grumo scuro che mi premeva alle tempie. Quell’uomo che mi aveva  separato da un amico, indebolito la povera gamba sinistra per sempre, segnato dolorosamente un periodo del passato, ora avrebbe potuto cancellarmi anche il futuro. Lui conosceva il mio vero nome, sapeva della mia amicizia con Sandro, forse avrebbe potuto intuire dell’altro e denunciarmi. Mancavano solo pochi mesi e sarei potuto tornare da Marìa Concepciòn e da mio figlio. Fino ad allora avevo immaginato che nessuno avrebbe potuto sospettare nulla, che avrei potuto mettere a tacere per sempre tutti i fantasmi che continuavano ancora a tormentarmi. Avevo pensato a tutto, così che noi avremmo avuto di che vivere e allo stesso tempo avrei potuto aiutare, in forma anonima, anche il figlio di Sandro. Se solo… Desiderai profondamente la morte di Giacinti, la sua scomparsa definitiva dalla mia vita, così che, alla fine, decisi di recuperare e tener pronta la mia vecchia pistola. Quella Walther P38 che da tempo non avevo più impugnato e che, da quando mi ero trasferito lì, tenevo nascosta in balcone. Mi ero illuso da tempo che avrei potuto non toccarla più per tutto il resto della vita. Ma pareva che non potesse andare così.
  Era sicuramente un fine settimana di gennaio, dunque appena un paio di settimane prima che il cadavere di Giacinti sarebbe stato ritrovato vicino all’archivio. Ricordo che le piante in balcone erano ancora coperte dai teli di protezione, quando decisi di recuperare quel pacchetto di plastica, ingrigito e rinforzato dal nastro adesivo. La mia memoria dolorosa, il mio senso di colpa straziante. Potevo stringerlo ancora tra le mani. No, non si era disciolto e non era nemmeno defluito via con l’acqua di innaffiatura. Era ancora lì dove l’avevo nascosto, sotto strati di carta, stoffa e plastica sporca del terriccio, sotto il quale avevo sepolto anche i tuberi di tulipano, in attesa della loro fioritura primaverile. Risistemai velocemente il vaso e posai sul tavolo del soggiorno quel lugubre pacchetto per aprirlo. Lo stesso odore di terra, come allora. Sotto gli strati di copertura che da anni lo avvolgevano, riapparve quel fusto in acciaio brunito. Estate del ’77. Non portavo ancora questi occhiali falsi, mi chiamavo ancora Mauro Lenzi,  nome di battaglia “Angelo”. Prime ore dell’alba, luce incerta. Insieme ad altri tre, a volto scoperto e a bordo di un auto rubata, in quella strada ancora poco frequentata tra l’autostrada e il litorale, come avrei potuto mai dimenticare?
     La Walther P38 era arrivata alla fine dell’addestramento, quando io e Sandro, ormai “compagno Michele”,  ci ritrovammo, dopo anni in cui ci eravamo persi di vista, militanti in clandestinità nella stessa organizzazione e poi, infine, in un paio di azioni di autofinanziamento. Qualcosa andò male, però, l’ultima volta. Non ci doveva essere quella pattuglia di carabinieri in attesa, a quell’ora, a quell’incrocio. Io sarei diventato, sui giornali del giorno dopo, il famoso quarto uomo del commando, famoso perché non identificato, sfuggito alle forze dell’ordine; una sagoma bianca, senza nome e, dopo più di trent’anni, ancora latitante nel condominio di via Gianturco. Se Manlio Giacinti mi aveva davvero riconosciuto, come sospettavo ogni giorno di più, sarebbe stato facile per lui ricostruire tutto il resto, tenermi in pugno, denunciarmi, ma –devo confessare- non avrei mai immaginato di vedere così presto il suo corpo riverso a terra senza vita.
  Erano le sette e un quarto di quel mercoledì di metà febbraio quando capii che non avrebbe potuto più farmi male. Tra breve Franco, il portiere, ne avrebbe scoperto il cadavere. Maledetto! Proprio qui dovevo rincontrarti!   Presto - mi dissi- prima che arrivi qualcuno e forse in archivio non c’è nessuno. Devo salire in macchina e andarmene subito al lavoro, come sempre, come se nulla fosse successo.                
 Mi chiedo ancora come riuscii a guidare fino a lì. La pioggia leggera che avevo incontrato uscendo dal garage era diventata man mano che lasciavo la città uno scroscio insistente e senza speranza, che cancellava il mondo al di là del nastro d’asfalto che percorrevo e la linea bianca, al centro della carreggiata, a tratti scompariva in apnea, prima che il braccetto del tergicristalli riuscisse a compiere il proprio lavoro di pulitura. Anche i pensieri si accumulavano a ondate alternandosi a momenti di vuoto. Mi venne in mente che l’avevo incontrato la sera prima mentre stava parlando con l’avvocato del quarto piano. Sembrava che avessi interrotto una conversazione di una certa importanza e ancora una volta mi ero sentito addosso il suo sguardo, anche più determinato del solito, quasi che dicesse: - Adesso non ho tempo. La prossima volta penserò anche a te.-
Non poteva che finire così.

(isabnic 2013)