mercoledì 6 novembre 2013

GABRIELE ARCANGELI, primo piano, primo portone a sinistra (3) di isabnic

Riprende il racconto di Gabriele Arcangeli, condomino del primo piano del palazzo in Via Gianturco.

3 . Gabriele ricorda e ha paura               

 - Ciao! Buonasera! Come va? Mi scusi tanto… Ehm, Manlio, devo parlarti. Ti chiamo più tardi…
Il tono era forse meno cordiale dei modi e più pressante, ma non ci feci tanto caso allora. Il fatto è che quel nome, quel nome pronunciato da Pratesi, mi aveva colpito come una staffilata e aveva cancellato tutto il resto. Alla fine lo avevo recuperato nella mia memoria.
‘Manlio! Manlio Giacinti. Ora ci sono. Ecco, dunque. - Un lampo infinitesimale lacerò il velo che mi impediva di vedere, ma cercai in tutti i modi di tenerlo nascosto, mentre frammenti di pensieri, ansie e ricordi mi affollarono la mente. 
‘ Mi ha riconosciuto, ne sono sicuro. Ancora non ricorda il mio nome, ma tra un po’ ricorderà anche il tempo e il luogo dove ci siamo incontrati. Manlio Giacinti! Fetente! io sì, invece, che so chi sei. Anche sotto tutto questo profumo e vestiti di buon taglio sei sempre la solita merda. Fascio e non solo. Spia, che godevi a far male. Chissà anche adesso in che giri ti trovi. Ti toglierei con piacere quel sorrisetto da stronzo. Sempre lo stesso. Come ho fatto a non incontrarlo finora?
Approfittai del momento per allontanarmi, seguito subito dopo da Pratesi, che continuò, meno vigoroso del solito, su per le scale verso casa sua, dopo un laconico buona sera e finalmente rientrai a casa.
Come al  solito mi bastò un solo sguardo per controllare che tutto fosse a posto come l’avevo lasciato al mattino. Sì, la casa era quella di sempre, almeno quella degli ultimi due anni. Tutto era come al solito. Anche quella sera. Nel grande soggiorno studio, su cui si affacciava la porta per la camera da letto e il bagno,  c’era il  tavolo piuttosto grande, e sempre un po’ disordinato, davanti ai finestroni che davano sul lungo balcone, pieno di piante, che curavo personalmente, quasi un balsamo per i miei affanni. L’ angolo cottura, forse spartano, ma adatto alle mie esigenze, e con qualche piatto da lavare nell’acquaio, rimaneva in penombra al lato della finestra, mentre dall’altra parte del tavolo troneggiava il trespolo-gabbia di Guaco.
 - Hola, Guaco, mi compañero!- lo salutai e mi lasciai cadere su una delle due poltrone chiare, lì dietro, semplici nella loro intelaiatura in legno e poco abituate a ricevere ospiti. Erano sistemate davanti alla piccola libreria bianca, dove i pochi libri che continuavo a portarmi dietro nelle mie peregrinazioni erano ora in casuale compagnia di soprammobili anonimi in dotazione della casa. Eppure quella sera mi sembrò che ci fosse qualcosa di malato alle solite pareti, dietro ai pochi soliti mobili, come ombre piene di rimproveri, mentre l’aria secca, a causa dei caloriferi in funzione, mi asciugava la bocca. Un sapore amaro che da lì sembrava impregnarmi tutto. La mia povera gamba sinistra mi doleva  per la stanchezza e la tensione. Mi affrettai a chiudere le serrande e le tende e non cenai nemmeno, perché la testa continuava a pulsarmi. Avrei forse fatto meglio a infilarmi sotto le coperte, ma l’ aver riconosciuto Giacinti e la paura che lui potesse avermi riconosciuto a sua volta mi avevano messo in uno stato di assoluta agitazione. Ansie e preoccupazioni mi si stringevano addosso mentre pensavo e ripensavo che avrei dovuto cambiare i miei piani, forse traslocare, forse cambiare casa prima possibile. O anticipare la partenza, rinunciare alla pensione che avrei maturato alla fine della primavera e poi scomparire. Lasciare l’Italia, stavolta per sempre. Intanto, da subito, avrei cercato di evitare in tutti i  modi di incontrarlo e contemporaneamente avrei accelerato i preparativi per una nuova vita.  Seduto al tavolo, sotto la lampada accesa che pendeva dal soffitto e davanti allo schermo del portatile, con la pagina lattiginosa di un nuovo file che sarebbe rimasto vuoto, mi scorreva il film di quegli anni lontani a cui da tempo non avevo più pensato. Quando avevo digitato il nome di Manlio Giacinti + amministratore condominio e lanciato la ricerca in rete erano subito comparsi un paio di articoli improbabili di giornali, almeno allora così mi sembrò, su un’operazione congiunta, appena conclusa, di Squadra Mobile, DIA e Commissariato di San….  Tredici arresti per organizzazione di un “megacondominio illegale”, tra quelli un certo M.Giacinti. Sicuramente un omonimo.  L’ altro articolo raccontava della denuncia sporta da una giovane donna a proposito di fatture false, bollette truccate e sottrazione indebita di immobile ai danni di una pensionata (forse una lontana parente), un procedimento ancora in corso in cui compariva come socio d’affari di M. Giacinti anche un notaio. ‘ Questo potrebbe anche essere lui -mi dissi- Un prepotente che si fa forte grazie a un gruppo di amici fidati, come allora.’ Su un sito che si occupava di “Consulenze del Lavoro”, compariva il suo nome, completo di indirizzi, recapiti telefonici, e preceduto dal doppio titolo Dott. Avv. Seguiva un invito: “ESPRIMI LA TUA OPINIONE, IL TUO COMMENTO”. Questo davvero no, meglio di no. Non avrei potuto farlo. Magari non era lui quell’amministratore disonesto dell’articolo, ma i ricordi riportavano in vita una persona decisamente poco limpida, un assoluto mascalzone.
 La mia conoscenza con Manlio Giacinti risaliva ai tempi delle scuole superiori. Frequentavamo lo stesso  liceo di Monteverde. Giacinti era più piccolo di me, almeno un anno, se non sbaglio,  ma oltre alla corsa campestre, in cui eravamo bravi tutti e due e dunque storici avversari nelle gare provinciali in cui rappresentavamo la scuola, non avevamo altre cose  in comune,  perché per il resto - famiglia, frequentazioni, gusti e scelte politiche- eravamo agli opposti.  
Non potei fare a meno di ripensare a quel giorno in cui era toccato a me il volantinaggio all’ingresso dei ginnasiali. Quasi quarant’anni prima. Un mattino rigido d’inverno davanti a scuola, mentre distribuivo volantini per una qualche assemblea non autorizzata. Ero appoggiato al cancello di metallo dell’istituto e i ragazzini del ginnasio mi passavano sotto il naso afferrando distrattamente i fogli ciclostilati, mentre si affrettavano a entrare tra richiami, saluti, ultimi tiri di sigaretta condivisa. Qualche ragazza, che forse mi aveva visto all’ultima Assemblea di Istituto sul palco dei rappresentanti di sezione o a presentare il nuovo gruppo di studio,  mi sorrideva timidamente. Da qualche tempo l’atmosfera nelle scuole era mutata e tutto sembrava anticipare altri e più grandi cambiamenti. Non mi accorsi nemmeno di quel  gruppo di quattro che, con Giacinti in mezzo, si avvicinavano minacciosi con le mazze di legno in mano. Riconobbi  soltanto dopo quel suo sorrisetto che risaltava sul solito montgomery  scuro.  Mi si misero intorno, mi strapparono i volantini dalle mani e cominciarono a spintonarmi via, gridandomi addosso. Mi ritrovai improvvisamente solo, il muro alle spalle e fu allora che presero a colpirmi sulle gambe. Ripetutamente. Con quelle mazze che sembravano cento. Quasi non riuscivo a urlare. Ero caduto come un sacco. Mi sembrò che mi avessero spezzato tutte e due le gambe e il dolore lancinante mi saliva a ondate mischiandosi alla paura e a un assoluto senso d’impotenza. Pensai che forse stavo per morire, che fosse finita per sempre. Se non fossero arrivati Sandro Micheli e gli altri compagni dell’ultimo anno, sarei davvero rimasto a terra. Loro riuscirono a ricacciarli e Giacinti perse anche qualche dente, prima che i bidelli avvertiti dai ginnasiali dessero l’allarme. La mia gamba sinistra da quel giorno non fu più la stessa, non  rappresentai più il mio liceo nelle gare e da allora a vincere fu soltanto Giacinti. Lui si assentò per qualche giorno, dopo i fatti, poi venimmo a sapere che la famiglia aveva denunciato Sandro, il quale fu espulso da scuola, e tutte le nostre manifestazioni di solidarietà furono vane. Persi un compagno, un amico- sia pure più grande di me- e il mio eroe personale nello stesso momento, perché Sandro mi aveva svelato un  mondo e con lui avevo condiviso in quegli anni letture, musica, pomeriggi al cinema e ideali, e in più, in quell’occasione, mi aveva anche salvato la vita. Sandro era già stato minacciato di espulsione perché si era sempre esposto in prima persona in tutte le lotte e le rivendicazioni, ma dopo questo episodio fu costretto a cambiare scuola o forse città e ci perdemmo di vista per un po’. Giacinti e io, invece, rimanemmo, continuammo a incontrarci e a odiarci per tutta la durata della scuola prima dell’ esame di maturità. Poi non ne seppi più nulla, né volli saperne. Ora, dopo tanti anni, temevo che di nuovo potesse farmi male. Se si fosse ricordato il mio nome, quello vero, intendo, avrebbe potuto denunciarmi o ricattarmi per sempre in cambio del suo silenzio.
 ‘Devo evitare di incontrarlo. Mancano solo tre mesi alla pensione, mancano solo tre mesi. Tre mesi e potrei sentirmi finalmente libero, libero da tutto’, continuavo a ripetermi. Poi tolsi il collegamento Internet, spensi il pc, controllai doverosamente le finestre e, prima di coprirlo per la notte, cercai di trovare un po’ di conforto con Guaco che nervosamente si muoveva su e giù per il trespolo sul quale era poggiato, e da cui aveva continuato a osservarmi per tutta la sera.   
- Vero, Guaco?- mi volsi verso di lui- Y tu también vuoi tornare a casa? Con migo y mi mujer. Y Juan… 
- JUAAN…Acooo! Yo soy yooooo
- Ssst! Silencio! Sì, anche tu Guaco. Buenas noches, amigo! Hasta mañana!

(isabnic2013)