venerdì 26 luglio 2013

L'ULTIMO RACCONTO da I Racconti del Palazzo sul Viale Alberato

sì, lo so. Avrei dovuto finire il post sul poeta operaio e le varie recensioni di libri letti ultimamente.
Stasera preferisco pubblicare l'incipit dell'Ultimo Racconto. Ve lo affido. Chissà se riuscirò a continuare e a concludere.

L'ULTIMO RACCONTO

L’atmosfera opprimente e l’umidità appiccicosa di quello spazio quasi senza luce parevano incollarsi addosso come un sudario. Ormai era andata.
‘ Cazz.. ma come è possibile? Tutta colpa di quella borsa del cazzo. Ma chi se l’aspettava? Faccio tutto pensando ad altro. Magari tra un po’ si chiederanno che fine ho fatto. Quando salirà? Come mai è in ritardo? … Non ho mai fatto tante cazzate tutte insieme. Ecco, chiusa dentro. Io qui dentro e la chiave rimasta fuori.’
 La tiritera di auto-recriminazioni seguiva il ritmo delle mie pulsazioni che acceleravano sempre più, ma non c’era altro da fare che aspettare.

 Una yale, la chiave. - Mi raccomando, una volta entrata toglila subito dalla toppa che, se rimane lì e chiudi, non puoi far altro che telefonare perché qualcuno scenda ad aprire. E rimanere chiusi dentro non è piacevole, aveva aggiunto mio marito quasi con cattiveria e presagendo la possibilità che avrei lasciato che la cosa accadesse.
               Chissà quante volte me lo aveva detto.
 Beh, l’avevo fatto, cioè mi era successo e naturalmente il cellulare era rimasto in ricarica sul tavolinetto all’ingresso, quello instabile che avremmo dovuto riparare da tempo, quello con le foto sopra. Poi, comunque, chi avrei potuto contattare? Antonio se ne era andato per qualche giorno; voleva riflettere-  aveva detto. Una figlia era in vacanza in un’oasi  naturalistica e dunque con telefono irraggiungibile, fuori campo; l’altra, quella più grande, si trovava in Giappone, dove sarebbe rimasta almeno  fino alla fine di Settembre, e  la possibilità di parlarci, o scriverle, prima di lunedì, ovvero due giorni dopo, era nulla. E inoltre, avercelo lì il pc! sia pure senza connessione, per scribacchiare durante l’attesa magari qualche riga e avere davanti quello schermo confortante, piccolo è vero, ma luminoso. Almeno finché fosse durata la batteria. Sette ore, avevo sentito dire, ma io non l’avevo mai fatta scaricare fino in fondo. D’altra parte ero quasi sempre a casa quando scrivevo. Altrimenti, qualche volta mi  capitava di scrivere in  treno quando andavo a trovare mia madre. Il viaggio durava più o meno un’ora e mezzo, giusto il tempo per controllare la posta e rispondere -se era il caso, ma il più delle volte a me piaceva guardarmi intorno, osservare i miei vicini di viaggio, guardare fuori dal finestrino, anche se quel paesaggio in fuga lo sapevo quasi a memoria. Lavoro di scrittura: niente.
 Era agosto quando rimasi bloccata giù in cantina e mi venne subito da pensare che in quel periodo, lungo il percorso verso il paese dove viveva mia madre, il verde era sicuramente tutto bruciato; in quella torrida estate anche i campi di girasoli, che fiancheggiavano la ferrovia per kilometri e kilometri, dovevano essere diventati tutti marroni e le colline completamente ingiallite, tranne qualche misero ciuffetto d’erba privo di speranza. Dicevano in quei giorni che le temperature non avevano alcuna voglia di diminuire, eppure – mi venne in mente- in quel periodo dell’anno, quando ero ragazza, era stato solitamente il momento dei grandi temporali, nubifragi e allagamenti. Mi ritrovai anche a pensare poi, mentre ero lì chiusa in quella grande cantina, in quell’apparente silenzio affollato di pensieri, che se in quello stesso momento il mondo stesse andando a rotoli, lì non sarebbe arrivata nessuna notizia, niente pc niente telefono. Che tempo avrebbe fatto l’indomani?  Quale il tasso di umidità all’esterno?  Cosa avevano detto a proposito dell’anticiclone? e  l’afa? Pensai  alle mie piante in balcone che avrebbero sofferto. Qualcuna si sarebbe seccata. In fondo, però, la sera prima le avevo innaffiate abbondantemente, ma loro, conoscendole, sicuramente si sarebbero aspettate altra acqua decalcificata con un goccio d’aceto anche quelle sera. - Troppo buona tu. Le vizi, vizi tutti. Troppo buona, poi quando un giorno non ti va e non fai quello che si aspettano, tutti rimangono male. Ti preoccupi troppo degli altri. Devi pensare più a te stessa. Devi coccolarti. – mi sembrò di sentire la voce di mia madre che me lo ripeteva spesso, o quella di qualche amica  quando mi vedeva che ero un po’ giù e poco felice.
Intanto lì al chiuso mi sentivo stringere la gola da quell’umidità bianca e polverosa.  La cantina, a cui si accedeva dal sottoscala, era molto grande e spaziava per tutta l’ampiezza del palazzo, suddivisa in stanzette collegate da corridoi stretti e contorti che partivano quasi a raggiera da un enorme spazio centrale occupato in un angolo dalla caldaia di un vecchio impianto gocciolante di riscaldamento, non più in funzione. Le poche lampadine erano fioche per la patina grassa di sporco accumulato intorno a loro,  le pareti un tempo bianche erano ingrigite e il  pavimento in terra battuta portava i segni di molti passi.
Era una cantina  malata con i muri magicamente coperti da un velo fungoso che se toccavi era polvere leggera biancastra e dall’odore pungente. Sui lunghi corridoi poco illuminati si affacciavano delle porte protette da enormi lucchetti e catene con i quali i condomini chiudevano le stanze usate  come ripostigli. Tra le grate metalliche che ferivano la parte superiore delle porte si intravedevano ombre scure di armadi e ripiani stracolmi di roba dimenticata, ricordi, forse, o cose che in casa non servivano più o che non si riuscivano a buttare, quelle inutili o quelle che possono sempre servire.
Che potevo fare lì? Chi poteva accorgersi della mia scomparsa? Accostai l’orecchio alla porta, inesorabilmente chiusa e priva di maniglie,  in cerca di qualche rumore, qualche voce familiare, qualche segno di vita. Ma nulla.
Possibile che fossero già tutti saliti?

(isabnic2013)