sabato 27 luglio 2013

L'ULTIMO RACCONTO (2) da I Racconti del Palazzo sul Viale Alberato

un altro assaggio? :-)

L'ULTIMO RACCONTO

Nessun suono di presenze, di qualcuno a cui poter chiedere aiuto. L’appartamento del mezzanino, quello più vicino al posto dove mi trovavo, era sicuramente vuoto. Le due ragazze che ora l’avevano preso in affitto, sostituendo Sasà e i suoi amici, erano già partite da qualche settimana per tornarsene a casa per le vacanze estive. Fino a settembre nessuno le avrebbe riviste. L’unico rumore, forse, era quello di qualche autobus in lontananza e di un gocciolio leggero da qualche parte della cantina. Dovevo almeno muovermi, far qualcosa.
Decisi allora di raggiungere il nostro vano cantina, il nostro loculo ingombro dove cercare la famosa borsa, un sacco fatto di stoffe diverse e ricamato, che qualcuno mi aveva riportato da un viaggio a Istanbul e che dopo tanto tempo manteneva un profumo di patchouli che mi ricordava i vent’anni. Passai dalla zona caldaia, quell’enorme locale, cuore un tempo pulsante della cantina, dove ancora c’era, ormai arrugginita, la  caldaia del vecchio impianto di riscaldamento, che al ricordo dopo anni si sarebbe trasformata nella mia memoria in rossa e fumigante  fucina, dall’odore acre di gas e contenitrice di misteri. Molto più prosaicamente c’era un accumulo di metallo in un angolo, qualche tubo con fasce o guarnizioni in gomma nera, e un perenne rigagnolo d’acqua marrone sul pavimento di terra. La superai per raggiungere, aldilà di un breve corridoio di cui ignoravo la fine, il nostro spazio. Armeggiai un po’ per aprire, ma qualcuno doveva aver spento la luce o era scaduto il tempo programmato.  La luce a tempo si spengeva, come al solito nel momento di maggior bisogno. Con la torcia  illuminai quell’ interno impraticabile per la tanta roba accatastata disordinatamente. Quasi un tuffo dentro l’albero cavo all’ inseguimento di Messer Bianconiglio.  Anni di vita, viaggi, scatoloni di appunti, vestitini di bimbi appena nati, un ridicolo mappamondo da illuminare, giocattoli, quaderni e disegni, calosce di gomma e costumi di carnevale. La borsa era lì dove l’avevo poggiata l’estate prima, ancora riconoscibile per il suo profumo esotico che leggermente richiamò la mia attenzione. Non mi sarebbe servita a nulla, visto che la festa alla quale sarei voluta andare per me non ci sarebbe stata.
 Richiusi il grosso lucchetto. Almeno la torcia, che un pensiero meccanico mi aveva fatto infilare in tasca prima di uscire da casa, ce l’avevo. Il cono di luce accarezzò velocemente la leggera patina biancastra e umida che copriva quei corridoi di cui non si vedeva mai la fine con la loro sequenza di porte chiuse con la piccola inferriata in alto. Il mondo sembrava molto lontano. Forse laggiù dietro al muro c’era il negozio della cinese, la Dr Wong, la curatrice dei nostri mali. Un’altra vita. Forse già in ferie.
 Qualche gocciolio mi avvertì che stavo ritornando nella sala della vecchia caldaia e fu allora che cominciarono a suonare le campane. Un buon segno. Era l’ora della funzione, l’inizio ufficiale della festa del Santo. Quest’anno avevano detto che ci sarebbe stata anche la famosa cantante sul palco costruito al centro dei giardini nella piazza. Felici i vecchi e i pensionati, felici gli stranieri di passaggio e quelli stanziali. Ormai saranno le otto. Sicuramente qualcuno si chiederà come mai non sono ancora salita. Antonio, no. Se anche ha provato a chiamare, immaginerà che non sono a casa e che il mio cell stia disperatamente squillando al chiuso di una borsa, sotto la felpa arrotolata lì dentro, lo sciarpino che in caso di umidità può proteggermi la gola, i quadernetti per gli appunti- eterni compagni di ogni uscita, le chiavi , il pacchetto di fazzoletti di carta, gli occhiali da vista e magari un libro. Perché non si sa mai, me ne porto sempre dietro uno, magari piccolo.
Forse fu quel suono che mi distrasse, quella tangibile prova dell’esistenza del mondo fuori di lì, forse quel fondo disuguale in terra battuta, forse quel paio di incongrui zoccoli che avevo ai piedi, il fatto è che mi ritrovai improvvisamente giù, accartocciata con tutto il peso del corpo su una caviglia dolorante, incapace di alzarmi e senza più la torcia in mano.  Non sarebbe durata a lungo, comunque.
Già  allora, che ancora funzionava, cominciava e essere fioca e offriva una luce irreale lì da terra dove era rotolata. Lontano dalla mia portata, dalla lunghezza del mio braccio. Muovermi sembra ormai impossibile. Mi accorsi che avevo il cuore in subbuglio. Mentre torcevo il naso per l’odore di muffa, tentai di trascinarmi verso la luce a terra o verso l’uscita, ma la caviglia doleva e in quella penombra mi sembrava di oscillare tra il sogno e la certezza di esser sveglia. Mi muovevo faticosamente a tentoni, rabbrividendo quando entravo in contatto con qualche superficie sconosciuta. In quel ventre oscuro sembrava alla mia fantasia eccitata che di tanto in tanto si rincorressero grida soffocate, squittii, brontolii, gocciolii, rumori bassi e misteriosi tra esalazioni gassose, forse immaginate. Dietro le superfici corrose delle pareti un tempo bianche, si avvertivano forse presenze del passato. Dovevo rimanere sveglia e dimenticare quel senso di oppressione, quella tetra calma di morte, simile all’insopportabile tristezza di un cielo basso di nuvole. Il cono di luce a terra si affievoliva sempre più.

(isabnic2013)