giovedì 25 aprile 2013

GABRIELE ARCANGELI, primo piano, primo portone a sinistra di isabnic

Altro condominio, meno radicato nel quartiere. Un palazzo bene con portiere, ma complicato a modo suo, soprattutto se un mattino grigio e uggioso di febbraio viene scoperto in fondo alle scale che portano in garage il corpo senza vita dell'Amministratore...

GABRIELE ARCANGELI
 primo piano, primo portone a sinistra

 1 Alla guardiola del portiere
                                                                                           
 Un pacifico tonno in apnea immerso in un acquario con i riquadri in legno. Ecco cosa mi sembrava, con quegli occhi privi di espressione, quando stava in guardiola, in quel bugigattolo impregnato di tabacco, vetril e cera per mobili, ricavato all’ingresso del nostro palazzo. Una forca caudina da superare se volevi tornare a casa tra le sette del mattino e le cinque del pomeriggio, tutti i giorni salvo la domenica, il sabato pomeriggio e le feste comandate. Forse sospettava che lo osservassi dal balcone ogni volta che innaffiavo o controllavo i sottovasi con attenzione maniacale e così era infatti. Non mi fidavo di lui, anche se aveva un’espressione tutto sommato tranquilla ed era sempre estremamente gentile, né pareva impicciarsi più di tanto di me e della mia vita. Avevo ormai imparato a diffidare di tutti. Ma il pericolo, che mi pareva di fiutare ad ogni angolo, non venne dal portiere.
Vivevo a via Gianturco da un annetto, un tranquillo condominio di borghesi all’apparenza soddisfatti e poi c’ero io, l’ultimo arrivato. Avevo trovato quella casa in affitto, dopo l’ennesimo trasloco, con un annuncio di un’agenzia immobiliare sul giornale. L’appartamento faceva al caso mio: piccolo, arredato, primo piano con affaccio sull’ingresso, nessun inquilino nei locali sottostanti. Vicino a un parco e a pochi kilometri dal mio posto di lavoro. Libertà di manovra in caso di pericolo o necessità. Il portiere non abitava lì, ma vi lavorava solo per alcune ore al giorno, pochi condomini molto discreti. Accettavano animali a casa: il mio era un pappagallo.
Quella mattina di tarda primavera, fresca ma con il cielo terso pieno di promesse, Franco, il portiere, mi fermò all’ingresso del palazzo che avevo ancora la felpa completamente fradicia addosso. Tornavo dal parco lì vicino, un pezzo di natura selvaggia al centro della città, dove andavo a correre quando il tempo lo permetteva, prima di andare al lavoro. Una valvola di sfogo e un modo di mantenere il mio corpo allenato in un luogo tranquillo e poco frequentato a quell’ora. Correre era un modo anche di stare in pace con me stesso, non pensavo a nulla lasciandomi prendere dal ritmo del mio passo, dall’aria fresca sul viso, dall’odore delle terra. Non fuggivo da niente in quei momenti e sapevo dove tornare. Correre poi mi era sempre piaciuto dai tempi delle gare di campestre al liceo.
 – ‘giorno, signor Arcangeli! La sua posta. – e nel dirlo Franco aveva allungato la mano dalla finestrella della guardiola dietro la quale era seduto per consegnarmi un paio di bollettini da pagare e la solita e inutile rivista di informatica in abbonamento. Quando mi chinai per prenderli notai che c’era un uomo lì dentro, in piedi  alle sue spalle.   Un po’ più giovane di me, vestiti eleganti e mani curate. Uno di quelli che sanno di deodorante e con i denti sbiancati. Un po’ piegato in avanti, mi osservava con attenzione e un mezzo sorriso. Non dovevo avere un’aria molto socievole sotto il berretto di lana calcato sulla fronte, la barba grigia, corta ma non perfettamente curata, le scarpe sporche di terra e una tremenda voglia di mettermi sotto una doccia calda.
-          Buongiorno! Sono Giacinti, l’amministratore del vostro condominio. Piacere di conoscerla.- e anche la sua mano cercò la mia attraverso quell’apertura; me la strinse vigorosamente e mi sembrò che la trattenesse un momento di troppo. – Niente di meglio che una corsa al mattino! 
-          Ehm … sì. Piacere. Ora, se permette…
Non vedevo l’ora di andarmene e il sudore mi si stava gelando addosso. Dovevo aver fatto il mio solito sorrisetto ipocrita di scuse, perché mi lasciò andare con un – Non mancheranno altre occasioni. Arrivederci!
Mi si strinse il cuore. Forse aveva avvertito l’odore della paura che mi aggrediva ogni volta che incontravo qualcuno per la prima volta o aveva intercettato qualche irrigidimento dietro il mio sguardo vacuo schermato dalle lenti fasulle. Quel uomo mi inquietava con quei suoi occhi sfacciati che frugavano l’anima. Avevo voglia di tornare a casa, chiudere la porta dietro di me e al mondo, e calmarmi un po’. Una spruzzata di Kapparinòl in ognuna delle narici mi diede la sferzata per allontanarmi rapidamente.
Davanti a me le porte di metallo dell’ascensore si aprirono con il solito sospiro, lasciando uscire un condomino dei piani alti, ma io mi avviai,  come al solito e un po’ soprappensiero, su per le scale, debitamente incerate da Franco. Quasi mi scontrai con Rex, il cane del pensionato del secondo piano al guinzaglio del padrone. La lingua calda e ruvida mi cercò subito la mano, mentre il muso si strusciava sulla tuta. Osvaldo Minotti, il suo padrone, era uno dei pochissimi inquilini con i quali mi capitava di scambiare  due chiacchiere, soprattutto a proposito di quel suo bel pastore tedesco Mi chiedeva sempre notizie anche di Guaco, il mio pappagallo. Allora, ricordo, c’erano ancora la figlia e la moglie che vivevano con lui nell’appartamento proprio sopra al mio, ma negli ultimi tempi anche il signor Osvaldo sarebbe diventato solitario come me e, credo, con qualche problema di testa e di alcool in più. Comunque, era difficile sfuggire a quei cinque minuti di vita sociale e, d'altronde, mi capitava di incontrare lungo quella rampa di scale che portava a casa mia pochissime persone, ovvero durante il giorno soltanto  lui, o quello sbruffone con il SUV del quarto piano, e qualche volta, di sera, la ragazza che viveva nell’ appartamentino accanto al mio, che era il primo portone a sinistra del lungo pianerottolo. Quella volta però il signor Osvaldo sembrava avere l’urgenza di dirmi qualcosa di diverso. – Salve!... fermo Rex! Ora ti porto fuori. Scusi, sa, l’ho vista parlare con Giacinti, l’amministratore… - e quasi mi trattenne alla manica della tuta, per poi aggiungere a voce bassa:  - Non si fidi di quell' uomo. E’ un impiccione. Mi ha rovinato la vita. Ho sentito cose tremende su di lui. Un giorno, se vuole, le racconterò…, ma si interruppe: stava rientrando, in quel momento, da fuori, a un’ora per lei insolita, la mia giovanissima vicina di appartamento, un po’ scontrosa ma con un fisico che non passava inosservato. Fummo avvolti dalla scia del suo profumo intrigante, mentre saliva leggera e un po’ svagata passandoci accanto al lato delle scale.
–‘ giorno!
- Buongiorno!
 - Buongiorno, signorina!
Seguimmo con lo sguardo sconsolato di due vecchi pieni di nostalgia quella visione di un paio di gambe agili che sbucavano da un vestitino troppo corto e che scomparvero rapidamente, poi, con nostro disappunto, fagocitate dal portone di casa sua. Perfino Rex con il naso teso all’aria aveva  smesso di guaire e scodinzolare.
Quando infine riuscii a tornare a casa non mi era rimasto molto tempo prima di andare al lavoro. Aprii la porta. Cominciai a snocciolare mentalmente il robotico rosario di Cose-da-Fare al rientro o prima di uscire: ‘Due scatti sotto. Quattro sopra. Accendere la luce. Sguardo rapido di controllo. Tutto a posto. Richiudere. La chiave meglio nella toppa.’   L’odore forte di caffè si era miscelato con l’aria di chiuso della notte e ancora sul tavolo verso il cucinino c’era la tazzina abbandonata con i resti di quello che avevo preso al risveglio e continuai senza accorgermene ormai, come sempre:  ‘No, non c’è stato nessuno. Controllare il pc. Alzare la serranda. Aprire le finestre.’ 
 Guaco si agitò sotto il telo che copriva il suo trespolo interrompendo il mio rituale: –Eccomi! Hola, Guaco! Ora ti libero!
-          Guaaaco!, un fremito di piumette rosso sangue su una elegante livrea grigio-bianca. Il becco nero minaccioso si sollevò dal dorso, aggressivo, per poi immergersi subito nella ciotola che avevo riempito di semi di girasole.
-          Buono, Guaco! Fai buona guardia!
E finalmente il getto caldo della doccia mi accolse come le braccia di una  donna generosa.(isabnic,2013)




domenica 21 aprile 2013

20 MARZO 2013, scambio di mail

Oggetto:     chi ha paura del buon vecchio presidente?

Mail n° 1
ragazze, non basteranno tutti i martedì e i giovedì del mondo per riparlare di queste elezioni. un abbraccio da un cuore in pena (addio, povero bersani mio!)


Mail n° 2

povero povero
e anche povero napolitano

Mail n°3
poveri siamo noi, temo. in effetti siamo testimoni di una fine infinita. come la pena che l'accompagna e non finiremo mai di raccontarla

Mail n°4
ma è veramente successo quello che è successo? sono ancora stordita

sabato 6 aprile 2013

ALDO PIROMALLI o la generosità dell'artista.

24 Marzo 2013
Bella Torpignattara! Tarda mattinata di una domenica di sole d'inizio primavera.
 La Casa del Popolo è animata di famiglie e bambini, al bancone del bar si beve birra e da qualche parte ci si diverte a parlare di filosofia. Le pareti della grande sala delle riunioni, ancora impregnate di vecchie discussioni e progetti, sono oggi tappezzate di manifesti e disegni, e i banchetti accostati lì sono coperti di libri allineati. Odore di carta e stampa. Si chiama "Liberiamoci" questa rassegna dell'editoria indipendente, una fiera della piccolissima editoria, un segnale contro la concentrazione dei "grandi" e per la condivisione dei saperi.
Nel pomeriggio ci sarà la presentazione di "Se io sono la lingua" a cura di Giulia Girardello e Mattia Pellegrini, su Aldo Piromalli e la scrittura ( ir- ritata) in esilio.Peccato! non potrò rimanere, ma a casa ho già il libro e al banchetto della Cooperativa Edizioni SENSIBILI ALLE FOGLIE, che ha pubblicato il libro su Piromalli, prendiamo, incuriositi da quello che ci racconta uno degli autori, "Nel bosco di Bistorco"  di Renato Curcio, Stefano Petrelli e Nicola Valentino, alla sua quarta ristampa dal 1990. Gli autori sono anche soci fondatori della Cooperativa e nel libro, un intreccio di riflessioni e materiale documentario in frammenti, si interrogano sull'esperienza dell'internamento, sulla capacità del recluso a sopravvivere e a immaginare un altrove. 

6 Aprile 2013
"Se io sono la lingua", a cura di Giulia Girardengo e Mattia Pellegrini, è un libro nato in collaborazione con il Museo dell'Arte Contemporanea in Esilio (www.museoinesilio.blogspot.com/) e contiene un testo dell'artista spagnola Dora Garcìa, responsabile del progetto di performance e archivio "The Inadequate/Lo Inadecuado" alla 54ma Biennale di Venezia (2011) presso il Padiglione spagnolo. Con il suo progetto L'artista "voleva esplorare l'idea di inadeguatezza (esistenziale , sociale e storica) come una posizione artistica archetipica" e il Museo in Esilio è stato l'ospite naturale dello spazio a lei affidato. 
Aldo Piromalli, artista romano di origine, in esilio per scelta, con esperienze di carcere e manicomio, è uno degli artisti del Museo (nomade) in esilio e anche uno degli Inadecuados del Padiglione Spagnolo a Venezia, anzi -a detta di Dora Garcia- il più singolare tra questi perché ha unito nella sua vita e nelle sue opere i due progetti dell'Esilio e della Inadeguatezza. 
Dagli anni '70, Piromalli ha scrittoe inviato continuamente  -a un museo del Veneto- lettere da Amsterdam, chiuse in  buste di varie misure, sigillate con il nastro adesivo e piene di informazioni sul contenuto (disegni, dipinti su legno, poemi e altri scritti in lingue diverse, collages, lettere). Inizialmente, queste buste venivano aperte, poi sono rimaste chiuse e lasciate da una parte. D'altronde si è poi capito che Aldo Piromalli non ha mai aspettato risposte. Il suo gesto compulsivo era un dono, una voce che non aspetta echi di ritorno, soltanto un modo continuare a narrare la nuova realtà fluttuante del suo altrove. Non vuole risposte o contatti. Non vuol farsi trovare. Per questo si è chiamato fuori.  
                                   (A.P.-24/03/12)
                                  "Devi poter uscire
                                   per poter entrare
                                   se non esci mai
                                   non entri più"

(isabnic2013)