venerdì 18 gennaio 2013

RASK 5 di Emilio Smunti (ultima puntata!!!)


Il sabato seguente -voto fiacco alle spalle- si presentò solo, con la casacca indosso. Troppo larga per lui, navigava profugo tra le solite facce. Cercò a lungo Linda, o almeno Dalia, e si rese conto di non poter salutare nessuno; era in grado di associare un cognome a ogni camicia, ma si muoveva muto e procedeva impacciato. Carpì qualche stralcio di dialogo da cocktail: nomi di gruppi e di nuovi album, troppo avanzato per lui, novellino. Le canzoni note procedevano in preghiera. Alla fine s'imbattè per caso in Linda, che conversava già brilla con un brit-guy molto pallido e biondiccio: parlavano di moda, di marche di scarpe e stilisti di nicchia, e Rask d'improvviso tornò a prischi malori. La nausea lo avvinse, proprio quando il fotografo si apprestava a schivarlo.
Provò a saltellare noncurante nella folla, ma si vergognò di essere solo e troppo alto, e finì per andar via. Soltanto alle tre, Dio mio che smacco!, ben prima dell'ora rituale di sgombero, le cinque. A casa trovò il letto più soffice che mai.
Linda, tuttavia, si dimostrò comprensiva e lo perdonò. “Lo so, i primi tempi è difficile rispettare l'impegno, capisco. Ma vedrai, col tempo..”. Dovettero trascorrere altre due settimane -ahimé: febbre e  un altro esonero, Linda sempre più insistente- prima di materializzarsi nuovamente in loco. Lei al volante con capelli neri striati di blu, accanto fedele Dalia ormai bionda, la sosta di rito per ciance e bicchierini. Si sentiva pronto a riprovare, poteva, era il momento, doveva..
Dovette pagare prezzo intero; neppure più la riduzione che un tempo Linda gli procacciava, gentile. “Non ho potuto, non vieni da molto”.  A Rask sembrava di mancare da meno di un mese, ma in quel microcosmo da notte extensa la concezione del tempo doveva essere altra.
Era trepidante: la camicia a quadri era della taglia giusta, poteva andare fiero del suo busto esiguo, e i capelli lasciati crescere se li era addirittura sistemati da un lato. Desiderava la folla, quei corpi caldi e sudati e ben noti, la solita scaletta. La ripassava mentalmente. Conosceva le melodie, a volte le parole, tempo due sabati, tre sabati, e..
Eccolo entrare. I due dj, con foulard a pois rossi, salutarono cerimoniosamente Linda senza degnarlo di uno sguardo: regolare. Il musicista folk si avvicinò senza smettere di rivolgergli le spalle. Il solito brit-guy si complimentò con Linda per il nuovo colore. La musica partì, e neppure gli sguardi intorno, sulla pista, sembrarono riconoscerlo. Non una smorfia muta, non un sorriso di quelli alcoolici di un tempo. Mancava da troppe settimane, nessuno pareva intenzionato allo sforzo madornale di ricordarlo. Finì per annoiarsi, saltellare gli risultò penoso.
Tornato da Linda, per la prima volta tentò di inserirsi in uno di quei misteriosi scambi dialogici da tavolino e cocktail: benché la musica fosse ad altissimo volume, lei e gli altri sembravano comunicare. Stavano criticando aspramente i pessimi dj della serata del venerdì. I nemici. Tutta un'altra storia. Proponevano lo stesso genere di musica, l'abbigliamento annesso era speculare -”ma che dici, Dalia, molto meno stile! Vuoi mettere?”- e tuttavia erano di gran lunga inferiori. Nessuno di loro ci avrebbe mai messo piede. “Ma lo sai che l'altro giorno Lidia è stata vista lì, il venerdì? E stasera si presenta qui come se nulla fosse!”. “No! Ma dai! Che vergogna!”. “Che poi hanno insultato online la nostra serata l'altro giorno: infantili!”. “Ma se quei due dj oramai ci hanno più di quaranta anni..”. “Appunto, che vergogna! Disonore!”. “Peraltro ci hanno copiato la scaletta musicale, para para mi hanno detto..”. “Io di certo non ci andrò mai”.
Si sentì avvizzire, fiaccato dall'ascolto faticoso e inutile. Bere era l'unica, si diresse al bancone, benché un sentore di nausea antica cominciasse a prudergli nello stomaco. In fila per ordinare odiò tutti e maledisse ogni chioma lucida. Si risollevò al vedere Linda raggiungerlo. Era più bella che mai, profumata, così spigliata da non sembrare vera. Era contento di trovarsi solo con lei, sorseggiarono insieme dal bicchiere al bancone. Cominciarono a parlare a lungo come ai vecchi tempi; lei era visibilmente alticcia, eppure Rask non rinunciò ad approfittare del momento raro di intimità per parlarle della sua cara teoria dei metalli. “Sai, il bello è nel manovrarla la materia, esserne compagni e artefici. Non tanto nell'imitarla. Accarezzare il mondo, la terra, e vederlo fremere, tremare. Devi sapere, i metalli..”. Lei annuiva, e le pupille dilatate lo fissavano attonite. Poteva sembrare rapita. “Lo è, l'ho convinta, mi capisce. Forse..”.
Ma era solo gonfia di alcool etilico. Si dispersero nella folla. Rask s'imbattè per caso nel solito bassista folk, che lo vide e abbassò lo sguardo; inciampò negli stivali alti della dj Dalia che, lontana da Linda, neppure gli sorrise. Si trovò pressato da masse odorose di capelli brillanti, arricciati con ferri o lisciati di piastre, si sentì calpestare da tacchi a spillo crudeli, la musica torva nel suo essere nota. Gli abiti usati emanavano fetore, il sudore eccessivo lo soffriva nell'aria. Qualcuno gli versò della birra addosso, noncurante e senza scuse. Si percepiva, peraltro, più alto del solito, dominante e ricurvo sulla massa lontana, stagliato su torre a guardar di vedetta. Ed ecco, d'un tratto li vide: Linda e il brit-guy avvinghiati con arte.
Se ne andò di corsa, e ben prima delle cinque. Lo specchio dell'ascensore gli restituì ghignante un'immagine di camicia sgualcita e occhiaie bluastre. Odiò l'ascensore, la porta, l'ingresso. L'intera casa sembrò ridergli in faccia con sprezzo. Persino nell'ambiente amicale della camera da letto le provette e i minerali lo ammonirono severi. Staccò il telefono, il citofono, sabotò il campanello, il cavo adsl lo strappò senza pietà. La nausea eclissata, desiderava solo dormire. Le coperte lo accolsero benefiche, il calore lo avvinse, lo vinse ed in breve. Non si preoccupò della madre, che lo avrebbe cercato. Chissà, forse Aldo avrebbe provato a chiamarlo. Il dovere d'aprire quei libri, domenicali d'esonero di lunedì, non lo trattenne neppure un momento: senza aver impostato alcuna sveglia, aveva spento con foga il cellulare.
Non mangiò, non bevve, dormì. Sognò, è chiaro, come accade a tutti quasi tutte le notti. Lo ritrovò la madre sei giorni dopo: senza vita, immobile, sembrava di metallo.
(Emilio Smunti,2012)