venerdì 28 dicembre 2012

RASK (3) di Emilio Smunti


Le lenzuola le agognava da ore, eccole, accoglienti, la nausea a dissolversi nel sonno, il piacere finalmente, quello vero, il solo, la quiete. La mattina seguente aveva lezione, chimica organica, ore 10, ma rimase a dormire e si risvegliò a sera tarda.
“Hei Rask, vieni con me per una volta, dai!”. Eccola di nuovo..”Uhm, grazie, Linda, ci penso..” . Bene , bravo, vai così, fregala con la carta dell'esitante, ottima mossa. Ma poi tra sé, “Forse è la volta buona, potrei provare, magari..”. Nooo, Rask, dannazione no, quando imparerai? Messaggio inviato a Linda, vecchia amica d'infanzia: “Va bene per stasera, ci sto”. Fottuto.
Al manifestarsi dello squillo prestabilito -Linda era perciò sotto casa sua, ad attenderlo al volante- Rask dovette rinunciare al sogno cui stava prendendo parte; dovette rinunciare anche alla doccia: era piombato nel sonno a tradimento, sottolineando il libro di fisica sdraiato prono sul letto. I capelli sporchi e il quoziente intellettivo ampiamente fiaccato dal sopore, si sarebbe presentato in condizioni ancora inferiori alla media. “Dio mio..”. Iniziò a lavarsi alla bell'e meglio, con lo specchio bieco di fronte a restituirgli le occhiaie scolpite. Secondo squillo: doveva scendere, di corsa.
Unghie rosse lucenti sul volante e motore acceso, Linda lo salutò, sfolgorante della nuova capigliatura biondo oro. “Ma da quando..?”. “Da ieri, Rask, come stai? Ero stanca del solito arancio, ed ecco qua! Questa è Dalia..”. I capelli castani di Linda -i suoi capelli, quelli veri- Rask non li vedeva in giro da anni, da quando lei si era messa a frequentare quegli esoterici club underground. Anche Dalia, del resto -”Ciao, sono Rask”, “Eh??”, “Rask, sì”: intervento premuroso di Linda- poteva vantare un caschetto nero corvino che pareva realizzato in ossidiana. Acciambellato sui sedili posteriori -doveva resistere al sonno, era un ordine, doveva..- Rask si trovò a carpire stralci istruttivi di scambio dialogico da gineceo: “Davvero un bel biondo, sai, un giorno magari mi decido anche io..è proprio il biondo di Vilma Von Pulp, io la amo quella pin-up, ma che stile..Quanto hai sborsato dal parrucchiere? Hai anche tagliato? La frangia è perfetta..”. “Ritocco alla frangetta e colore: 110 tutto, ma son bravi. Dici che è come la Von Pulp? Ma tu stai bene mora!”. La cifra articolata non poteva essere reale. Ma dove trovavano tutti quei soldi da macerare, Dio mio? Un insulto al mondo. Non avrebbe mai potuto essere una donna, questo è certo. Per buona sorte..
“Annoiamo Rask, così! Dai, pensiamo a bere qualcosa prima di arrivare!”. Perciò eccoli a sorbire alcool, irrilevante in che forma, da bicchierini irrisori in offerta. Naturalmente Dalia era una dj, campava di elettronica e apparizioni scenografiche, con tanto di immagini video psichedeliche alle spalle, da poco promossa dal lunedi al giovedì sera. “Dovete assolutamente venire, il mio progetto propone anche videoarte, sperimentazione..dovete venire. Ogni giovedì. Ché poi c'è aperitivo compreso..”. Aperitivi? Rask ne aveva abbastanza. Ma poi...”videoarte”? Improbabile. “Progetto”? Far muovere culi, nulla più. Quanta pienezza di sé, quanto gonfiore. Articolò perciò: “Uh interessante, che bello. Un giovedì, magari..”. Secondo giro di bicchierini, l'addome si gonfia, dilata sinapsi, deforma i “progetti” a gonfiori incombenti. “..perciò sono riuscita a contattare dj Maram, incredibile, e se mi dice bene lo faccio suonare con me, dovete venire”. Eccola, la formula sacra cristallizzata del venditore d'eventi odierni; da ripetere tra labbra silenti sfiorando sferette di rosario legnoso. Sopraggiunto un quarto partecipante -un tizio con baffi e pantaloni singolarmente aderenti, bassista di un gruppo folk ..”il gruppo migliore della città”, aveva recitato Linda- si era iniziato a parlare di musica; non in senso tecnico, intendiamoci, qui si trattava di discutere di locali, date disponibili, nomi di organizzatori, nomi di gruppi, nomi di agenti, nomi di “progetti” imperdibili davvero. Tutta onomastica sconosciuta per il Rask. Si sentì rimpicciolire, perdere di massa e di peso ad un tempo, poi fondersi liscio da metallo in fucina, sentendosi cullare da quei nomi a cantilena. Si stava assopendo, le palpebre che fondono..”E tu invece?”. D'un tratto ritornò in sé. Fusione interrotta. Ma Dio mio, mossa inattesa: l'avevano interpellato. “Tu invece che fai?”. I due baffi lo fissavano con aria interrogativa, perciò minacciosa. “Io..io..” -lo sforzo disumano di riacquistare massa e gravità connessa, il tormento pietoso di aprire la palpebra e renderla viva- “sarei un chimico..sai, nulla di che..studio, io, sto indietro con gli esami”. Era indietro di un esame, per la verità; uno solo, che bisogno c'era di puntualizzarlo? E poi, perché mai quel condizionale? Lui era un chimico, a tutti gli effetti; probabilmente lo era sempre stato. Lui conosceva la struttura cristallina dei minerali, sapeva riconoscere i composti chimici elencati nelle etichette INCI dei prodotti di consumo, era in grado -eccola- di manipolare gli elementi e farli ubbidire alle sue direttive. “Chimica?!? See? Ci avevo 2, al liceo. Ma ti dicevo di quel batterista, Linda..”. Da sprofondare nel nulla. Da lasciarsi andare docili, di nuovo, alla fusione.
Ma socchiuse le palpebre, ecco il fiotto di disgusto. La nausea forte, la pelle forse verde, l'ininterrotto sfondo di nomi a cantilena. “Giuliano Bromidi, ce l'hai presente? Suonava con Beatrice Gelido, quella alta, che poi l'ha fregati e si è messa coi Degender ...il gruppo di Milo De Gerbida, bassista Dario Gelibili...ché poi s'è messo con Giulia Midoro, no? Assurdo, alla serata di Romina Giullambo, pare. Marino Bollugi Dorina Magelle Germano Bramidagi Gemma De Barmegiani Giada Mebogini Degia Lobragiudo Dogi Brigiodali Giolido Bargimiduo Mediligio Bromuro di...”. Bromuro? La testa vorticante, le tempie, il pentimento. In parte resposabili il terzo e quarto giro.
Quinto giro di bicchierini, poi si andò: era la prassi. Ad accoglierli all'ingresso del locale, l'elenco biblico dei nomi consacrati: Linda aveva chiesto esplicitamente di introdurre anche Rask, “un mio amico”, ma il suo nome non figurava nella “lista” -quello il tecnicismo- e furono costretti a steccarsi un ingresso. Benché la vista gli si fosse appannata da tempo e il sopore lo schiacciasse, vincente, da ore, Rask si rese conto di essere attorniato, e si sentì meglio. Corpi ovunque, in movimento, stipati saltellanti entro lo spazio stretto. Una calca diversa da quella cui aveva avuto modo di abituarsi: niente masse ossessive ondeggianti di ritmo a martello, niente sguardi agonizzanti da emme di che fluttua in corpo, niente sguaiato bivacco su fanga, con rantolo annesso di cane di rito. Lì tutto era predisposto con cura: le sedie, i divani, i tavolini e i cocktail a colori; l'area fumatori e i quadrati regolari delle camicie a quadretti, ubique. Le donne con i tacchi, il trucco approfondito. La stessa Linda, a esaminarla attentamente, non era che giustapposizione di particolari impeccabili: il rossetto rosso e la linea nera, dritta, sulla palpebra, la collana e gli orecchini in armonia con la stoffa della gonna a vita alta, le calze di pizzo strappate ad arte, la borsetta di cuoio a richiamare le scarpe. Per non parlare di Dalia, e del musicista folk. Gli uomini non erano infatti da meno, a partire dai due dj in consolle, dai quali Linda, secondo norma, fece partire il suo giro rituale di saluti: taglio anni Sessanta e fazzoletto retro, Rask sentì l'impulso di strapparsi di dosso il felpone. Complice il caldo, la ressa, il sudore, ma avvampò di vergogna per la maglietta nera, tinta unita. Perlomeno la magrezza pareva essere di moda: si lasciò andare alla musica -eh, non male- senza far più caso ai suoi arti sottili. Linda proseguiva imperterrita tra saluti reiterati e rapidi abbracci a mezz'aria;  lui seguiva silente -il folk non aveva più osato rivolgergli la parola- solo e tuttavia abbandonato dolcemente a quel rock, a tratti post-punk, a tratti brit-pop. L'hard-core era un'altra storia, ma si percepì piacevolmente cullato. Le ragazze erano belle, sfolgoranti quasi tutte -bionde, rosse- più magre che mai e ondeggianti di alcool in circolo; provò ad avvicinarsi a un paio che gli ballavano accanto, e fu allontanato. Ma bevve ancora -maledisse i prezzi ufficiali da bancone- e fu quasi – uh, impossibile!- sereno.
(Emilio Smunti,2011)
-CONTINUA-