venerdì 7 dicembre 2012

RASK (1) di Emilio Smunti

"Rask",  il testo ancor più tristo di E.Smunti 2011
                                                                                                                                  Una vita a disposizione -di quelle stirate e pulite, non tirate a lucido, intendiamoci, ma neppure rattoppate e logore, ecco- una vita ordinaria a disposizione -normale q.b.- e nessuna capacità di prenderla in mano. L'unica: starsene sul letto con arti pesanti e cervello rappreso, chiudere gli occhi, assopirsi, cullarsi, riaprirli, ripiombare nel sonno. Il corpo di pietra invecchiato precoce, le occhiaie di viola a corrompere i bulbi.
Le rare escursioni nel mondo esterno si risolvevano puntualmente in fiotti violenti di nausea strisciante: da farsi verdi in viso e rigettare le interiora tutte. Sempre più rare, perciò; eccezionali.
Le ore di sonno di gran lunga superiori a quelle di veglia dal punto di vista qualitativo: perché discostarsene, allora? Era giunto a questa conclusione dopo anni -decenni: circa due- di tentativi dolorosi e regolarmente falliti. Aveva tentato, appunto, di far capolino nei contesti più disparati, di comparire in ambienti a elevata distanza strutturale, di materializzarsi in scenari sempre nuovi e ulteriori, ma ogni volta si era ritrovato schiacciato e mutilato, ridotto a creatura angolare, silente, ripiegato sullo stomaco bruciante. Nessun'ambiente era in grado di accoglierlo, non uno. Anzi, quello doveva essere il suo ambiente: mura domestiche e sopore dolce. Testa pesante e porosa, che sprofonda e tuttavia fluttua, pietra pomice di dormiveglia perpetuo.
Anni prima si era messo in testa di frequentare l'università, che idea. La testa bassa e gli occhi appannati, comprensibili nell'arco delle prime settimane, si erano poi imposti a norma perentoria, infine abitudine cullante. Gli altri lo evitavano con cura, complice forse il ridicolo abbigliamento rimastogli addosso dal fu liceo; lui sempre solo e gli altri sempre in gruppo: gli schieramenti fissati e semplici. Se arrivava in anticipo, temporeggiare soli accanto al gruppo vociante diveniva impresa da faccia contratta; arrivare tardi, poi, era anche peggio: penetrare in aula con passo incerto, la testa a terra e l'aspetto impietrito, articolare “è libero?” con faccia da cazzo; in perfetto orario, poi, non arrivava mai.
In occasione degli esami semestrali, serpeggiava solidarietà tangibile: di norma  percentuale irrisoria della vita emotiva studentesca, il sentimento in gioco schizzava d'un tratto da falde profonde, dilagava e impregnava le pareti. Allora si parlava da una panca d'attesa all'altra, si scambiavano appunti, s'augurava il vecchio “In bocca..”. Man mano che trascorrevano le ore il dialogo si discostava dai contenuti dell'esame: professori, corsi, alloggi, futuro, i soldi, il caldo, l'estate che incalza. Oppure il freddo, quanto manca alla laurea, l'università non funziona, l'erasmus lo farò. Ore d'attesa da avvizzire e morire, lui solo, sulla panca, con il cranio tra le mani. Benché ascoltasse a tratti con interesse i molli scambi conversazionali di quegli altri, intervenire o -see!- essere interpellato era del tutto escluso, non previsto, neppure alla lontana. Alla larga, quello è strano, ha il naso lungo, che s'impicchi. Un po' di nausea, ma in fondo ne godeva.
Anni prima  ancora si era messo a frequentare serate fosche da Babilonia urbana. La musica martellante da casse scure lo coinvolgeva senza ragione, i prezzi – cinque euro, a volte tre, “sottoscrizione, daje!” alcune sere- lo avevano pervaso d'un sentore illusorio di accoglienza democratica, l'abbigliamento da skater e cappuccio calato se l'era sentito naturalmente indosso: ed eccolo a varcare soglie di vecchie rimesse occupate, scuole cadenti ed ex-cinodromi nebbiosi. Gli ambienti cupi e ferrosi lo rassicuravano, i tubi metallici lo avvolgevano a nido e i capanni fangosi gli sapevano di gioco; la gente intorno, le trecce ovunque e i lobi sformati, le scarpe enormi e le spalle ricurve, la stessa gente agonizzante al mattino, gli parevano disposti a grande specchio riflettente. Ed eccolo gioire, ambire, imitare..
Ma quel fulgore da riconoscimento, da entusiasmo da inizi, di inizio serata, si era velocemente raggrinzito e sfilacciato dal di dentro. A pelle sopravviveva, appena arrivati in loco -il fango a terra, gli sguardi biechi- ma si esauriva allo scoccare dell'ora. Mezz'ora, poi. Si trattava, alla fin fine, di andare ad agitarsi tra gente sconosciuta, in sedi turpi e repellenti, tra bagni chimici di plastica blu e folla assordante di casse stordenti. “Emmee ddìì, 'nfetamineee”: mercati notturni di merci malate, che scavano e corrodono, plasmano e forgiano, e pungono a fondo. Non vedeva l'ora di fuggire, a quel punto: si sentiva un intruso -idiota- tra idioti integrati. E poi calca, sudore, spazio nullo. A quel punto, non si faceva altro che uscire a far festa senza averne voglia, e con gente dubbia, con cui il sorriso era sempre da forzare. Infine, alle solite: sagome stramazzate al suolo, all'alba, a mo' di creaturine rantolanti di penombra. Anche lui distrutto, ma troppo intruso per esserlo davvero.
La felpa identitaria e il sopracciglio destro inanellato persistevano eterni a carezzare un corpo ormai adulto; monito dal passato, d'accordo, ma soprattutto conservatorismo pigro. In ultima analisi, null'altro che travestimento odioso da tossicomane vecchia scuola: controproducente.
(Emilio Smunti, 2011)
-CONTINUA-