domenica 7 ottobre 2012

MANIPOLO (5) di Emilio Smunti


Si era ritrovata -mezz'ora dopo, senza neppure potersi lavare i capelli, Dio mio- in una sala prove per gruppi musicali: insonorizzata. Il solito ingresso contratto a muso basso, lo stomaco in subbuglio, i due occhi dilatati: il Dio Disagio le aveva da sempre reso duro, ma anche ovattato, irreale, al cloro, ogni varcare soglia di luogo pubblico poco noto. Così alle poste, nelle aule d'ateneo, nei vagoni della Metro, nei negozi di vestiario; ma Gustav le si era avvicinato subito, strappandola al suo Nume. "Bene, sei venuta! Non abbiamo ancora iniziato, ma vedrai..siediti". Alcune sedie di fortuna erano state sistemate a semicerchio, non più di dieci. "Le cellule d'azione sono piccole, pochi membri: compatte e veloci. Rapidità di gesto e coesione, capisci?" : glielo aveva detto Gustav la sera prima, a sprazzi le tornava in mente quel dialogo lontano-sembrava lontano. Aveva preso posto come gli zigomi puntuti le avevano indicato.
A vederlo dall'esterno le era parso uno di quei patetici circoli di recupero in stile yankee: gente variegata che ama riunirsi in circolo, appunto, di ogni età e colore, purché dotata di problemi con l'alcool o di una malattia insanabile. Le sedie erano disposte a cerchio, in effetti, e la composizione era estremamente variegata. Aveva notato due donne sui forse 60, una ragazza giovane e alta, due minorenni d'età ginnasiale, un signore distinto con giacca elegante. Aveva cominciato, come sempre, a sentirsi estranea, straniera, fuori posto; ad agitarsi sulla sedia.
Non era Gustav il Coordinatore del Manipolo, come aveva supposto. Lui era incaricato di "diffondere il Dato" -ah già, vero- e in quel momento discuteva in un angolo con il -lui/lei sì- Coordinatore del Manipolo. Una trans di età indefinita: forse l'ultima categoria di persona -ma poi perché, Dio mio?- che si sarebbe aspettata di trovare lì dentro.
Aveva iniziato ad ascoltare con il solito scetticismo di rito, con il solito vecchio restar sull'attenti. Riusciva a carpire tensione produttiva nell'aria, entusiasmo: e lei non sopportava alcun tipo di entusiasmi, non ne ammetteva. "Come si fa a essere ancora entusiasti dopo la caduta del muro?". Stavano mettendo a punto gli ultimi dettagli organizzativi per un Intervento, previsto per il giorno seguente: un enorme solarium di lusso sarebbe andato alle fiamme, in pieno giorno, alle 10.30. "Di certo non è giusto. Non si può. Il proprietario si troverà sul lastrico e..non è sua la colpa se..". Aveva realizzato che non le interessava granché dei conti del proprietario. "Si tratta di un'azione violenta, non giustificata". I cortei pacifisti del curriculum le si rivoltavano nello stomaco. Si trattava di introdursi come clienti, cospargere l'alcool, avvertire il resto della cellula: il più velocemente possibile, l'alcool etilico evapora in fretta. Due membri in attesa nei paraggi avrebbero fatto irruzione e completato il lavoro, fiammiferi alle mani. Roba da criminali, da folli invasati; per ottenere cosa poi? Nulla, se non un probabile arresto. Non solo si trattava di azioni pericolose e illegali, non solo di gesti immorali e intollerabili, ma anche di sforzi integralmente inutili. La cultura sarebbe cambiata facendosi Neroni, incalliti incendiari? No. Poteva restarci secco qualcuno, giovani lavoratrici al primo impiego dopo anni di scuola da estetiste, con tanto di chimica farmaceutica e biologia nel sillabo didattico. Giovani o non giovani innocenti potevano lasciarci le penne, senza troppe cerimonie. Lei non avrebbe mai fatto nulla del genere, mai.
Ed ecco che a fine seduta si era tatuata anche lei la piccola, invisibile, "M" sul braccio. Sulla parte interna, meno ostentata, del braccio. Piccolissima, ma di riconoscimento tra membri. Era diventata parte del Manipolo, quella sera; e sentiva il serpente avvinghiarla, sulla pelle.

(Emilio Smunti2011)
-CONTINUA-