lunedì 17 settembre 2012

I RACCONTI DEL PALAZZO SUL VIALE ALBERATO / SASA' 1

Oops! mi sono dimenticata: avevo promesso di pubblicare l'inizio del terzo racconto!
Rimedio subito: eccolo. Questo è il titolo:


                                                             SASA'

 Alla fine della rampa di dieci scalini di marmo variegato bianco e grigio -che la povera Boncini raccontava come un tempo fosse coperta da una guida rossa e abbellita da quattro vasi di clivie dalle belle foglie lunghe- e  al di qua della doppia porta in cristallo e ottone che divide l’ingresso dalle scale e dall’ ascensore, c’è, a destra nell’ androne, un piccolo vano dove si nasconde discreta la serie di cassette per la posta  con i nostri nomi. Il posto è angusto: c’entrano appena due persone e forse in passato era il luogo della piccola guardiola del portiere. Qualche volta la luce è spenta e in quelle occasioni a me fa un po’ paura  perché temo sempre che lì dentro ci si possa nascondere qualcuno.
Lì Sasà baciò per la prima volta, seguita da molte altre, Antonella, la nipote della Pentecostale, che passò qui nel nostro palazzo qualche tempo, ospite della zia.
Sasà è –o meglio, ormai era- uno degli studenti odorosi di pizza che pian piano erano subentrati negli appartamenti rimasti vuoti e messi in affitto nel nostro palazzo sul Viale Alberato. Sasà non è più, infatti, propriamente uno studente, anche se ha continuato a dividere l’appartamento – quello del piano rialzato della povera Birò- con altri due studenti salernitani fino a poco tempo fa.
Io odiavo Sasà perché non lo capivo; fisicamente, poi,  lo trovavo poco attraente con quelle sopracciglia un po’ aggiustate e il corpo muscoloso; mi sembrava che girasse a vuoto e parlasse un linguaggio che non conoscevo. Lo odiavo perché era giovane e pensava spavaldamente che lo sarebbe stato per sempre. Lo odiavo, o meglio non lo sopportavo, come mi capita ormai con tutti gli uomini più giovani di me che mi guardano come se fossi trasparente.
Sasà era arrivato qui più o meno da quando una delle mie figlie si era trasferita a vivere per conto suo e l’altra aveva ottenuto un contratto di qualche anno in Olanda. E io, ormai in pensione e con molto più tempo libero, avevo cominciato a guardarmi intorno in cerca di storie e personaggi. A parte le figure tranquillizzanti e apparentemente immutabili dei vecchi condòmini, il palazzo si stava riempiendo di questi nuovi prototipi umani odorosi di pizza e bagno schiuma. Ce ne erano al piano rialzato, al secondo, terzo quarto piano. Età, abitudini, caratteristiche fisiche, olfattive e acustiche ne facevano una razza a parte. In realtà, l’insieme “Odorosi di Pizza”  comprendeva anche ragazze dalle gambe levigate in modo maniacale, unghie smaltate e capelli lunghi e curati, che incrociavi per le scale, soprattutto il fine settimana, in abitini corti e tacco alto o pantaloncini sgambati. La versione maschile, al contrario, appariva più dimessa nella versione infrasettimanale, ma decisamente più profumata dal venerdì sera al giorno dopo. Domenica mattina tutto taceva dietro quei portoni e, se non erano andati a trovare le famiglie, quei ragazzi ne riemergevano un po’ pesti soltanto verso sera. Ora, Sasà non era diverso da tutti gli altri, anzi sembrava proprio seguire alla lettera tutti i dettami del nuovo conformismo, ma aveva una strafottenza nel chiudere il portone- non che fosse maleducato-  come se lui, lui sì, sarebbe potuto anche non tornare più qui, se lo avesse voluto.
 Sasà era iscritto all’università, ma non so bene che facoltà avesse scelto. Comunque, non era un luogo da lui molto frequentato; bazzicava piuttosto il discount vicino alla Stazione, dove si riforniva di birra e alcolici e rimpolpava le riserve di conserva, salsicce, salame, e pasta quando finivano le provviste che i suoi, amorevolmente, gli mandavano ogni quindici giorni. Poi, c’era la palestra di quartiere con gli sconti-studenti, la pizzeria al taglio sul Viale e i ritrovi e posti vari dove incontrar gente a San Lorenzo, possibilmente a ingresso libero. Quando l’università era chiusa per ferie o feste comandate, c’erano  le vacanze al paese dei suoi con il mare vicino. Anzi, proprio lì, davanti alla villetta dei suoi, al di là della strada trafficata. Una spiaggetta di sassolini, senza pretese, ma con  l’acqua trasparente e con le ondine lente e musicali, dove ti capitava di addormentarti su dispense fotocopiate che tornavano a Roma quasi intonse un mese dopo, o potevi incontrare i vecchi amici di scuola per fumare e scherzare, oppure organizzare con loro l’andata al concerto di taranta in macchina, se non il bivacco e la dormita all’aperto in montagna a Ferragosto, al paese di sua nonna. Lì Sasà si era sempre divertito, con le fidanzatine locali di turno, le chiacchiere, i cori, i sacchi a pelo e i cumuli di bottiglie vuote.
  Il resto del tempo, quando non era in vacanza, lo passava a dormire, a sognare di andare a lavorare a Londra (“Almeno imparo la lingua!”), ad ascoltare musica e strimpellare una chitarra che non aveva mai imparato a suonare davvero bene, a consegnare volantini per arrivare a fine mese o, a luglio, servire dietro al bancone del pub, oppure scrivere nevroticamente sms, chattare su skype, connettersi a Facebook perché  ‘Se non ci sei, non sai mai cosa succede’. (isabnic2012)
CONTINUA