martedì 22 maggio 2012

Il funerale della Boncini e ... (9)


Tutti noi ci sentimmo in diritto di ascoltare e parlare, banchettare su quei frammenti di ricordi e di sentito dire. Il presente, che negli ultimi tempi premeva ad ogni pianerottolo in forma di giovani studenti-universitari intercambiabili, fantastiche ragazze di Intercultura desiderose d’imparare in breve tempo l’Italiano -vale a dire un viavai settimanale di giovani americane-WASP, afroamericane, cinoamericane, chicane, olandesi, danesi, etc. che abbassavano la media piuttosto alta dell’età condominiale- e le sollecite badanti, altrettanto esotiche,  venne spazzato via prepotentemente dal passato che le pareti tinteggiate da squadrette di inesperti, ma economici, operai extra-comunitari lasciavano trasudare. E le parole continuarono per tutto quel periodo a intrecciarsi, schegge di una povera vita che si rinsaldavano al loro posto, ma delle stampe, però, nessuno sapeva dire di più.
Ci volle, infatti, un po’ di tempo, qualche lacrima di pentimento, molto imbarazzo e tristezza da parte delle due signore, amiche della Boncini, oltre alla pazienza, alla testardaggine e alla professionalità della Ispettrice SS perché la matassa si sciogliesse. Sicuramente qualche racconto dei condòmini servì, poi, a completare il mosaico.
La Boncini aveva lavorato prima in una sede storica più centrale e poi a Via di Galla Placidia come responsabile della conservazione e catalogazione degli archivi di famiglie nobili romane giunti all’Archivio come donazioni. Le tre stampe della Boncini appartenevano all’archivio della famiglia Fringuelli, camerieri del Papa e proprietari terrieri imparentati con ricche famiglie fiamminghe. La donazione del loro archivio era avvenuta nel 1941, lo stesso anno delle donazioni di altre famiglie principesche romane, come i Giustiniani e i Lante.  Quelle stampe non erano i disegni originari del Borromini della Sala Alessandrina, ma erano pur sempre un patrimonio statale. Come aveva spiegato la Formigoni all’Ispettrice e come lei stessa aveva poi trascritto: “[…] Le tre stampe mancanti( cm 25,1x 21,6 c.a), prive di contrassegno di data, appartengono a una serie di sei incisioni in maniera nera (tecnica faticosa e lenta, di moda per tutto il XVIII e il XIX secolo, soprattutto in Inghilterra). L’autore è presumibilmente Domenico Cunego (** a tutt’oggi  non è stato rinvenuto il certificato di autenticità), originario di Verona come la famiglia Fringuelli a cui le stampe originariamente appartenevano. L’incontro e la collaborazione del Cunego con uno dei fratelli Adam, famosi incisori del tempo, fu seguito da una sua lunga permanenza a Roma prima, e  da un viaggio in Germania poi, nel 1785. Qui l’artista apprese la maniera nera che sperimentò al suo ritorno a Roma. Fu allora (1790 c.a) che la famiglia Fringuelli entrò in possesso di alcune opere del Cunego, tra cui le sei incisioni a lui commissionate. Le stampe, basate su disegni di T. Mascheroni, raccontano momenti della vita e la morte della beata Anselma Maria Fringuelli(1610-1632)”.
 Tutto era cominciato e finito in un certo senso con l’arrivo di Osvaldo Magrelli, un bellimbusto senza scrupoli che in quattro e quattr’otto riuscì ad irretire la non più giovanissima Adelaide Boncini. Lui veniva da Rieti; finse di non riuscire a trovare una camera in affitto conveniente, chiese  alla Boncini e la poverina rispose. Poi un giorno, senza alcun preavviso, lui l’aveva fissata sfrontatamente per un po’, e infine le aveva detto: - Sai? Hai gli occhi belli delle ragazze dei quartieri bene! Maria Adele non aveva detto nulla, ma si era sentita improvvisamente stanca, senza più voglia di lottare contro gli abbandoni, le malattie, la guerra, le privazioni, le responsabilità, il tempo che passava e il condominio da pagare.  Da ospite pagante dello studiolo con affaccio sul viale, Osvaldo Magrelli ben presto divenne il suo convivente e condivise il bel letto matrimoniale di famiglia della stanza grande con balcone.
 All’inizio stavano sempre insieme - anche al lavoro, finché lui non si licenziò e lasciò a lei il compito di continuare a guadagnare. Osvaldo Magrelli, nelle lunghe giornate in cui l’Adelaide rimaneva al lavoro aveva preso a frequentare il bar con sala giochi lì davanti al loro palazzo. Era bravo a giocare, ma vinceva quasi sempre ai punti perché non voleva strafare. Dove rischiava era invece ai cavalli, perché pensava di essere fortunato con loro come con le donne. Qualcuno disse che qualcun altro gli aveva detto che lo avevano visto frequentare un locale di scommesse ippiche a Trastevere.
Il  bar davanti casa -molto più popolare di quello in piazza-, quello d’angolo, cioè,  con la rivendita del latte e la possibilità di giocare al Totocalcio, con il juke-box  vicino l’entrata sul viale e una cabina con il telefono a scatti, aveva dietro l’archetto, a lato del bancone, una saletta con un grande biliardo, poi sostituito negli anni dai flipper e più recentemente dalle macchinette. Tra il biliardo e le scommesse Magrelli, insomma, si ritrovò qualche debito di troppo e la gente con cui aveva a che fare non era molto tenera. Decise di fare il colpo grosso e convincere la Boncini, che non poteva contare su grosse somme di denaro liquido, ad impadronirsi di qualche carta, lettera, insomma qualcosa di prezioso da rivendere che a Trastevere lui il posto giusto dove portarla ce l’aveva già e erano tutte persone fidate. Una cosa sicura, senza problemi: - … tanto chissen’ accorge ‘mmezzo a quel bordello de robba? Per me, invece, Adele mia, è questione di vita o di morte!
Con chi si confidò se mai lo fece allora la Boncini? Come riuscì a superare l’ansia, i timori, la vergogna? A mettere a tacere il suo senso del dovere, lei da due anni promossa a dirigente dell’Ufficio? A organizzare la cosa? A fugare eventuali sospetti? Comunque, lo fece, perché ormai per lei Magrelli era davvero tutto. (isabnic2012)
(CONTINUA)