martedì 29 maggio 2012

Il funerale della Boncini e ...(10 e ultima puntata!)


Anche gli appartamenti qui, come le persone che li abitano, sono di solito tranquilli e silenziosi. Eppure, tra le pieghe dei muri interni, dietro le lastre di marmo colorato delle scale, sotto i tappetini fuori dei portoni ogni tanto gocciolano fuori voci, mugolii, rumori di stoviglie o sedie spostate nervosamente, schegge di urla compresse dal quieto vivere e dalla buona educazione. Un posto tranquillo, di solito. Oltre alle note del pianoforte che erano salite per la tromba delle scale durante assonnati pomeriggi estivi di forte calura, o gli ululati di rancore contro utenti distratti dell’ascensore, avevamo avuto nel tempo soltanto una giovane studentessa- nei piani più bassi- che spesso, fino a  notte fonda, urlava la sua solitudine e il suo dolore. Infine, buttava fuori dalla finestra i suoi sacchetti d’immondizia che qualche mano pietosa metteva poi nel cassonetto l’indomani mattina. Dopo un po’ la ragazza scomparve e non se ne seppe mai nulla.
Queste scomparse improvvise, senza rumore, erano un’altra caratteristica del luogo. Sembrava, insomma, non esserci una vera possibilità di fuggirne via volutamente. Si riusciva ad allontanarsi da quel palazzo solo con la morte, oppure per malattie da vecchiaia o per problemi con il vino o per follia. In realtà, nessuno decideva di andarsene davvero, ma, se non morivano, ad un certo punto scomparivano nel nulla. Almeno a noi così sembrava ogni volta. Forse sarebbe bastato chiedere. Per esempio, la Pittrice Argentina da un po’di tempo non si vedeva più e un giorno a mio marito, che rientrava dall’uscita mattutina per l’acquisto dei giornali, fu detto che la casa della Pittrice era stata messa in vendita. Dopo appena una settimana, leggemmo un cartello al solito posto sulla porta dell’ascensore al piano terra, dove qualcuno si scusava per eventuali rumori o altri fastidi causati dalla ristrutturazione dell’appartamento, ma ancora oggi non abbiamo capito chi ci vive ora,  né esattamente dove sia la Pittrice dalla vita avventurosa.
Osvaldo Magrelli non morì, né era così vecchio o con problemi di salute da esser ricoverato. Semplicemente, anche lui un bel giorno scomparve e non si rivide più.
Il fatto è che la Boncini aveva sì sottratto le tre stampe, ma non aveva poi avuto la forza di consegnarle al suo uomo. Nella disperazione aveva finalmente parlato con le sue amiche e più fidate collaboratrici, che da tempo avevano cercato di metterla in guardia nei confronti di Magrelli. Insomma, qualche tempo dopo le amiche intervennero. Lui fu messo alle strette e scomparve. Cosa dissero o fecero nessuno di noi lo venne a sapere bene, ma pare che una di loro avesse un Carabiniere in famiglia. Da allora, comunque,  lui divenne irreperibile e solo una serie di gatti, grosso modo identici all’ultimo, si erano susseguiti per far compagnia alla Boncini.
E le stampe? C’era stato un patto… Le amiche avevano tentato di riprenderle subito per restituirle, ma la Boncini aveva chiesto di poter continuare a tenersele a casa: - Ecco, mi rimangono solo loro e vedendole mi ricordo di quello che stavo per fare. MI aiutano a dimenticare quel delinquente, a non pensare a lui come una cosa bella che mi manca. Se muoio dovete riportarle. Non sono state catalogate, perché erano in mezzo a un epistolario. Ce ne sono altre tre,  etc etc.
Ed ecco cosa era successo:  quando una delle due amiche era entrata nell’appartamento, le stampe non erano più al solito posto. Negli ultimi tempi alla Boncini era venuto un fastidio profondo nel dover raccontare la storia della beata Maria Anselma che immancabilmente le veniva richiesta quando capitava un nuovo volontario a casa sua. Come se ogni volta le si riaprisse la ferita. Adelaide, allora, le aveva arrotolate singolarmente e infilate nelle maniche delle due pellicce e del paletot nero che non metteva più– tutti rigorosamente imbustati o inseriti in sacche di cotone a fiori odorose di canfora, nello scomparto in alto dell’armadio. Adelaide glielo aveva confidato una delle ultime volte in cui si erano incontrate. Il giorno del funerale le due amiche si erano alternate nell’impresa –e nessuno di noi si era accorto dell’assenza momentanea di una delle due: mentre una di loro si era occupata a recuperare le stampe dai vecchi cappotti, l’altra aveva organizzato poi la messa in scena. Aveva, cioè, messo in disordine la stanza- magari esagerando- per fingere un’azione di ladri esperti e sconosciuti. Quando raccontarono tutto questo, le stampe erano già al loro posto, insieme alle altre della serie, tra fogli di carta velina, finalmente segnate  con il loro codice d’archivio.
Al Centro di Elaborazione Dati della Polizia di Stato, poi, fu facile per l’Ispettrice trovare informazioni su: Magrelli Osvaldo, nato a Rieti nel 1930, residente a … (RM), sposato con …, proprietaria del Bar Sogno, sito in …. Oggi in pensione e nonno, ma  anche vecchia conoscenza degli agenti di polizia che si occupavano negli anni Sessanta e Settanta di giochi, scommesse e corse ippiche clandestine. Una fortuna che fosse scomparso definitivamente dal nostro palazzo lungo il viale alberato e dalla vita della Boncini. L’Ispettrice non l’avrebbe davvero voluto incontrare in ascensore.
Ho sempre pensato, infine, che, a questo punto, l’Ispettrice Signora-Solitaria, per una volta, in tutta la sua lunga carriera, finse di non sentire e di non sapere; strappò gli appunti presi, cercò di dimenticare le stampe di Domenico Cunego, tenute “in prestito” e conservate per tanti anni in luogo improprio, e lasciò che il furto fosse d’ignoti come tanti altri nella nostra città. ( isabnic2012)