lunedì 14 novembre 2011

da SAFECRASH/ Contributi da pagare, di isabnic (2010)



 5.  CONTRIBUTI DA PAGARE
                     
L’odore era acre, di olio minerale. 
Era arrivata da un quarto d’ora, ma le cinque donne che la precedevano, tutte sedute in attesa, non si erano mosse. Con un certo nervosismo, quella accanto a destra, giovane e scura di pelle, cercava un po’ di refrigerio sventolando una fotocopia della sua carta d’identità. 
C’era già stata l’inverno prima. Peggio, molto peggio. Se non altro, oggi, la luce era meno gialla, la porta sulla strada era aperta e lasciava entrare un po’ d’aria. Calda. 
C’erano due porte sormontate da vetrate opache davanti alla fila di sedie di plastica e metallo allineate alla parete dove sedevano le donne. Una delle due porte era chiusa ad eccezione di un oblò esagonale attraverso il quale filtrava della luce al neon. Una targhetta di plastica gialla con la scritta a stampatello rosso diceva “Patronato ACLI- Ufficio”. Le voci che venivano da quella stanza erano ovattate con andamenti ad onda. Quando tacevano, tutte le donne che aspettavano in fila trattenevano il respiro, per poi lasciarsi di nuovo andare appena si riudiva quel mormorio di risacca. 
L’altra porta era aperta su di una stanza che sembrava vuota ad eccezione di un tavolo grigio, un cestino per le cartacce e una sedia sulla quale sedeva un uomo corpulento con il faccione arrossato e i pochi capelli ancora scuri. Sudaticcio, apparentemente nullafacente – forse c’era un giornale sulla scrivania che lei non riusciva a scorgere a causa dello stipite. - Mi faccia vedere… No, non la posso aiutare. Deve aspettare. Oppure venire mercoledì dalle 15 alle 19. Mi dispiace. Deve aspettare.- ripeteva senza grandi variazioni a chiunque delle donne in fila cercasse di forzare il destino e ridurre l’attesa. 
Quando la porta si aprì ne emerse un donnone in controluce. La riconobbe subito: non poteva essere altri che Maria Badus: Erano passati almeno cinque anni, ma era sempre la stessa. I capelli cortissimi, dall’incerto taglio e di un biondo limone, incorniciavano un volto un po’ gonfio; la pelle era chiara e trasparente, gli occhi di un celeste annacquato con ciglia corte e chiare. Il doppio mento, di cui qualche tempo addietro, in uno di quegli infiniti pomeriggi quando la vecchia Clelia dormiva, avevano a lungo parlato, non era stato ancora operato, come Marion si era ripromessa. Le braccia forti contrastavano con le spalle strette e il modesto seno, per accordarsi, però, con i poderosi fianchi e il sederone. 
Come uno strascico dietro ai teutonici sandali di Maria si srotolò la voce querula della delegata del Patronato: 
- State qui da due ore e non avete visto l’orario! Non volete vederlo! Dalle 15 alle 19! No, la mattina no!- e ancora, - Sono stanca, senza interruzione dalle tre. E poi, non capite. Non capite l’Italiano. Non capite niente. Devo ripetere sempre la stessa cosa. 
- Maria! 
- Signora ‘Rene! Bello! Cosa fai qui? 
Le raccontò, baciandola sulle morbide guance, di certi cedolini che doveva compilare e Maria, invece, le raccontò che era tornata in Italia da sei mesi, aveva trovato una signora in cerca di badante; i figli si erano ormai laureati a Kiev; la zia Stefania lavorava sempre dalla stessa signora e – Io guarita, ora. 
Si, è vero l’ultima volta l’aveva incontrata in ospedale. Un corridoio diviso da tramezzi e accanto a lei un altro letto. Maria continuò a dare informazioni più o meno dettagliate sulla sua salute, sugli ultimi medicamenti e la recente scoperta di un chirurgo ucraino di cui avevano parlato tutti i giornali. Irene ascoltava a metà, cercando di sorridere comprensiva, ma il suo cervello si rifiutava di essere gentile e di stare in quella sala d’attesa. Le sue gambe si erano irrigidite, come pronte a scattare, in cerca di una possibilità di fuga. Discreta, ma pur sempre una fuga. 
Quando, allora, Maria le aveva telefonato per dirle che era stata ricoverata per accertamenti e che molto probabilmente avrebbe dovuto subire una operazione, Irene aveva sentito subito l’impulso di starle vicina. Così sola, lontana dalla famiglia, ma già per strada, camminando velocemente per raggiungere il vicino ospedale, se ne era pentita. Faceva caldo, nonostante fosse appena metà maggio, e ............ [...]   (CONTINUA)